Sleepy John Estes – Blues Collection n.53 (1993)

30 Mar

Artista/Gruppo: Sleepy John Estes
Titolo: Blues Collection n.53 – Drop Down Mama
Anno: 1993

Oggi proverò a fare qualcosa che non mi sarà molto facile, ma che risulta essere un modo comodo per recensire artisti preistorici. Come si dice: chi non ama Benny Goodman o Roy Eldridge non è un vero amante del jazz”. Così io dico: chi non ama Robert Johnson o Big Bill Broonzy non è un vero amante del blues.

E come per il jazz, anche per il blues di prima maniera ci troviamo di fronte a una galassia, ma che dico, a un universo di nomi, registrazioni sparse qua e là, spesso difficilmente se non praticamente impossibile da raccogliere in album specifici. Soprattutto se parliamo di musica ante II Guerra Mondiale. Ma è anche vero che se entri nella storia un motivo ci sarà e in un modo o nell’altro, alzando il naso all’insù qualsiasi stella si ammiri splenderà sempre della stessa luce delle altre.

Ce ne saranno alcune che ammireremo con più emozione, perché comprese in qualche particolare costellazione, altre (la maggior parte) che ci sfuggiranno, non perché meno luminose ma perché escluse dal nostro patrimonio culturale e quindi non classificate per gruppi, solitarie, apparentemente anonime. Per questo esperimento recensivo ecco che mi accingo a pescare nell’infinito tempio della musica folk statunitense quale è il blues e il country. Chiedendo soccorso a una colossale raccolta che a qualsiasi amante o uditore della prima ora di blues consiglio: la Blues Collection. Ben 92 cd su cui è raccolta la crema del genere, fin dall’alba dei suoi tempi. E da questo calderone estrapolo (quasi a caso, mi verrebbe da dire) il disco numero 53, Sleepy John Estes – Drop Down Mama.

Come tutte le raccolte, specie quelle non ufficiali, in questo caso il titolo si rifà al brano che più di tutti ha contraddistinto il blues di questo artista. “Sleepy” perché, diceva qualcuno, affetto da bassa pressione del sangue, narcolessia, dunque s’addormentava facilmente. Ma una volta sul palco, nelle feste, in campagna con i suoi amici, il “ragazzo” tirava fuori tutta la sua passione. Voce e chitarra, accompagnato dai suoi due migliori amici, l’armonicista Hammie Nixon e il chitarrista e mandolinista Yank Rachell, che lo seguiranno sul palco per almeno due decadi.

Praticamente dal 1929, quando Sleepy si spostò dalla sua città natale, Ripley, Lauderdale County, nel Tennessee, e si impiantò nella vicina Memphis. Dove iniziò il suo lavoro di incisione che gli consentirà di lavorare per le etichette Decca e Bluebird. Di lì a poco un’ascesa che lo porterà a creare pezzi che entreranno nella storia del blues, come Someday Baby Blues, che Muddy Waters riadattò nella sua Trouble non more e Bob Dylan riprese nella sua Somedeay baby.

Oppure Milk Cow Blues, ripresa da Taj Mahal con Leaving Trunk. I Ain’t Gonna Be Worried No More invece andrà a caratterizzare l’epigrafe sulla tomba dell’artista: “ora non hai più nient’altro a cui pensare, John”. Nei suoi brani egli ha dispensato consigli su questioni agricole (Working Man Blues) o cronache di vita vissuta, come un suo tentativo di raggiungere uno studio di registrazione per una sessione saltando su di un treno merci (Special Agent. Railroad Police Blues).

Lo stile chitarristico va rapportato alle conquiste del tempo, quindi niente assoli, bending quanto bastano, ritmi ripetitivi, rari cambi di note correndo sempre su un binario lungi dall’esser scardinato. Le note della chitarra le si riescono a carpire e apprezzare soprattutto negli intro e negli outro, ma a volte si inizia a percepire il solo negli intermezzi. Sono chicchi di qualche secondo, giusto il tempo di un paio di battute per poi riprendere il cantato. Anche perché è la voce l’anima blues delle origini, cantando della sofferenza e del disincanto per uno stato di oppressione per la gente nera che non accennava ad appassire.

In Milk Cow Blues è più evidente la presenza del mandolino, che accompagna la voce di Sleepy con una serie di ricami sincopati tipici di questo strumento, ma allo stesso tempo rispettosi di un blues ancora ai primordi e tendente a distaccarsi finalmente dal filone in comune che era quello con il primo swing chitarristico, stile Eddie Lang. L’armonica di Hammie Nixon farà invece da scuola a Canned Heat. Brani, quelli sopra descritti che gravitano tutti attorno agli anni 1935/40.

Stiamo a ridosso dell’ingresso degli Usa nella Prima Guerra Mondiale e una volta cessate le ostilità Sleepy John Estes scomparirà per un certo periodo, creduto addirittura morto da Big Bill Broonzy e da molti revivalisti blues che inizieranno a dedicargli recensioni e un’attenzione che in passato non aveva conosciuto. In realtà Sleepy era vivo, seppure ormai definitivamente cieco, e sarebbe anche tornato sul palco. Fino a ottenere un importante contratto con la Sun Records (la stessa di un certo Elvis Presley…) a cavallo degli anni Cinquanta, ma quella verve, quella voce stridula che lo facevano sembrare un anziano anche a trent’anni ormai avevano fatto il loro tempo.

Trattandosi di una raccolta, in questo caso si tratterebbe di valutare la carriera di un artista. Ovviamente non stiamo parlando di un mostro sacro come Robert Johnson, autentico padre del Delta Blues, né tanto meno di un genere facilmente digeribile. Io stesso delle volte ascolto questo tipo di blues più a scopo didattico o come testimonianza storica che non con il piacere che posso nutrire nel piazzare magari un Electric Mud. Tuttavia la mia opinione su Sleepy John Estes è positiva perché già caratterizzato da una miscela di suoni e idee estranee ad altri suoi contemporanei. Voto: 7,3

Line Up:

Sleepy John Estes – voce e chitarra
Hammie Nixon – armonica
Yank Rachell – chitarra e mandolino

Title Track:

01 – Someday Baby Blues
02 – Everybody Oughta Make A Change
03 – Stop That Thing
04 – Drop Down Mama
05 – Married Woman Blues
06 – I Ain’t Gonna Be Worried No More
07 – Working Man Blues
08 – Special Agent
09 – Down South Blues
10 – Clean Up At Home
11 – Milk Cow Blues
12 – Diving Duck Blues
13 – Street Car Blues
14 – The Girl I Love She Got Long Curly Hair
15 – Broken Hearted, Ragged And Dirty, Too
16 – Whatcha’ Doin’

Sidistef

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