Deep Purple – In Rock (1970)

29 Mar

Artista/Gruppo: Deep Purple
Titolo: In Rock
Anno: 1970

Immagine

Sono cresciuto a pane e Made In Japan. I Deep Purple hanno rappresentato per me, ragazzo del 1981 uno di quei scontri di generazione, tra mio padre che provava ad avvicinarmi al rock e io, ancora immaturo, che gli rispondevo a suon di disco-music. Tuttavia quel sound è stato poi fondamentale per compiere la mia personale virata. Parlare dei Deep Purple per me quindi è come tornare indietro negli anni.

Deep Purple In Rock è del 1970 ed è, in una parola, disco di rottura. Rottura con il passato della band, basato soprattutto sulla musica classica per le esperienze che il cantante storico della band Ian Gillan aveva impresso fino a quel momento alla formazione attraverso varie collaborazioni con la Royal Philarmonic Orchestra di Londra.

Rottura rispetto alla musica di allora, che solo grazie al fondamentale apporto di gruppi come Led Zeppelin e Black Sabbath ha potuto evolvere nel naturale passaggio al rock duro, hard rock in gergo. Colpisce al primo impatto la copertina di In Rock con le facce dei cinque musicisti sul Monte Rushmore, quello dei cinque presidenti americani. Eppure appena si mette il cd nel lettore e si pigia sul play inizia un viaggio iniziatico che non lascia dubbi al riguardo.

Ogni volta che ascolto un album faccio l’utile esercizio di immedesimarmi in un ragazzo dell’epoca, in questo caso abituato al sound melodico dei Beatles, al blues ruvido ma comunque soft dei Rolling Stones. Cosa avrà pensato il nostro amico nell’attimo esatto in cui si è trovato al cospetto di questa eresia in musica? Perché In Rock si propone proprio questo. A Speed King l’onere di far da prologo. La voce di Gillan stride, cita Tutti Frutti, il Rock’n’roll, per poi volgere all’unico vero concetto da propagandare: «sono io il re della velocità».

Cosa sconvolgente se poi viene associata alle distorsioni di chitarre e tastiere. Ecco, le tastiere. Jon Lord ebbe la grande intuizione di unire agli amplificatori distorti delle chitarre di Blackmore il suo Hammond. Quello che ne scaturirà sarà quel suono, autentica impronta digitale dei Deep Purple per gli anni a venire. Geniale.

Dicevamo le tracce. Bene, le prime due pièce, la seconda è Bloodsucker, spezzano il passato, lo plasmano, si pongono come istruttivi alle nuove generazioni, fanno casino (noise). Fondamentale a tal proposito fu per i Deep Purple l’Hanwell Community Centre, un edificio dismesso della Central London dove il gruppo andava a provare, un luogo protetto dove poter far chiasso senza pagarne le conseguenze dei vicini imbufaliti.

Con Child in Time, forse il brano a cui personalmente sono più attaccato, si mette in pratica quel parziale ripensamento che genererà una turbolenta marcia, un inno alla morte (quella del figlio di Ian Gillan a cui il cantante ha dedicato il testo) che finalmente ci regala la nitida, pulita voce di Gillan e allo stesso tempo risale fino al rumore più assordante, l’organo di Lord si cimenta in frammenti tratti qua e là da ispirazioni prog (vedi l’influenza di EL&P o Yes).

E vogliamo parlare di Ian Paice? Sembra la parabola di John Paul Johns, il grandissimo bassista degli Zeppelin, relegato per un’intera carriera nel semi anonimato solo perché circondato da fenomeni come Page, Plant e Bonham. Lo stesso si potrebbe dire di Paice. Sentite gli assoli dei suoi drums.

Il ritmo, perfetto, mai fuori dalla battuta. In Flight of the rat, per esempio, dove nel pezzo centrale si possono ascoltare nella chitarra di Blackmore vagiti dell’Hendrix voodoochildiano, nella sezione finale viene concessa anche una breve vetrina al batterista. Che comunque darà in tutto l’album un apporto fondamentale, all’altezza di Bonham, al quale lo stesso Paice si ispira.

Eppure raramente viene ricordato. Into the fire è bellissima ma mi entusiasma infinitamente di più Living Wreck. Ragazzi, è strabiliante nella sua crudezza, nella sua armonia elettrica. Un jingle di batteria al quale si unisce il tema della chitarra. Sullo sfondo Roger Glover tiene unite tutte le sezioni con la sua base di basso. Il brano volge al ritornello con una naturalezza degna delle migliori teorie dell’armonia.

Ma questo è il suono nuovo, melodie forse mai sentite fino a quel momento. Sempre inframezzate da scorci solistici che non danno mai la sensazione dell’uniformità. Ce ne accorgiamo una volta che parte la traccia successiva che il pezzo è finito. Eccezionale in Hard Lovin’ man la psichedelìa finale, un gioco di effettistica e reverberi.

L’album originale si chiude con la original single version di Black Night. Altro grande successo, altra meravigliosa performance di Gillan e compagni. Ragazzi, si tratta di tanti inestimabili diamanti che i Deep Purple lasciano lungo questo breve sentiero, come Pollicino lasciava cadere i sassolini dietro di se per non perdere la strada. Quella del rock ormai è tracciata.

Il disco non dura molto, almeno quello originale consta di 41 minuti di registrazione. Ma in questo cd pubblicato nel 1995 in occasione del 25° anniversario della prima edizione, restano ancora diverse bonus tracks (Speed King, Cry Free, Jam Stew, Flight of the rat, Speed King, Black Night), tutte intervallate da inutili, a mio avviso, frammenti di studio chat, delle quali l’unico vero spunto è offerto da piccoli temi rifatti all’organetto delle canzoncine di Braccio di Ferro. Voto: 8,9/10

Formazione
Ian Gillan – voce
Ian Paice – batteria
Ritchie Blackmore – chitarra
Roger Glover – basso
Jon Lord – tastiere

Tracce

Nota: Tutte le canzoni scritte da Blackmore/Gillan/Glover/Lord/Paice.

1. Speed King – 5:49
2. Bloodsucker – 4:10
3. Child in Time – 10:14
4. Flight of the Rat – 7:51
5. Into the Fire – 3:28
6. Living Wreck – 4:27
7. Hard Lovin’ Man – 7:10

Tracce bonus per la 25th Anniversary edition

1. Black Night (original single version) – 3:27
2. Studio Chat (1) – 0:28
3. Speed King (versione in piano) – 4:14
4. Studio Chat (2) – 0:25
5. Cry Free” (remix di Roger Glover) – 3:20
6. Studio Chat (3) – 0:05
7. Jam Stew” (strumentale) – 2:30
8. Studio Chat (4) – 0:40
9. Flight of the Rat (remix di Roger Glover) – 7:53
10. Studio Chat (5) – 0:31
11. Speed King” (remix di Roger Glover) – 5:52
12. Studio Chat (6) – 0:23
13. Black Night (remix inedito di Roger Glover) – 4:47

Sidistef

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5 Risposte to “Deep Purple – In Rock (1970)”

  1. foxtrot marzo 31, 2010 a 4:22 pm #

    Dire che si tratta di un album bellissimo è dire poco….ma quello che conta ancora di più è la sua incredibile importanza storica….
    Mi trovi d’accordissimo sulle tracce aggiunte nella Anniversary Edition (a parte che ho sempre odiato il rimasterizzare un cd a distanza di anni aggiungendo qualche traccia solo per venderlo ancora e fare soldi); per quanto alcune cose sono interessanti, visto che si tratta di session che altrimenti non si potrebbero conoscere, avrei preferito un disco con tutti questi contenuti uniti ad altri, invece che ritrovarmeli mischiati con un capolavoro assoluto come In Rock.

  2. diegomessina ottobre 14, 2010 a 12:27 pm #

    Se a qualcuno interessa è in vendita da Ricordi in questi giorni a soli euro 5,90!!!
    Da non perdere!

    • Sidistef ottobre 14, 2010 a 1:04 pm #

      Grazie per la segnalazione, già comprato originale da tempo…

  3. luigi bardi febbraio 26, 2012 a 2:16 pm #

    io sono un “ragazzo” del 1960, e conobbi questo disco intorno al 1974, e la rottura fu davvero totale. Era impossibile sentirlo a tutto volume, nonostante avessi un “giradischi” tra i peggiori (e più venduti), lo Stereorama 2000 de luxe, per evitare liti con i genitori e con i vicini. Child in time è ovviamente pezzo che ancora fa venire i brividi, ma l’attacco di Speed King dopo l’organo quasi da chiesa da il verso senso della rottura. Gran disco, grande gruppo (il loro Burn è oggi super utilizzato, addirittura per Sanremo), e grande epoca, ciao

    • Sidistef febbraio 27, 2012 a 2:18 pm #

      Ciao caro Luigi! Dunque, anche se hai conosciuto il disco “solo” tre anni dopo la sua pubblicazione (ma immagino che allora le novità da oltremanica arrivavano sempre con qualche scarto di tempo), direi che puoi ben incarnare il nostro amico del ’70 che ha provato il brivido di vivere quel periodo, e quel disco immenso. Hai ragione su tutto, e lo sottolineo con un pizzico (anzi con abbastanza) invidia: grande epoca. Peccato per me… ciao

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