Bo Diddley – Blues Collection n.5 (1993)

19 Apr

Artista/Gruppo: Bo Diddley
Titolo: Blues Collection n.5 – Jungle Music
Anno: 1993

Immagine

Coerente. Userei questa parola per aggettivare la scelta di mettere in testa a questa raccolta la canzone The Story Of Bo Diddley. Il perché mi sembra chiaro: in questo brano di apertura del quinto numero della Blues Collection, quello dedicato a Bo Diddley, è stato scelto il testo più emblematico dell’artista, ripreso anche dagli Animals ma in quel caso rivisto nelle liriche, quello in cui Bo si cimenta nel racconto della sua vita, dalla nascita al successo.

In realtà è l’incipit ideale di un cantastorie, di un ramingo della chitarra, che si appella al suo talento chitarristico per espletare alla storia della sua affermazione. Fatta appositamente per chi vuole capire chi è Bo Diddley. La nascita («I was born one night about twelve o’clock»), il primo contatto con un agente («Now, a man stepped out wit’ a long cigar. He said, ‘Sign this line and I can make you a star»), il primo ingaggio alla Chess Records («My first engagement was in Chicago»).

Le rime di Diddley sono ricercate, strappate al suono, decostruite, il tutto per raggiungere il tutto.

Chitarra lenta, corde strofinate, sdrucciole e il piano del brillante Otis Spann. Peccato che la registrazione venga sfumata laddove Bo inizia a citare frammenti di brano qua e la, in un crescendo ritmico fino ad arrivare alla frase conclusiva, vero tormento di tutto il testo: «I’m ‘an killa diller». Killer diller in slang americano significa “persona eccellente”, e in effetti l’ego del chitarrista emerge nitido in tutta la traccia.

Down Home Special inizia con un dialogo tra Diddley e una voce che sembra provenire dall’oltretomba, si avvolge in un I’m goin’ home che qualche anno più tardi Alvin Lee promuoverà con i suoi Ten Years After a Woodstock, per poi prendere una piega molto più lenta e ridondante, il flauto traverso nei framezzi imita il suono di una locomotiva, tema ricorrente che ricorda molto Traintime dei Cream.

In effetti ascoltare Bo Diddley è un esercizio di ripasso di tutto il rock seguito alla british invasion degli anni ’60. Diddley ne fu uno degli ispiratori più “derubati”. Spesso nel vero senso della parola, con una serie di incisioni che trasgredirono a più riprese i suoi diritti d’autore.

Lo stile. Quello di Bo è un Blues molto Rock. E non ha affatto torto Ezio Guaitamacchi, autore del testo I 100 dischi ideali per capire il rock, quando spiega che «per gli amanti del blues Bo Diddley era troppo rock & roll e per gli amanti del rock & roll Bo Diddley era troppo blues». Ecco forse perché Bo Diddley va considerato un precursore.

In Little Girl, altro grande pezzo del chitarrista dalle chitarre rettangolari, si percepisce questa commistione di generi, dove chitarra solista e armonica rispettano i canoni blues, ma quando Bo canta lo fa rispettando i dettami di una freschezza molto R&R. Del suo forte legame con se stesso abbiamo detto, ma per chi non lo avesse ancora carpito, ecco allora Bo Diddley e Hey, Bo Diddley. Quando uno inserisce il suo nome in un titolo significa che se la sente e basta.

Le pennate sulle corde di questa canzone, assieme a qualche solo, credo che abbiano potuto ispirare anche artisti come Lou Reed e Iggy Pop, specie quello di The Passanger. Giri allo spasimo anche in You Don’t Love Me, acuti, chiasso, clima festiaolo, boogie woogie pianistici da assordare. Stiamo parlando di uno dei più grandi di tutti i tempi, perché piacevole in qualsiasi situazione e in qualsiasi circostanza mai fuori posto. La sua voce è greve, metallica, sicura, spesso ironica, burlesca.

Diddy Wah Diddy è invece l’esaltazione dell’incastro, il tema non è dei più originali, anche un alieno capirebbe che si tratta di Bo. E si passa a Pretty Thing. Semplicemente il brano preso ad oggetto di studio (quasi venerato) da gruppi come Cream, Yardbirds e, non ultimi, gli stessi Pretty Things che lo assunsero anche come nome del gruppo. Splendido il giro di armonica centrale e finale.

In Bring It To Jerome c’è un duetto con Jerome Green, autore del testo. Green è semplicemente le maracas in tutti i brani di Diddley, le si percepiscono, ma ci si accorge veramente della loro importanza quando si arriva a questa traccia. Non per altro perché, con un pizzico di curiosità gli si da anche un nome. E che dire di Who Do You Love? Scritta nel 1956 da Bo Diddley, divenne un tormentone sia negli States che in Gran Bretagna. Rifatta anch’essa da una schiera di proseliti.

Spesso in quegli anni la cover superava l’originale, in questo caso non è avvenuto tutto ciò. Quando parlavo di fusioni mi riferivo a brani di Diddley come Crackin’ Up. Sembra che lui, appena firmato il contratto con la Chess Records, passasse le ore intere a rubare spunti ai cantanti doo wop della sua scuderia. Questa traccia ne è un esempio. Amo le ritmiche di I Am Looking For A Woman, quei ta-ta-ta-tatatata-tatatatata…

Cops & Robbers sembra più una cover di Jerry Lee Lewis, per interpretazione, la classica parlata altalenante, ubriacata, del pianista bianco. Ma credo che Bob Dylan l’avrà ascoltata anche sul water.

Nursery Rhyme è un’altra perla, ma preferirei spendere queste ultime righe sui tre brani di chiusura della raccolta. Tra i più alti per genio creativo, originalità e influenza apportata nella storia del rock. You Can’t Judge A Book By Its Cover: voce impostata, da grande vocalist di colore, stile Muddy Waters, acuti come Little Richard, bella melodia, un inno alla libertà che di lì sarebbe sbocciata: non si può giudicare un libro dalla copertina. Lasciateci fare, sembra ammonire il fratello nero.

Per la cronaca, l’unica vera, alta, performance di eguale grandezza di questo brano fu degli Yardbirds, che cambiarono leggermente il titolo. Before You Accuse Me è un blues liscio, con chiusura liscia, tutto secondo i piani, liscio insomma. Ma nella sua regolarità viene trasgredita qualsiasi regola, dal modo di cantare alle note completamente stonate, è arte.

Stavolta è Diddley che depreda R. Johnson, a sua volta depredato da Clapton, ma che fa? Tutte e tre sono belle e meritano di essere ascoltate e ascoltate. La chiusura di questa breve panoramica su uno dei miei musicisti-cantanti preferiti è affidata a Say Man, da molti considerato il primo brano in proto-rap. Anche se di recente si è fatto avanti Celentano (vedi la sezione è successo anche questo…).

Sto prendendo seriamente l’analisi delle Blues Collection. Questo numero 5 è uno dei meglio assortiti. Molte delle raccolte di questo artista sono più complesse, fatte almeno di un doppio, triplo album. Dire che qui è contenuto il meglio è opinabile, sempre. Ma almeno c’è l’essenziale in un solo album. Buone le registrazioni (ce ne sono anche di superiori, certo) e la sequenza dei brani. Avevo superato il 7 per tutte le Blues Collection passate. Oggi con Bo Diddley adopero un ripensamento abbassando il voto, non perché inferiore alle raccolte che lo hanno preceduto (anzi!) ma semplicemente perché credo che dare più di 7 a un best of, neanche ufficiale, che offre solo una panoramica a tutto campo, è riduttivo. Riconosco piuttosto che i voti pomposi dei mesi passati erano forse dovuti al rispetto verso una collezione davvero grandiosa per vastità. Infatti mi sorprende soprattutto quando promuove artisti blues sconosciuti ai più. Questo non può dirsi di Bo, che merita veramente la lode ma non in questa sede e dunque per me questo disco non va oltre il 6,5, non lo può fare. E Bo me ne sarebbe riconoscente.

Tracks:

1 The Story Of Bo Diddley
2 Down Home Special
3 Little Girl
4 Bo Diddley (1955 Version (Mono))
5 You Don’t Love Me
6 Diddy Wah Diddy
7 Pretty Thing
8 Bring It To Jerome
9 Dancing Girl
10 Who Do You Love
11 Crackin’ Up
12 I Am Looking for a Woman
13 Cops & Robbers
14 Nursery Rhyme
15 Hey! Bo Diddley
16 You Can’t Judge a Book by the Cover
17 Before You Accuse Me
18 Say Man

Probabile formazione:

Bo Diddley – vocal & guitar, Jerome Green – maracas
Otis Spann – piano, Clifton James – drums, backing
chorus

Sidistef

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Una Risposta to “Bo Diddley – Blues Collection n.5 (1993)”

Trackbacks/Pingbacks

  1. Louis Armstrong – La Vie En Rose (2000) « The Book Of Saturday - giugno 1, 2010

    […] andrebbe fatta una recensione sulla raccolta complessiva, che io non posseggo per intero. Poi mi ero già prestabilito di non dare un voto sull’intera collezione ma al singolo disco. Gli darei un bel 6. Perché […]

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