EXTRA|Il post-rock e le sue (non) origini

15 Apr

Generi e subgeneri: l’onomastica musicale si confronta con la realtà dei suoni

Volevo sondare il terreno e scoprire il significato profondo del termine post-rock, del suo perché e del perché un genere così di rottura venga spesso assimilato a qualsiasi cosa non suoni come un cliché.

Avevo preso ad oggetto l’album omonimo dei Tortoise, loro primo (capo)lavoro, uscito nel 1994. Eppure non mi ero accorto che, secondo molte recensioni, stavo proprio ascoltando la gemma che ha dato l’alba a questo genere musicale. Etichetta che poi gli stessi, nei primi anni del nuovo millennio si affrettarono a rifiutare.

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Ma la nascita di un genere è spesso contesa da più artisti, precursori, presunti innovatori inconsapevoli. E così accade che per esempio un certo Chris Jackson (assiduo recensore su SptutnikMusic.com), nel 2006 rimase senza parole quando ascoltò per la prima volta It’s My Life dei Talk Talk, anch’essi considerati da tanti come i capostipiti del post-rock, cui l’album in questione probabilmente gli venne consigliato da un qualche sapientone che lo venerava come il nuovo Sgt. Peppers. Jackson però non aveva fatto i conti con «tastiere e sonorità completamente anni ’80», niente di nuovo, anzi, «molto disappunto», disse. Poi, andando avanti con le tracce si rese conto che al massimo poteva considerarsi un «buon album di new wave». Che confusione!

Se per post-rock invece intendiamo Tortoise, allora è più facile spiegare di cosa si tratta, ma i guai arrivano dopo averlo fatto. Intanto iniziamo: ambienti soffusi, mascherati da una coltre di suono in sottofondo, fisarmoniche, rulli di batteria in contro tempo, una linea di basso continua, perpetua, che non si ferma mai, vibrafoni che imitano i suoni della natura (per questo spesso il genere è associato alla musica new age), il tutto correlato da una passione sfrenata per l’elettronica e il kraut-rock, ma soprattutto per il jazz e per tutto quanto possa portare al suo superamento.

Dunque, se le cose stanno così, questo presunto nuovo genere di musica, il post-rock appunto, sarebbe nato dagli scantinati di Chicago a metà degli anni ’90, dove McEntire, McCombs, Herndon e Brown, alcuni di essi membri, in precedenza, di formazioni post-punk (ancora con questo “post”…), hanno iniziato a produrre assieme materiale “diverso” per l’etichetta Thrill Jockey.
Ma come ha proferito qualcun altro, parlare di musica chicagoana potrebbe essere troppo. Proviamo ad andare oltre e inserire allora l’opera in un più alto girone musicale.

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Partendo dall’assurto che di post-rock il secondo termine appare eccessivo e fuori luogo laddove venga messo in rapporto con le sue radici storiche. Qui Bob Dylan, Woody Guthrie, Bill Haley, Chuck Berry, Yardbirds, non c’entrano nulla. Se poi si considera l’intento degli stessi Tortoise, avvicinarsi al jazz senza toccarlo, allora ci siamo quasi. Però c’è da dire che per ritmiche, tempi, scale, di jazz (anche il più di avanguardia) c’è veramente poco. Ecco che allora capiremmo come si riesce a concepire un genere nuovo. E che nome gli diamo?

I più acuti (ma anche pigri) dissero «post-rock», e post-rock fu. Ma se si fosse svegliato un giorno uno di questi ben pensanti scrivendo «post-jazz» su qualche magazine, forse nessuno se ne sarebbe accorto. Eppure il rock è stato preso in considerazione forse solo perché ancora poco contaminato di sottogeneri, fino a quel momento, rispetto al suo cugino maggiore. Quindi stiamo in una linea sottilissima che si pone a metà strada tra il primo e il secondo, più vicina al primo, al più giovane, a quello meno sacralizzato, meno colto e più disposto a subirne la revisione, un’altra.

Chi era il benpensante non ci vuole molto a saperlo, basta una piccola ricerca sulla rete e ci si imbatte nel nome di Simon Reynolds, che sulla rivista The Wire coniò la paorla composta post-rock per definire gruppi come Stereolab, Disco Inferno, Pram. Correva l’anno 1994.

Ma Reynolds è forse l’unico a non avere colpa della deriva che la sua “invenzione” ha preso negli anni, perché effettivamente la musica di questi gruppi rispecchia molto chiaramente l’intento di andare oltre il rock, scavalcandolo con l’uso di tastiere e sintetizzatori suonati in un modo ritmico talmente ripetitivo che Brian Eno potrebbe citarli per danni morali. Dunque il termine potrebbe essere stato usato in forma dispregiativa (ma questa è una mia opinione).

Da lì al completo stravolgimento fino a racchiudere gruppi tra i più geniali e artistici il passo fu breve. Sempre in riferimento a Tortoise, alcuni (leggi Piero Scaruffi nella traduzione inglese) parlano di esperimenti nel dub, altri di reggae. Ora, ci sarebbe da chiedersi cosa sia veramente il dub. Quello degli Asian Dub Foundation, quello degli UB40 o quello mescolato al punk-rock che i Clash proposero con il triplo album Sandinista!, nel 1980? Non noto molto di dub nel post-rock delle origini, né tanto meno in quello dei Tortoise, comunque, sta di fatto che da quel momento (1994) in poi, post-rock è stato tutto e il contrario di tutto.

In molti tra i gruppi etichettati nel genere hanno iniziato a venire considerati in base alla loro casa discografica, che non per le sonorità. Ne è uscito fuori un grande caos che oggi, nel tentativo di mettere ordine nel marasma del “post” assimila, sotto la targa di indie rock, band distanti tra loro anni luce. Ecco perché sono contrario anche a questo termine e credo che non debba mai essere usato.

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Oggi l’eredità è stata raccolta da gruppi come Explosions In The Sky, Mogwai, solo per citarne alcuni, allo stesso modo considerati indie e post-rock. Come spesso accade la musica va di pari passo con le tendenze, le mode del momento, gli stili di vita. Dunque ecco una breve rassegna del modus operandi del fruitore medio di rock contemporaneo, o meglio il “post-fruitore”: «blogger che “chattano” riguardo ai più recenti successi, giovani rockettari che comperano maglie vintage di gruppi metal, tutti parlano di dance-music, compresi i punk» (Nitsuh Abebe, The Lost Generation, 2005). Questa è la nuova frontiera del rock, o almeno, quella commerciale. Dove però Tortoise, Don Caballero e altri non trovano grande riscontro. Quindi succede che queste formazioni, che comunque continuano a sfornare musica ancora buona per le orecchie, esulano verso nuovi tipi di ascoltatori.

Penso che nessuno riesca a comprendere la buona musica, a esclusione della classica, come gli appassionati di progressive rock. Il termine deriva appunto da un genere di musica più avanzato, erudito, colto, rispetto al semplice Rock, progredito o progressistico appunto. Laddove l’amante del prog si toglie per un momento la veste di colto sapientone e si “abbassa” a stili più marcatamente popolari e minimalisti, credo che sia la miglior cartina tornasole per vagliare lo stato di qualità di un’opera. Scorgiamo, così, tra le recensioni del più vasto e completo archivio di musica prog, Progarchives.com, anche le recensioni dei Tortoise.

Niente di sorprendente se non fosse che ben il 44% degli utenti (che si presume soprattutto fanatici del prog e dei suoi derivati) consideri l’album omonimo del gruppo di Chicago «An excellent addition to any prog rock music collection», l’11% lo vede addirittura «Essential: a masterpiece of progressive rock music». Con Beacons Of Ancestorship (2009) le percentuali salgono leggermente, se si passa a Standards (2001) volano rispettivamente al 60% e al 20%. Non per essere profano, ma Nursery Crime dei Genesis non arriva a cotanto consenso.

Lo stesso accade con i Nirvana, considerati, e non a torto, la morte del rock moderno e la nascita di quello contemporaneo. Su Progarchives però non c’è traccia dei Nirvana, se non di un gruppo che porta lo stesso nome di Cobain e soci, ma che invece trattasi di una band proto-prog degli anni ’60. Quanto detto spiegherebbe l’errore in cui si incappa quando si parla di un genere senza averlo ben identificato, o meglio, quando si inventa un genere al momento in cui non ci si capacita entro cui inserire delle nuove sonorità. Le vittime, i gruppi in questione, finiscono in altri porti.

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Quando per esempio nel 1989 uscì l’album Tweez, degli Slint, si parlò come per i Tortoise di innovatori o addirittura di inventori di un nuovo genere. Ora di loro si dice: «Gli Slint, da Louisville, divennero famosi come il gruppo che diede i natali al post-rock – e ci risiamo! – Capaci di segnare un’epoca, senza forse neanche volerlo» (Wikipedia). Si parla di post-rock in termini di musica strumentale, chiunque ascolti Tweez, e ancor più Spiderland, del ’91, se renderà conto però che si tratta di hardcore, dove altroché se si canta, eccellentemente ma si canta, un hardcore completamente stravolto certo, ma anche molto lontano dalle sonorità e dai ritmi di cui abbiamo parlato fino ad ora.

Neanche lontanamente capace di competere con la complessità del jazz. Tutta un’altra complessità e costruzione, altri obiettivi, altre mete. Dunque, cosa penserebbero gruppi storici hardcore come Husker Du o Minutemen se li chiamassimo post-rock? Ma post cosa? Non potevano esserlo se sulla scena rock del ventennio ’70-’90 dovevano ancora affollarsi Motorhead, Dire Straits, Bruce Springsteen, Pearl Jam, Joy Division, U2, ecc.

Insomma, quanto più cerco di capire il post-rock, tanto più vado incontro a contraddizioni. In termini di legatura, per usare un gergo consono. Non è semplice assegnare un contesto degno di tal genere se non esiste ancora, questo è lo scotto che si paga quando si tenta da andare troppo in profondità con i sottogeneri. Consiglio: limitarsi ad ascoltare e se di buon gusto, prendere l’album e metterlo in collezione.

Sidistef

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5 Risposte to “EXTRA|Il post-rock e le sue (non) origini”

  1. Ares79 aprile 16, 2010 a 6:18 pm #

    Sbaglio o la seconda foto e’ la copertina di F#A# dei Godspeed You Black Emperor?
    Comunque a me danno sempre fastidio le etichette che vengono affibbiate ai gruppi…sembra che ci sia una gara a chi inventa il nome piu’ assurdo per definire un genere, e post-rock non e’ da meno: e’ esistito il pre-rock? e poi il rock? e una volta morto questo e’ nato il post-rock? per me non vuol dire nulla.

  2. Sidistef aprile 16, 2010 a 6:52 pm #

    Non sbagli Ares! E’ proprio lei! Gran bel gruppo, gran bel album. Tra l’altro una band che ho conosciuto poco tempo fa (c’è sempre tempo per imparare, no?!). Comunque sono d’accordo con te e il senso del post va proprio in quella direzione.

Trackbacks/Pingbacks

  1. EXTRA|Gli emo, la musica da cimitero e i pupazzetti « The Book Of Saturday - agosto 4, 2010

    […] qualcuno li ha etichettati indie e per me entrambe le cose non hanno più alcun senso. Ma sapete cosa ne penso su generi e sottogeneri. Tra il 2003 e il 2008 hanno portato la carretta i My Chemical Romance, un […]

  2. EXTRA|C’eravamo tanto amati « The Book Of Saturday - marzo 13, 2011

    […] Gli spunti sono molteplici e su tutti emerge chiarissima la disillusione verso un genere (il post-rock, sempre lui!) che non ha più chiari i limiti, stilistici e cronologici. Traspare l’odio […]

  3. EXTRA|L’Industrial del nuovo millennio « The Book Of Saturday - marzo 14, 2011

    […] un genere non può essere considerato “post” di qualcosa solo perché viene dopo, quindi che il post-rock non è mai esistito. Stavolta spero però di offrire ai lettori un quadro meno […]

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