EXTRA|Incontriamoci a Woodstock. Nascita di un supergruppo

23 Mag

Erano le tre del mattino di lunedì 18 agosto, quando sul palco di Woodstock salirono gli yankees David Crosby e Stephen Stills, accompagnati dall’inglese Graham Nash e poco dopo raggiunti dal canadese Neil Young. Innanzi a loro poco più di 40 mila persone. I più, già dal pomeriggio avevano lasciato la tenuta di Bethel, iniziando il percorso di ritorno verso le rispettive città di provenienza. La statale 17B verso New York era praticamente intasata di navette, il traffico imperversava e in molti decisero di anticipare un ritorno che si prospettava un’altra avventura, dopo la devastante tre giorni del festival più famoso della storia del rock.

Sul palco, in precedenza si erano alternati già i più grandi artisti del tempo, da Santana ai Ten Years After, da Joe Cocker a Joan Baez, Arlo Guthrie, Canned Heat. La gente si era cullata sull’improvvisata Freedom di Rithie Havens e si era divertita ad ammirare il litigio tra Pete Townshend degli Who e Abbie Hoffman, leader carismatico del movimento Hippie che attorno alle 4 del mattino di domenica, mentre Daltrey e compagni stavano per esibirsi, salì sul palco scatenando la reazione furibonda del chitarrista della band britannica.

Dunque ora toccava a loro, tre ragazzi già affermati con i rispettivi gruppi di appartenenza, ai quali poco dopo si affiancò un quarto demone della musica, l’anima disinvolta e mai doma di Neil Young. Cosa significò la loro apparizione sul palco di Woodstock? Era il 1969 e tre musicisti diversi tra loro, per stile, per concezione e intenti, forgiarono un sound assolutamente innovativo, pilotato in folk, in country, in blues.

Stephen Stills, il “Capitano Moltemani” dall’intrepida verve chitarristica, portava in dote la semplicità immediata dei Buffalo Springfield, di cui, assieme a Neil Young, fece parte fino all’anno prima. David Crosby odorava ancora della psichedelia di Fifth Dimension e Younger Than Yesterday dei Byrds, band fondata dallo stesso Crosby, assieme a Clark e McGuinn. Infine Graham Nash, che esportò il cosiddetto Mersey Beat, vale a dire il sound di Liverpool, anche se lui proveniva da Blackpool, a pochi chilometri dalla città dei Beatles.

Il tutto condito dall’impeto elettrico del solitario Young. Tutto lasciava presagire che il termine più consono da affibbiare a questo insieme era quello di Supergruppo. Che però non aveva mai suonato assieme, eccezion fatta per un’apparizione la sera prima a Chicago. Appena saliti sul palco i quattro si rivolsero al pubblico dicendo: «Questa è solo la seconda volta che suoniamo di fronte alla gente. Abbiamo meno paura». Furono annunciati come gli ex Buffalo Springfield, anche se quella band non esisteva più.

In realtà, il fatto che con quella formazione in quartetto il gruppo si era esibito solo un’altra volta rese tutti notevolmente nervosi. E quanti attesero Young rimasero in parte delusi per i pochi minuti in cui l’artista canadese si esibì. Neil partecipò solo a pochi brani acustici, in cui si esibì in un duo con Stills in un clima di tensione latente dovuto al rifiuto di Young di essere filmato. Dunque, non solo saltò la maggior parte della performance acustica (ne eseguì solo le sue composizioni, Mr. Soul e Wonderin), ma rifiutò di comparire in video durante l’altra, così che il cantautore non compare mai nel film originale. Il motivo risiedeva nel fatto che si trovava fortemente in disaccordo con l’idea del film, che secondo lui avrebbe distratto notevolmente i musicisti e anche gli spettatori. Per questo ci fu un vero e proprio confronto tra Young e Stills.

Neil ringhiava a qualsiasi cameramen e fotografo, mentre Stephen gli ribatteva che era un bene per la band essere ripresa. Pochi secondi di atmosfera, poi i dissapori lasciarono spazio alla musica e uscì fuori un concerto storico, che lanciò sulla cresta dell’onda la band, sempre più costruita sul terzetto CSN, mentre Young inizierà qualche anno dopo a peregrinare alla costante ricerca di nuove ispirazioni. «Noi non cerchiamo la perfezione, facciamo solo della musica con passione e tutto quello che vogliamo è emozionare e cambiare un po’ le vite delle persone che ci ascoltano», dirà successivamente Nash, che ebbe poi modo di suonare anche in duo con Stills.

Ad aprire la scaletta fu un’esibizione acustica, con la Suite: Judy Blue Eyes, unico brano, questo, eseguito dal terzetto presente sul disco Woodstock. Music From The Original Sountrack And More. E ci da l’esatta misura del modo di suonare la chitarra dei tre, con l’accordatura nota come “Bruce Palmer Modal Tune” (Palmer era stato il bassista dei Buffalo Springfield), che prevede tutte le corde in Mi, eccezion fatta per la penultima che resta in Si. Ne deriva un suono particolare, quasi scordato, metallico.

Si proseguì con Blackbird, Helplessly Hoping, Guinnevere, Marrakesh Express, 4 + 20, Mr. Soul, Wonderin’, You don’t have to cry. Il brano Guinnevere fu scritto riprendendo la storia di una groupie, ma ci sono opinioni discordanti al riguardo. C’è chi pensa infatti che sia da riferire alla fidanzata di David Crosby, una certa Christine Hinton, che morì in un incidente stradale. Tutte canzoni che mescolavano country e rock, in cui le voci dei tre si sovrappongono e creano un’atmosfera elegiaca, di pace con se stessi, melodicamente indimenticabili.

Tutto cambiò quando sul palco salì Young, che portò l’elettricità, accendendo la lampadina in quel clima ormai intorpidito da oltre un’ora di concerto unplugged. Quasi due ore di musica, pubblico in visibilio. Pre-Road Downs, Long Time Gone, Bluebird, Sea Of Madness, Wooden Ships, Find The Cost Of Freedom, 49 Bye-Byes, i pezzi che vennero eseguiti dal quartetto. Soltanto Sea Of Madness e Wooden Ships furono poi pubblicati sul doppio album del festival. Quest’ultima certamente per il fatto che rispondeva pienamente al credo per cui quel mega raduno venne organizzato.

Scritto da Crosby, Wooden Ships ricalca la stessa idea degli ideatori di Woodstock, sogno di fuga sul mare verso continenti finalmente liberi e puri. Eravamo in pieno clima hippie e non di meno, in aperta contestazione verso la politica guerrafondaia americana, che in quel periodo conosceva in Vietnam l’acme della violenza e della crudeltà umana. Non a caso il nome completo del festival, dopo tentennamenti e ripensamenti vari, anche dovuti al timore di non riuscire a fare centro nel cuore della gente, sarà: «3 giorni di pace e musica: an aquarian exposition».

Un acquario, un’esposizione di pesci liberi in un mare di pace, amore e musica. Con lo stesso intento i Jefferson Airplane si esibirono con la loro Volunteers, il messaggio era chiaro: sono qui i veri volontari dell’America, quelli che vogliono cambiare la storia. «Tutti e tre eravamo dei ragazzi di talento, ma solo noi sapevamo che quella combinazione era in qualche modo benedetta. Noi tre avevamo voci differenti. Avevamo accenti differenti. Avevamo attitudini differenti», il ricordo di David Crosby di quell’avvenimento, che poi confesserà: «La cosa, però, che successe quando mettemmo insieme le nostre voci fu sorprendente. Come cominciammo a cantare, sapevamo di essere un qualcosa di nuovo, in una splendida terra incognita. C’era qualcosa di magico lì. Quella sensazione, amico, era come di qualcuno che ti fa un pompino all’improvviso. Come svegliarsi fatti di acido. Un flash, te lo giuro».

In effetti era Crosby quello a cui il concetto lisergico stava più a cuore. Da notare inoltre come nelle interviste successive spesso si tralascia volontariamente la presenza di Young. Dai manifesti al palco la storia la faranno non solo i musicisti ma anche le migliaia di persone, per lo più ragazzi, giovanissimi, che sfidarono traffico, caldo, un’organizzazione non proprio ineccepibile, pur di esserci. Dopo i primi due giorni in molti decisero che il meglio c’era già stato e i più, anche in vista di un viaggio di ritorno che per alcuni significava attraversare un intero continente in orizzontale, lasciarono la tenuta di Bethel. Capirono soltanto una volta arrivati a casa che cosa si erano persi.

Sarà il Supergruppo CSNY a benedire un finale che fece veramente la storia di quel festival. Chi c’era, chi rimase fino all’ultimo, ebbe la possibilità di raccontare poi ai suoi figli che cosa aveva rischiato di perdersi. Perché dopo suonò Muddy Waters, ma soprattutto ci fu il gran finale, ormai a mattina inoltrata, con Jimi Hendrix, quell’inno suonato così distorto che infuocò chiunque presente in quel momento. Star Spangled Banner infuocò la critica, l’America intera si bloccò sulle note di quel pezzo, un affronto all’establishment, a cesura di due generazioni, un passaggio di consegne tra chi aveva tenuto tutto per se e chi aveva desiderio di cambiamento.Erano le 10:30 quando Hey Joe concluse il festival più famoso della storia.

Dopo quell’esperienza Crosby, Stills, Nash & Young si ritrovano in uno studio di registrazione e incisero l’album Déjà Vu, disco storico, uscito nel 1970, che vendette oltre 7,5 milioni di copie in tutto il mondo. Fu l’entusiasmo che accolse la loro esibizione al festival a convincere i quattro a provare a entrare in sala. La copertina di Déjà Vu ritrae i quattro musicisti in stile quadretto primo Novecento con Neil Young più defilato, come a voler ribadire che la sua partecipazione fosse momentanea. La transitorietà, del resto, è un tema che accompagna l’intera carriera del canadese, sempre alla ricerca di continui cambiamenti, «per sfuggire alla ruggine», come ha sempre sottolineato.

Non è finita, perché Woodstock rimase per molto tempo impressa nella mente degli stessi artisti, che vollero regalarsi anche un testo emblema della loro esperienza. È con questi presupposti che nacque Woodstock, canzone scritta da Joni Mitchell e interpretata non solo da CSNY, ma anche dai Matthews Southern Confort. La cantautrice la concepì dopo aver ascoltato le parole dei quattro subito dopo il festival. La cantante non partecipò in quanto era stata già impegnata dal suo manager in un altro evento, la trasmissione tv Cavett Dick Show, che secondo lui avrebbe prodotto molta più risonanza per la sua assistita, piuttosto che «sedere in un campo con 500 persone».

Un’altra tesi vuole che invece la Mitchell dovesse partecipare ma, per il tragitto che la separava da New York a Woodstock contava di essere accompagnata in auto dal suo amico James Taylor. Ma Taylor incappò proprio in quei giorni in un brutto incidente che gli causò la frattura di entrambe le braccia non potendo così accompagnare la sua amica. Il sodalizio tra il supergruppo e la “Signora del Canyon”, fu facilitato anche dal fatto che la cantante era la fidanzata di Graham Nash.

La storia racconta che Joni fosse a Hollywood quando si sentì con i componenti del gruppo che le raccontarono a caldo le emozioni di quell’avvenimento. Fu in base a quelle sensazioni che dunque scrisse “Woodstock”. Talmente colpiti da Woodstock che CSN furono anche l’unico gruppo a tornare a suonare nel Woodstock ’94, dopo esser stati protagonisti di quello originale.

Sidistef

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Una Risposta to “EXTRA|Incontriamoci a Woodstock. Nascita di un supergruppo”

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  1. EXTRA|Le verità di Townshend « The Book Of Saturday - marzo 5, 2011

    […] Forse il più stressato sarebbe dovuto essere Daltrey, che interpretava proprio Tommy, ma essendo il soggetto concepito dallo stesso Townshend, il lavoro di gruppo deve averlo ammorbato di brutto. C’è che poi Pete si sfoga e dice: «Non ho più avuto voglia di lavorare con un regista, mai più». Curioso a tal proposito il rapporto di amore-odio tra musicisti e telecamere. Basti ricordare il famoso litigio di Neil Young a Woodstock. […]

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