EXTRA|J&J, il ’68 e le lucertole del rock

17 Mag

Due personaggi che hanno fatto la storia del rock, che si sono conosciuti, che hanno anche suonato assieme. Due caratteri diversi, non opposti, stessa l’alchimia.

Jimi Hendrix e Jim Morrison, geni incontrollabili, istintivi, entrambi innovatori del rock, l’uno talento insuperabile con la chitarra, l’altro senza eguali nell’interpretazione, nell’invenzione di testi distorti, ispirati ai poeti maledetti, oltre al completo abbandonarsi dionisiaco nelle sue performance dal vivo.

Altro punto in comune: la fisicità nel suonare. Come Morrison prende la sua gola e la sacrifica al pubblico con acuti che stridono anche con i più moderni registratori hi-fi, così Hendrix vive di quel rapporto passionale con il suo strumento. E lo si sente da come impugna la sua Stratocaster: è come se la stritolasse attorno alle sue mani, con una potenza che neanche un marine in piena battaglia avrebbe osato chiedere al suo M40.


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Elmore James

Hendrix, il maniaco della perfezione, Morrison, l’istinto e la schizofrenia da prestazione. Li troviamo assieme in alcune (poche per la verità) esibizioni dal vivo, mai in studio, anche se il continuo andirvieni di musicisti che hanno inciso – anche solo una nota – con Hendrix, potrebbe indurre a sognare anche qualche piéce nascosta. Pochi, pochissimi, i loro duetti pubblicati. Tra questi, quattro, massimo cinque brani in cui un Morrison ubriaco (e chissà se anche sotto effetto di acidi), si esibisce in mugugni, grida e lamenti. Così nacque anche Morrison’s Lament.

Era il 7 marzo 1968, quando i due si incontrarono per caso allo Scene Club di New York, Hendrix era sul palco e invitò il cantante dei Doors ad accompagnarlo. Ne nacque una jam session che, dopo varie controversie legali relative ai diritti di autore, venne infine pubblicata, 26 anni dopo, sotto diversi titoli (Bleeding Heart o Woke Up This Morning And Find Myself Dead, i più noti).

Queste registrazioni, peraltro pessime quanto a qualità del suono (ma di grande rarità ed eccezionalità storica), ci testimoniano uno dei punti in comune tra i due, la passione per il blues. E per un artista in particolare, Elmore James, assoluto punto di riferimento per Hendrix. J e J si esibirono quel giorno in Bleeding Heart, un singolo di Elmore James uscito tre anni prima.

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La storica serata al Monterrey Festival (1967) in cui Hendrix bruciò la sua chitarra

I due presero poi strade parallele ma differenti. Hendrix continuò a fare blues mescolato a psichedelia ed elettricità fiammante, Morrison, invece, completamente assorbito dal fare del blues uno strumento per andare oltre e scandagliare i suoi più diversi lati, tornerà, con la sua band, ad omaggiare il blues del Delta soltanto negli ultimi suoi anni di vita, che coincidono con Morrison Hotel e L.A. Woman, in cui la cover Crawling King Snake (di John Lee Hooker) si pone a margine del percorso appena compiuto.

Tornando a quell’apparizione allo Scene Club, circa due mesi prima, si verificò un evento che intaccò profondamente l’indole di Hendrix. In una delle ultime date del tour postumo all’uscita di Are You Experienced?, il 4 gennaio ’68, il chitarrista di Seattle venne arrestato per i danni che arrecò a una camera di albergo di Stoccolma. Fu trovato dalla polizia svedese completamente sbronzo e in preda a isteria.

Era il segno che qualcosa stava cambiando nello stile di vita di quell’ex para, il quale fin da bimbo suonava R&B con il padre e che, prima di venire scoperto dal grande pubblico per quello stile chitarristico completamente anticonformista, si era costruito un nome suonando da session man per gruppi gospel e soul. Verrebbe da dire: dalla barba ogni mattina e il capello sistemato, alla formula “sesso, droga e rock & roll”, tanto abusata oggi, quanto invece vera matrice dell’essere artista all’epoca.

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Jim Morrison

Ecco, la faccia angelica di Morrison, quella da discolo scolaretto di Hendrix, entrambe con una matrice in comune, inconsapevole in quell’era, cercare di sfuggire ai cliché e prefigurare ciò che, anche grazie alla loro vena musicale, avrebbe cambiato la storia della musica e in parte quella dei libri scolastici. Piegare il 1968 in rapporto a questi due maestri, perché questo è l’anno X, in cui la protesta studentesca, dagli Stati Uniti, inizia a propagarsi in Europa.

Le connessioni con la musica sono più d’una, studenti e operai iniziano a scendere in piazza a braccetto, dalla Gran Bretagna, attraversando l’Oceano, parallelamente (e già da qualche anno prima) si assiste a un connubio di influenze reciproche tra musicisti inglesi che approdano negli States ad apprendere lo stile del Delta e musicisti statunitensi che cavalcano le scene della Londra underground a seguito della British invasion.

Hendrix sarà tra questi, quando approdò a Londra per formare la Experience Band. Ecco, il 1968 è l’anno zero della storia del secondo Novecento e di quella del rock in particolare: dai diritti delle classi disagiate, alla rivoluzione sonora che accompagnò le generazioni di giovani dell’epoca.

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Un giovane Hendrix (1965)

Beatles e Rolling Stones fanno ancora impazzire. In quello stesso anno, se i paggetti di Liverpool uscivano con uno dei loro più compiuti capolavori, White Album (o più semplicemente The Beatles), ancor più di impeto sarà Beggars Banquet, delle “pietre rotolanti”, un contenitore di blues reinterpretato in chiave moderna (per l’epoca) con brani di estrema vitalità e impatto sulle generazioni giovanili, tra cui spicca sicuramente Sympathy for the devil. La ribellione entrava a pieno diritto in temi che fino ad allora erano veri tabù, come la religione.


Woodstock (1969)

Qualcosa di più grande, tuttavia, stava per affacciarsi nel panorama rock e Hendrix e Morrison furono tra i più prolifici e meglio riusciti esempi del genere. Da mettere in rapporto anche per la fatale e ormai famosissima coincidenza relativa all’età in cui morirono, entrambi a 27 anni, come del resto Janis Joplin, così come Robert Johnson (e allora si parla di “Club dei 27”, o meglio “J27”, per via dell’angusta lettera presente in tutti i nomi dei deceduti in questione), stesso destino maledetto, più tardi, spetterà a Kurt Cobain.

Jimi Hendrix lavorerà sempre sotto l’egida del suono, una barriera che lui riesce a oltrepassare, distorcendo le note a suo piacimento. L’anno successivo, a Woodstock, la sua interpretazione dell’inno americano Star Spangled Banner, completamente stravolta e plasmata sulle sei corde di una distortissima Fender, lascerà a bocca aperta le centinaia di ragazzi che decisero di restare sotto il palco piuttosto che incamminarsi sulla via del ritorno.

Quell’inno, lo stemma degli Stati Uniti assieme alla tanto osannata Costituzione, in quel modo suonava tanto come un vero atto di protesta, verso i propri padri, verso la gerontocrazia di quei giorni, soprattutto verso il governo, ancora impantanato tra la guerra in Vietnam e le proteste di King e Malcolm X sui diritti razziali.

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I Doors

Il 1968 vede impegnato Hendrix nel lavoro, forse, più complesso e meglio riuscito per quello a cui lui stesso ambiva: Electric Ladyland. Fu l’ultimo album suonato con la formazione della Experience, perché subito dopo avvenne la fatale rottura con il bassista Noel Redding, a causa del carattere intransigente e maniacale di Hendrix.

Ancor prima della fine di quella storica formazione, un fatto che cambiò da lì fino alla sua morte il prodotto artistico del chitarrista: l’allontanamento del suo storico produttore, Chass Chandler, già bassista degli Animals, colui che lo portò alla ribalta (grazie anche all’intercessione della moglie di Keith Richards), il quale, fino a quel momento, aveva vincolato Hendrix a concepire i suoi brani in formati standard per i 45 giri, che non oltrepassassero i 4-5 minuti l’uno.

Le ragioni commerciali avevano iniziato a infastidire non poco Hendrix che con Electric Ladyland si svincolò definitivamente dai canoni radiofonici. I Doors lo avevano già fatto da circa un anno, con l’uscita dell’album omonimo, la cui ultima traccia, The End, sfiora i dodici minuti di lunghezza. Quella è anche la traccia scelta da F.F. Coppola come l’ideale punto di partenza di Apocalypse Now.


La copertina del bootleg Bleeding Heart

Nel luglio del ’68 esce poi il terzo album dei Doors, Waiting For The Sun, inciso negli studi di Hollywood tra febbraio e maggio. Quello è anche il periodo in cui Morrison e compagni accettano di diventare protagonisti di loro stessi, in un film che prenderà il nome di Feast Of Friends.

Era un momento prolifico per i Doors, le vendite andavano bene, il gruppo era spesso impegnato in tournée in giro per il mondo (quello fu l’anno del primo tour in Europa). Sarà anche l’avvio di quella parabola discendente per la vita irrequieta del cantante, che di lì a poco avrebbe conosciuto la dipendenza da alcol e droga, fino alla sua imminente morte.

Questo è anche il momento in cui, probabilmente, Jim Morrison comprende la sua predilezione ad affermare l’immagine di lui come frontmen e leader carismatico del gruppo. «I’m the lizard king, I can do anything», sono dei versi compresi in Not to touch the Earth, presente nell’album Waiting For The Sun. Per la prima volta Morrison comunica al mondo intero che lui e solo lui può essere il Re Lucertola.

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Frank Zappa

Il 1968 rappresenta veramente l’anno in cui più di tutti si sono poste le radici (e che radici!) per la nascita e lo sviluppo dei più vari filoni musicali successivi. Del ’68 sono anche: Wheels Of Fire dei Creem, In-A-Gadda-Da-Vida degli Iron Butterfly, gli omonimi di Fleetwood Mac e Steppenwolf, Undead dei Ten Years After, anch’essi presenti a Woodstock l’anno dopo e infine Electric Mud di Muddy Waters.

Quest’ultimo ebbe un seguito particolare nelle preferenze di Hendrix, basti pensare che neanche un anno dopo l’uscita di questo disco, Hendrix si affrettava a registrare una sua versione di Mannish Boy che oggi troviamo nel disco Blues, una personale rivisitazione che non aveva nulla da invidiare all’originale. Ed era un fatto che il chitarrista fosse bravo tanto nei suoi originali quanto nelle rielaborazioni di cover. All Along The Watchtower ne è l’esempio vivido.

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Hendrix e Randy California, con la copertina dell’album Spirit

In quell’anno Muddy Waters era alle prese con la Super Blues Band (con Howlin’ Wolf e Bo Diddley) e parallelamente uscì anche l’omonimo degli Spirit, il gruppo in cui si esibiva Randy California, un giovane e geniale chitarrista che un paio di anni prima aveva sfiorato l’ingresso nella Experience Band. Infine, nel settembre ’68, usciva We’re Only In It For The Money, dei Mothers Of Invention, il gruppo di Frank Zappa.

Invadendo lo spazio della psichedelia si sarebbe potuto citare anche A Saucerful Of Secrets dei Pink Floyd (e chissà quanti altri lavori del genere), anch’esso pubblicato quell’anno. Ma è il quarto album di Zappa (il terzo se togliamo Lumpy Gravy, suo primo lavoro da solista) a colpire maggiormente, perché questo signore ebbe una notevole influenza su Hendrix e sul suo modo di concepire i suoni.

Legenda vuole che sia stato proprio Zappa a suggerire a Hendrix l’utilizzo di una nuova diavoleria tecnologica, che caratterizzerà per sempre il sound hendrixiano. «Prova con il wah-wah e senti che differenza», sembra sia stato, in soldoni, il consiglio dell’eclettico Frankie. Un motivo in più per considerare Zappa il vero «man behind the scene» di allora, senza il quale tante conquiste avrebbero tardato di molto a fare la loro comparsa sui palchi scenici.

Sidistef

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4 Risposte to “EXTRA|J&J, il ’68 e le lucertole del rock”

  1. foxtrot maggio 17, 2010 a 2:40 pm #

    Cosa darei per poter dire di aver visto almeno in una occasione all’opera questi due geni della Musica…innovatori ognuno a modo proprio e legati da una vena creativa interminabile…in grado di assorbire a fondo lo spirito che aleggiava in quegli anni e trasformarlo in inni alla pace e all’amore…

    Bellissimo approfondimento…complimenti!!

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