Free – Free (1969)

3 Apr

Artista/Gruppo: Free
Titolo: Free
Anno: 1969

Immagine

Nel 1969 i Free firmano il loro secondo lavoro con questo album omonimo. Di solito, ma non sempre, l’album che porta lo stesso nome del gruppo è quello d’esordio. In questo caso è il secondo e per questo conserva una valenza duplice se raffrontato con il termine “free” che significa libertà.

Il tema ritorna fin dall’impatto con la copertina, che raffigura una sagoma presumibilmente femminile che, ritratta dal basso nell’atto di saltare un ostacolo, taglia in due il quadrato del disco disegnando una diagonale. La sagoma, che si staglia su un fondo di un cielo azzurro, è riempita dalla visione di stelle dell’universo.

La copertina è stata da molti inserita tra le più belle 100 cover del secolo e la descrivo perché da ciò è deducibile il senso dell’album, il cui titolo, appunto è la libertà. Giovanile, di una nascente interiorità femminile, di un nuovo universo da sondare, cui la musica ne sarà sempre più coinvolta.

Per me resta un bel gioiellino, di quelli che vanno ad arricchire la collezione di dischi di quel prolifico periodo che sono stati gli anni a cavallo tra il ’60 e il ’70. Insomma, accanto a Cream, Yardbirds, Who, Kinks, Led Zeppelin, nella cattedrale della «British Invasion», una nicchia la meritano anche i Free, seppur arrivati quando il clima di studio delle nuove correnti blues era ormai giunto a piena maturazione.

Per me rappresenta anche il ricordo di uno splendido e costruttivo periodo trascorso a Londra. Scovai questo cd in un negozietto che vendeva dischi usati a Portobello Road, si mantiene in ottime condizioni e ogni volta che lo ascolto penso a quei magnifici momenti passati in compagnia dei miei amici, in una città tra le più belle al mondo. Se poi aggiungiamo che Paul Rodgers, Andy Fraser, Paul Kossoff e Simon Kirke sono artisticamente nati proprio sotto il Big Ben allora ci siamo. Dando un’occhiata ai testi dei Free ci si accorge di quanto siano efficaci, giusti, creati ad hoc per l’occasione, perfettamente incastonati nella costruzione complessiva del brano.

I’ll be creepin è un lamento giovanile, una ribellione verso il mondo femminile che cerca di emanciparsi. «Striscerò nel tuo letto, non potrai andare lontana», recita la graffiante, semirauca, metallizzata voce di Rodgers. Una volta conquistata la preda il gioco perde di sfizio, cessa di essere stuzzicante, la donna può anche scappare via, «prendi la tua pelliccia e i tuoi gioielli, ma io non ti lascerò in pace, sarò vicino alla tua porta e striscerò di nuovo nel tuo letto, ti terrò stretta come nessun altro».

Ritmica eccellente, è il blues britannico che esplode, quello che il talent scout Alexis Korner capì fin dal primo momento, quando li udì suonare al Nag’s Head pub sul Battersea. Il suono è coronato da un possente sfondo di wah, costruito dalla sapiente performance di Kossoff, che all’epoca era poco più che maggiorenne. Niente al confronto con Fraser, che aveva solo 16 anni, un giovincello che conoscerà l’apogeo e poi si perderà nel nulla.

Si prosegue con Songs of yesterday, stesse sonorità, stesso groove nel cantato, dolce e allo stesso tempo toccante per certi acuti allo stremo. Come nella prima traccia si notano alcuni incarnati dei Traffic, nelle pause, nei cambi di tempo, negli accordi. Questa traccia chiude la prima tranche ritmata e ci proietta in Lying in the Sunshine, niente di così trascendentale, un lento dove sembra prevalere la vena compositiva del testo, composto anch’esso dal duo Rodgers/Fraser.

Il ritmo ritorna con Trouble on double time, scampoli di chitarra che ricordano temi jazzistici, il ritornello è una perla indelebile del rock moderno. Questa è l’unica traccia del disco scritta a quattro mani (Fraser/Rodgers/Kirke/Kossoff).

Curioso notare come in questo disco, assieme ai quattro membri del gruppo, ci sia anche la presenza del flauto di Chris Wood, allora venticinquenne. Il flautista dei Traffic però non viene neanche menzionato nell’album originale e non so se la svista sia stata rettificata nel remaster del 2001 (in perfetto stile Blind Faith emergono delle bonus tracks di jam aggiunte).

Sicuramente non un trattamento all’altezza del personaggio, visto che è da considerarsi l’uomo in più per una formazione poco più che emergente e composta da teenagers. Sicuramente a quei tempi più che uno sponsor, Wood aveva già alle spalle tre dischi con i Traffic e la prestigiosa collaborazione in Electric Ladyland di Hendrix.

La melodia del suo traverso caratterizza l’ultimo brano, Mourning sad morning, quasi una marcia funebre, («triste mattina di lutto»), ma la sua presenza la si potrebbe leggere lungo tutto il percorso di questo disco che, come detto, subisce molto l’influenza di gruppi come i Traffic, ma anche dei Fleetwood Mac, come emerge da Broad daylight, dove ancor più che il clima mood si respirano i soli di Kossoff, in cui è sorprendente la semplicità con cui trasforma dei piccoli grappoli di scala in effetti caldi e calibrati, coadiuvato soltanto da una leva, qualche vibrato e un leggero filo di distorsione. Per il resto tanto, ma tanto sentimento.

Atmosfere lugubri, sogni suggeriti, provate a chiudere gli occhi e ascoltare Free e alla fine vi sentirete meglio, da prendere come un credo religioso. Se le valutazioni fossero in stellette ne assegnerei 4 a questo album, cogliendo le sfumature di una critica più approfondita arrivo al 7,1. Mica poco.

Tracks:

I’ll Be Creepin’
Songs of Yesterday
Lying in the Sunshine
Trouble on Double Time
Mouthful of Grass
Woman
Free Me
Broad Daylight
Mourning Sad Morning

Line Up:

Paul Rodgers – vocals
Paul Kossoff – guitar
Andy Fraser – bass
Simon Kirke – drums
Chris Wood – flute in Mourning Sad Morning

Sidistef

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