EXTRA|Nascita e tramonto di un’era. Viaggio nello swing

20 Mag

Dagli albori degli anni ’30, lungo tutti i Fifties, sono praticamente 30 anni. Quante cose sono cambiate in quei trent’anni, quando si iniziava a parlare di swing, fino al suo naturale declino, dal secondo dopoguerra al consolidamento della guerra fredda, alla nascita del bop e del rock and roll. 30 anni: 1930-1960. Quanti ne può vantare un genere musicale invecchiato, in parte avariato, soppiantato da un jazz che nella seconda parte del Novecento ha conosciuto percorsi variegati e maggiormente fecondi, ma allo stesso modo comunque geniale. Swing, dunque. Lo ripeterò mille volte, perché estetico, perché suona bene, semplicemente perché è la base del moderno jazz, i suoi antipodi e il suo antesignano allo stesso tempo.

C’era solo quella, di musica, allora? No. Ma il jazz andava per la maggiore, il blues teneva il passo ma con affanno. Non è un caso che la maggior parte delle colonne sonore dei film di allora erano tutte arrangiate da orchestre jazz. Swing, per la precisione. Una storia di uomini, di pubblico, di affari, tra gangster e locali all’ultimo grido. Tre città, un crocevia: New York, Kansas City e Los Angeles. L’America paradiso e crogiuolo di immigrati da ogni parte del mondo, il New Deal di Roosevelt, la bomba atomica e il primo grande freddo con l’Urss. Una parabola che ci porta a ridosso di cambiamenti profondi di mentalità, poco dopo arrivarono i Beatles. E Charlie Parker era ormai roba da intenditori, roba alta, “da vecchi” dicevano i giovani del popolo.

Lo swing ha segnato un’epoca, lo ha fatto con i suoi pregi e i suoi difetti. Lo ha fatto attraversando le mode del momento, affermandosi tra le due sponde dell’Oceano, le più ricettive, l’America da un lato, l’Inghilterra (e in parte la Francia) dall’altro. Lo “swing mode” ha segnato l’avanzata della musica all’interno del contesto sociale di alto grido. Lo ha fatto influenzando i gusti dei musicisti, a loro volta condizionati dal gusto di chi li andava a seguire da vicino, della gente amante della musica, di quel tipo di musica e basta.

E quando negli anni ’50, alla 52ª strada di New York c’era qualcuno che stava già provando a cambiare le regole, fino a sovvertirle del tutto, quando i boppisti, al secolo i vari Charlie Parker, Dizzy Gillespie, Charles Mingus, si iniziavano a ribellare alle mode, ai cliché, agli stereotipi ormai datati dello swing, l’ultima ala, quella forte, quella delle ultime big band alla Dorsey, ancora continuavano a guardare al passato, anche un po’ malinconicamente, ma con “swing”, sempre, per l’appunto.

Un'immagine della 52ª strada a New York

Perché «It don’t mean a thing (if it ain’t got that swing)», cioè: «Non significa nulla (se non c’è quello swing)». Cantavano le tantissime splendide ugole di quelle ladies (e non solo) che deliziavano le platee con la compiacenza di chi guardava avanti senza rendersi conto che là fuori, abbandonati i bianchissimi tetti dei clubs, gli stucchi dei teatri, c’era chi combatteva la più sanguinosa ed efferata guerra della storia umana.

È per questo che in molti ancora si domandano oggi quale fosse il volano di cotanta indifferenza, come potesse coincidere, in un periodo così atroce della nostra esistenza, una musica così allegra, scanzonata, in una parola: così spensierata. Una risposta potrebbe essere politica e cioè, che quello era il modo migliore per distogliere l’attenzione da ciò che stava devastando il mondo. Le guerre si fanno sempre con l’appoggio del popolo, che poi è quello che scende in campo al momento di stringere i fucili e partire. E allora diamogli un po’ di swing, partiranno più allegri.

Ma questa è solo una faccia della medaglia, quella brutta, scolorita e anche piuttosto revisionista, che nella musica sarebbe sempre meglio evitare di prendere in considerazione. Perché c’è l’altro lato, quello che ci testimonia quanto quell’epoca sia stata fertile dal punto di vista della perfezione del suono, della conoscenza degli strumenti, della nascita di nuove contaminazioni e generi. In pratica è da qui che parte la storia del jazz. Certo, qualcuno obietterà che già Louis Armstrong, da ormai un decennio aveva scritto i nuovi canoni del jazz.

Un'orchestrina Jazz

Tutto giusto, ma poi sarà lo stesso Satchmo a condividere le sue conquiste, da New Orleans a New York e Kansas City. Arriverà fino a Los Angeles, a Hollywood e quello non è più l’Armstrong che conoscevamo, tra gli Hot Five e gli Hot Seven. Anzi, sarà lui, più di ogni altro, a cavalcare sempre più l’onda del jet set, delle hits, a confrontarsi con generi e mode diversi e sempre all’avanguardia, fino addirittura a prestare la sua originalissima voce alle colonne sonore dei film Disney.

E chi erano gli eroi di quei tempi? Da che nasce lo swing? Da chi? Quale l’evento? Quale l’occasione? Difficile a dirsi. C’è qualche indizio, qualche data, ma sono tutte, troppo generiche e suscettibili di critica. È opinione diffusa, comunque, che lo swing esistesse già negli anni ’20. Ad ascoltarlo oggi, quel modo di suonare, sarebbe come dire che i Blue Cheer suonavano già heavy metal. C’era qualcosa, ma ancora molto confuso, soprattutto nella suddivisione degli strumenti, nell’orchestrazione.

Dunque, è ormai riconosciuto, o per meglio dire, piace riconoscere, che la nascita della cosiddetta “swing era” è da far coincidere con un evento in particolare: il concerto tenutosi al Carnegie Hall, nella 7th Avenue di New York, il 16 gennaio del 1938. A suonare era la Benny Goodman’s Orchestra, tra cui spiccavano i nomi di tantissimi musicisti già affermati, oltre al clarinettista Benny Goodman, il batterista Gene Krupa, il pianista Teddy Wilson e altri che parteciparono in veste di special guests: Count Basie, Buck Clayton, Johnny Hodges e Lester Young, per esempio. Nella Goodman’s Orchestra c’era, dal 1936, anche Lionel Hampton, che lo stesso Goodman era andato ad ascoltare direttamente a Los Angeles.

La Benny Goodman's Orchestra durante il concerto tenutosi alla Carnegie Hall nel 1938

Hampton è famoso per tutta una serie di fattori. Innanzitutto per il fatto che, probabilmente, è stato il più grande vibrafonista della storia del jazz. E pensare che iniziò a suonare lo xilofono quasi per caso, quando, in sede di registrazione, Louis Armstrong gli chiese di iniziare a dare martellate su quelle lamelle che poi lo avrebbero reso così celebre, fino a sfondare con uno degli standard più amati dai jazzisti postumi, Fliyng Home. Le doti di Lionel però non si esaurivano lì. Fu anche un buon percussionista, ebbe una sua orchestra e, fatto non secondario, partecipò a quel famoso concerto del 1938. Che per fortuna fu registrato e ancora oggi ne esistono molteplici pubblicazioni.

Questo è un nodo cruciale per comprendere fino a che punto il jazz si stava spingendo. Quella era anche l’epoca in cui nascevano le Big Band, concetto fondamentale per comprendere lo swing. Orchestre che potevano arrivare a contare anche quaranta componenti. Dove vi era una specifica composizione della strumentistica, con 4 trombe, 4 tromboni, 2 sax alti, 2 sax tenori, un sax baritono, pianoforte, contrabbasso, batteria. Più raramente comparivano chitarre, altri tipi di percussioni e i clarinetti. Singolare la sorte di quest’ultimo strumento, che in anni precedenti aveva vissuto il suo apogeo, per poi vedersi scalzare la scena dal sassofono.

Di fronte all’enorme seguito di cui avevano goduto in un primo momento i musicisti di colore, saranno proprio gli artisti bianchi a capovolgere i favori, diventando veri e propri bandleader, altro termine cardine. Parallelamente si andava costituendo un binario in cui si inserivano esperienze in piccole band, formate da tre, quattro o cinque elementi. Era la nascita del mainstream, di cui anche in questo Goodman fu uno dei precursori, non l’unico tuttavia. Di lui comunque si ricordano diverse registrazioni con i cosiddetti “combos”, per l’appunto le orchestre a formato ridotto.

Tra queste, va citato il famoso trio, composto, nel 1935, dallo stesso Goodman, Gene Krupa e Teddy Wilson. Quest’ultimo pianista di straordinario talento, nonché dalle spiccate doti di arrangiatore, che gli garantirono la possibilità di ideare tra i pezzi meglio riusciti dalla voce di Billie Holiday, accompagnata dal sax di Lester Young.

Come detto, però, Goodman non fu l’unico protagonista della swing era e nemmeno il più geniale. Tanto che in molti, tra i critici, oggi si trovano ad adoperare un generale ripensamento sulle sue doti di musicista oltre che di bandleader, forse in modo eccessivamente ingeneroso. Sta di fatto che a partire da quella data, fino a tutti gli anni ’50, andrebbero menzionati talmente tanti musicisti che ci si potrebbe compilare un manuale di storia del jazz. Io mi limiterò a citarne alcuni, di quelli che hanno cavalcato quei quasi trent’anni di jazz.

La Carnegie Hall

Parlavamo di sassofoni, dunque come non citare Benny Carter, un maestro del sax alto. Dopo aver conosciuto gli esordi poco prima degli anni ’20, Carter sarà arrangiatore anche di Ellington e Henderson, per poi lasciare gli Usa per l’Inghilterra, dove, a Londra, diverrà bandleader dell’orchestra della Bbc. Tornerà negli States proprio nel ’38, l’anno “spartiacque” dello swing. Forse in questo periodo, più che in altri, Carter accantona per un po’ il jazz, per dedicarsi alle colonne sonore dei film, si trasferirà a Hollywood, per poi tornare al jazz solo a cavallo tra gli anni ’40 e ’50. Ma in quel momento ormai il jazz aveva conosciuto già l’ennesimo suo cambiamento di rotta.

Come dimenticare poi Little Jazz, al secolo Roy Eldridge. Lui più di altri è stato considerato l’anello di congiunzione tra le conquiste di Armstrong e il nascente bebop. Suonò anche nella band di Benny Goodman (come vedete c’è sempre lui di mezzo), oltre che in molte altre, compresa quella di Charles Mingus. Interessante il nome di Mingus, perché lui compare tra i precursori del bebop, cioè, tra quelli che, frustrati dalle trite e modaiole sonorità swing, cercarono di andare oltre. C’è un detto che dice: «qualsiasi cosa non è swing, è bebop». Ma quella è un’altra storia.

La storia dello swing si basa su tante piccole legende, aneddoti e c’è da ricordare che eravamo ancora in un periodo in cui regnavano le registrazioni dei singoli, quindi molto complesso appare l’ordine dei fattori, delle incisioni, sparse qua e là, spesso messe insieme solo attraverso l’arbitraria scelta delle etichette discografiche. E sempre postume ormai. Di Mingus aggiungiamo che lui, da meticcio preso di mira sia dai bianchi che dai neri, era per questo determinato ad emergere come il miglior contrabbassista al mondo. In parte ci riuscì.

Il pianista Teddy Wilson

Tra le storie ce n’è una simpatica che ci rivela anche quale fosse il grado di sfida tra i musicisti di allora. C’era infatti chi viveva la competizione in maniera piuttosto assillante. Si tratta di Lester Young. Legenda vuole, che la moglie di un musicista, che lo aveva ospitato per tanto tempo, spesso gli faceva ascoltare le incisioni di Coleman Hawkins, affinché egli imparasse a suonare il sassofono come lui. Hawkins era da tutti considerato il padre del sax jazz. Ma Lester, stava molto più avanti e dopo aver cavalcato per breve tempo la scena swing, già ragionava in termini di bop, vale a dire con sali e scendi e piroette di note, suonate a una velocità mai udita, con uno stile solista che lo contraddistinse per sempre.

Nel concerto del ’38 c’era anche Teddy Wilson, che, assieme ad altri artisti era uso confrontarsi con generi e stili differenti. Era costume di molti mescolare il jazz al blues, alla classica. Soprattutto il blues, con Billie Holiday, Ma Rainey e altre cantanti donne. E non è un caso che sono proprio le voci femminili di quel tempo ad esser dedite alla fusione dei due generi, ancora tanto vicini l’uno all’altro. Forse perché più della voce erano gli strumenti a dettare le nuove sonorità swing, mentre il cantato spesso si confondeva nelle scale e nella ritmica.

Ascoltare ancora oggi Bessie Smith è tanto piacevole quanto impossibile riuscire a capire di che genere si trattasse, se di jazz o di blues. E infatti viene sempre compresa nelle enciclopedie di entrambi i generi musicali. Dalla band di Ma Rainey, proviene uno di quegli artisti di difficile definizione, Oran “Hot Lips” Page. Che in piena swing era suonò nella Bennie Moten Orchestra, collaborò con Count Basie, Joe Turner, Chu Berry, Pearl Bailey, Teddy Wilson, Billie Holiday e altri ancora.

La band di Ma Raney. Il pianista sulla destra è Hot Lips Page

Come Armstrong, anche Duke Ellington merita approfondimenti a parte, per la sua importanza, per la sua influenza e per aver fatto da caposcuola a tanti musicisti degli anni a venire. Tra questi, per concludere, spicca il cornettista Rex Stewart, che entrò nella band del “Duca” nel 1934, incidendo moltissimi brani con lui, fino a lasciare la band per mettersi in proprio e viaggiare, lasciando l’America con il tour itinerante del Jazz At The Philarmonic, sempre in giro tra Europa e Australia.

Termina così il nostro viaggio nello swing. Un primo, crudo, assaggio di cosa potesse essere questo variegato mondo nel mondo. Ho cercato di raccontare storie in modo da poter citare anche i nomi dei protagonisti. Molti ne sono stati volutamente tralasciati, perché meriterebbero un discorso a parte. Ci torneremo, comunque.

Ho scelto i 30 anni che hanno visto lo swing definirsi, affermarsi, per poi decadere. In parte sono stati toccati artisti che hanno iniziato a suonare già prima dell’avvento degli anni ’30, altri che hanno continuato a suonare fino a ridosso degli anni Sessanta, cioè, quando ormai il jazz si era andato ritagliando da tempo un suo ruolo di nicchia, al cospetto del boom del rock and roll, fuori dai grandi eventi, rintanato nei piccoli locali, scantinati dalle atmosfere intrise di fumo, sapori di vino e luci soffuse.

Lionel Hampton e Benny Goodman

In fondo è così che oggi noi amiamo il jazz ed è così che noi ce lo immaginiamo suonato dai coetanei dei nostri nonni. Ma (questo era anche uno dei miei intenti) questo genere musicale, nato anch’esso dalle strade, dai neri che battevano sui bidoni, dai marciapiedi di New Orleans, ha però conosciuto i suoi momenti di gloria. Quell’anima vincente del jazz, «alla mode» per dirla alla Ian Anderson, tutto questo ha significato lo swing.

Sidistef

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7 Risposte to “EXTRA|Nascita e tramonto di un’era. Viaggio nello swing”

  1. foxtrot maggio 31, 2010 a 11:29 am #

    Ascolto le note e i ritmi del concerto di Goodman (e tutti gli altri grandi musicisti) alla Carnegie Hall del ’38 che ci hai ottimamente consigliato nel tuo bellissimo post…e intanto la mente approda involontariamente in epoche oramai dimenticate, si circonda di vite, situazioni, atmosfere, odori, colori e mondi ormai lontani anni luce dalla vita contemporanea…lontani anni luce dai suoni elettronici, ripetitivi e sconclusionati della musica che generalmente attrae le “persone normali” della mia età…e mi ritengo fortunato a saper apprezzare cose di questo genere, riuscendo a non fermarmi alle apparenze, ma raggiungendo la sostanza…

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