Sam Cooke – La leggenda del gospel

3 Apr

Dalle chiese alle classifiche, sulle tracce del grande cantautore nero

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L’America dei mitici Fifties, Happy Days, le automobili a coda di rondine, i primi serial tv a colori sbiaditi, la segregazione (ahimè) nelle scuole, perfino i bus divisi per razze e colori della pelle. Gli States e le loro contraddizioni. E in questo clima si inseriva, dal 1951 fino alla sua controversa morte, nel 1964, l’attività artistica del reverendo battista Sam Cooke.

Un nome che per molti potrà suonare nuovo, sconosciuto, ma se Aretha Franklin, James Brown, Ray Charles e tantissimi altri cantanti soul hanno trovato il successo, questo è soprattutto dovuto all’impronta e all’influenza che questo straordinario compositore e vocalist di colore diede con le sue canzoni. Un artista dalla multiforme e sfaccettata elasticità, che spaziò per generi e gusti e si seppe ben inserire anche nel panorama industriale della musica, conferendo alla sua carriera un aspetto imprenditoriale a tutto tondo, sovente auto-producendo le sue canzoni.

Cooke nacque a Clarksdale, una città che oggi conta quasi ventimila abitanti ma che nel 1933, quando Sam vide i suoi primi giorni di luce, doveva essere più che un anonimo comune dello stato del Mississippi. E questo piccolo centro abitato, soprattutto se confrontato alla vastità del resto della federazione americana, trovò ben presto la sua fama, proprio grazie alla musica di Sam Cooke e di un altro illustre nascituro del luogo, John Lee Hooker, di 16 anni più anziano del reverendo.

E infatti Clarksdale compare a buon diritto sulla Mississippi Blues Trail, un percorso a tappe che attraversa tutti, o quasi, i comuni di origine dei più grandi bluesman del Delta. Ma Sam Cooke non faceva propriamente blues, Sam Cooke cantava la vita di quei giorni, come un menestrello girovago, un Omero moderno.

La musica di Sam Cooke subisce un mutamento tra il 1950 e il 1951. In precedenza il cantante nero aveva dapprima spostato la sua residenza nella più cosmopolita Chicago. Poi, appena iniziò a cantare all’infuori delle chiese, aggiunse subito la e finale al suo cognome che originariamente era Cook. Questo perché gli conferiva un’aurea più «nobile», diceva. Una scelta, quella di dedicarsi alla musica profana, che piacque a tutti tranne che ad Art Rupe, il capo della Specialty Records.

Infatti sebbene Rupe diede il permesso a Sam di incidere musica profana con il suo vero nome, ben presto emerse l’esigenza da parte dell’etichetta con cui il reverendo lavorava, di ricondurre il cantante a fare musica sacra. Una strada che lo portò verso la rottura. Sia lui che il suo amico Bumps Blackwell si misero in proprio e iniziarono a produrre diversi singoli sulla scia di quanto era stato fatto nel recente passato. E fu una fortuna.
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Il naturale epilogo di tutto fu la nascita della casa discografica SAR Records, di cui Cooke fu il proprietario. Gli albori della carriera di Sam sono tutto un percorso artistico che iniziò dal gruppo di musica popolare e gospel, The Soul Stirrers, attivi fin dal 1926 e tra i quali si annoverano nomi importanti nel panorama pop di quegli anni, come Willy Rogers, Jonnhie Taylor, Paul Fosters e Lou Rawls. Con questi ultimi Cooke lavorò a fasi alterne per tutto l’arco della sua carriera, compresi i più fedeli: LeRoy Crume, René Hall, Clifton White.

Parte delle hits di Cooke negli anni a venire furono ispirate a quel tipo di gospel, ma ben presto subirono un mutamento radicale, volgendo verso una mescolanza di generi e influenze popolari che lo portarono a mettersi in proprio e costituirsi un suo gruppo. Che in realtà non troverà mai un assetto definitivo, anzi, Sam Cooke cantò assieme a un variegato numero di musicisti che elencarli tutti servirebbero tre pagine folte di inchiostro.

Quello che prediligeva era una cura attentissima ai particolari di arrangiamento e di amalgama dell’orchestra che lo accompagnava. Tipici del doo Wop e anche in parte di Rock&Roll e R&B erano le voci di controcanto, con toni che imitavano le corde di contrabbasso. Ma le sue formazioni variano da semplici background vocals, come in Jesus Gave Me Water, forse il più gospel di tutti i suoi componimenti cantato a cappella da Sam e dal resto del coro, a una moltitudine di artisti arroccati ai loro strumenti, come in Nothing Can Change This Love, dove è quasi impossibile riuscire a riconoscere un trombettista o un violinista dall’altro.

Prerogativa numero uno di questo artista era l’osservazione. Ecco cosa faceva Sam Cooke. Everybody Loves To Cha Cha Cha nacque proprio da una festa di compleanno in cui Sam Cooke, seduto fuori al giardino, ascoltò dei bambini cantare in circolo questo ingenuo jingle. Tornato a casa Sam mise mano al suo personale songbook e scrisse il testo che poi divenne un tormentone. La sua passione nello scrivere testi trovò fin da quando era piccino la sua realizzazione allorché gli fu regalato dal suo amico e cantante J.W. Alexander un libro su cui studiare le regole base della composizione musicale.

La musica di Cooke era giovanile, di una freschezza che in r&b e doo wop non si era sentita prima. E ascoltando i suoi brani emerge subito, al primo ascolto, una voce cristallina, pura e allo stesso tempo tagliente. La pensava così il vice presidente della Athlantic Records, Jerry Wexler, che almeno per due volte provò a scritturare Cooke con la prestigiosissima casa discografica. «Appena lo ascoltai non ebbi alcuni dubbio: non avevo mai sentito una voce così bella», disse Wexler.
ImmagineUna cura pedissequa per lo stile e la melodia, sempre attento alla mescolanza di generi, di cui certo il gospel e il soul svolgono un ruolo di primo piano. Questo era Sam Cooke. Scandagliando nella rosa degli avvenimenti che segnarono il suo percorso musicale, sicuramente va annoverato un viaggio, che lui si trovò a intraprendere assieme al suo fratello più grande, Charles.

«Stavamo percorrendo l’autostrada, quando vedemmo un gruppo di lavoratori operare in una sorta di catena umana», riferì Charles Cook qualche anno dopo, quando gli venne chiesto un ricordo di quell’evento.

«Gli operai ci chiesero una sigaretta. Noi, arrivati in fondo alla strada, comperammo due scatoloni di sigarette, tornammo indietro, chiedemmo il permesso al loro capo e glieli regalammo. Questo evento segnò molto Sam che mi disse che ci sarebbe venuta una bellissima canzone». E tornato a Chicago Sam Cooke scrisse Chain Gang.
You Send Me, Cupid, (What A) Wonderful World, Sugar Dumpling, Twistin’ The Night Away, Shake. Tutti titoli che proiettarono Cooke nell’olimpo della musica internazionale.

Di lì a poco però il doo wop cedette il passo al più giovanile rock&roll. Alcune sonorità andavano per forza riviste. E Cooke non esitò a confrontarsi né con il r&r, di cui diede un bel esempio con la country Tennessee Waltz, né con il blues che, date le sue origini, evidentemente non trovò difficoltà ad assimilare. Lo si può desumere da brani come Little Red Rooster, ma anche dalla splendida Bring It On Home To Me, tre anni dopo riproposta in chiave rock dal gruppo britannico degli Animals.

Da buon nero, e ormai anche famoso, Cooke si spese molto anche per denunciare al mondo cosa accadeva nell’America segregazionista. Una volta, dopo aver ascoltato Blowing In The Wind di Bob Dylan, decise anch’esso che era giunto il momento di parlare al mondo, di far capire che le cose stavano male ma potevano di certo cambiare. «Change», cambiamento appunto, una parola che al black power è sempre piaciuta, da Marthin Luther King a Malcolm X. Obama ci ha vinto di recente una campagna presidenziale.

Una tempesta di amore per il prossimo, per la gente di qualsiasi razza e colore che lottava per una vita migliore, da ciò scaturì una delle pagine più belle e vissute della carriera di Cooke, A Change Is Gonna Come, che venne anche inserita nel film Malcolm X di Spike Lee.
Inutile citare tutti i premi che Sam Cooke si vide assegnati, anche dopo la sua morte.

Ciò che più di qualsiasi premio potrà gratificare nei giorni a venire l’animo di questo talento della musica, saranno senz’altro le tantissime citazioni o cover che lui e le sue canzoni hanno vissuto nel tempo. Oltre a strali di artisti che da tutto il mondo, mettendo un lp del reverendo, avranno pensato che in fondo, si può parlare di teenagers e amore anche senza cadere nel banale. Andrebbe consigliato a tanti artisti di oggi, figli di Mtv, cui la parola Love sembra essere il più facile passpartout per raggiungere il successo.

Ascolti raccomandati: Sam Cooke Portrait Of A Legend 1951-1964. (Abkco, 2003).

Sidistef

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2 Risposte to “Sam Cooke – La leggenda del gospel”

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  1. The Lou Rawls Show With Duke Ellington (1970) « The Book Of Saturday - novembre 24, 2010

    […] voce di Rawls, che a dire il vero non conoscevo, e che poi scopro esser stato compagno di scuola di Sam Cooke, che invece conosco benissimo. Anzi, con il reverendo cantò per un periodo nello stesso gruppo, i […]

  2. The Nutmegs – Story Untold (1955) « The Book Of Saturday - dicembre 31, 2010

    […] già affrontato il gospel con il reverendo Sam Cooke, ma in quegli stessi anni, se non prima – parliamo dei mitici e irraggiungibili Fifties […]

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