EXTRA|Jelly Roll Morton, il “re del jazz”. 1926-28

6 Giu

Ascoltare Jelly Roll Morton è un piacere estatico, i migliori jazzisti del panorama dixieland di New Orleans suonavano nel giro di Ferdinand, detto “re del jazz”. Anzi questo appellativo se lo diede da solo, una volta, entrato negli studi di registrazione della Melrose Brothers Music Company, disse: «Sentite cosa ho da dirvi: io sono Jelly Roll Morton di New Orleans e sono il creatore del jazz».

Da creatore a re il passo fu breve, tanto che appena montato sul seggiolino, con il pianoforte tra le mani, convinse tutti che non stava barando. E se proprio vogliamo togliergli la corona (più per la sua antipatia che non per la bravura, questo è fuor di dubbio), almeno merita un ministero di primo piano.

I fratelli Melrose lo scritturarono subito e, trasformando il suo cavallo di battaglia Wolverines in Wolverine Blues gli regalarono il successo e la fama per l’eternità. Si tratta di una pièce di piano in perfetto stile ragtime, sulle tracce di Scott Joplin e James P. Johnson. Ecco perché “Roll”, perché iniziò con i piano rolls, quei nobili e nostalgici rotoli di pezza cartacea che, come i carillon, se incisi mentre si suona possono far si che il piano poi vada da solo riproducendo esattamente lo stesso suono anche senza pianista. Materiale d’archivio che è servito a recuperare tante performance che oggi sarebbero andate perdute o comunque a restaurarle.

Morton era una personalità esuberante, spocchioso, odioso, sopra le righe, era il più forte, lo sapeva e non lo nascondeva. Nel film di Tornatore La leggenda del pianista sull’oceano, la scena della sfida tra i due pianisti sul Virginian vede protagonisti Novecento, il personaggio principale del film tratto dall’omonimo monologo di Baricco, e proprio Jelly Roll Morton (ovviamente si tratta di un attore che veste i suoi panni, Jelly è morto nel ’41), con tutte le sue manie di protagonismo e le sue presunzioni. Perderà il duello, ma solo nel film.

Nella vita Jelly è stato compositore, interprete, band leader e pianista di magnifico spessore. Al suo livello, nella New Orleans anni Venti, pochi altri. Lo avrebbe scalzato Louis Armstrong non si fosse unito all’esodo di artisti verso Chicago. Vi propongo l’ascolto di alcune tra le celebri registrazioni di Morton tra il 1926 e il 1928. E’ un momento delicato per la carriera del nostro: dal 1926 al 1927, con i Red Hot Peppers, la fase dell’affermazione, accanto ad artisti come Johnny Dodds e Kid Ory, poi nel 1928 il passaggio a New York, con parte della sua band che lo seguì, un’altra parte si disperse o diede vita a una propria formazione.

Nella dispersiva Grande Mela, Jelly si districò per tutto il primo anno, finché non incappò nelle angherie della depressione del ’29, che già a quel tempo si iniziava a far sentire. D’altro canto a New York trovò una situazione che stava mutando, il dixieland era in declino e il pubblico adesso preferiva di gran lunga le pompose sonorità swing. Ma questi tre anni, dal ’26 al ’28 sono da non perdere. Esistono diverse collezioni e raccolte che ne offrono la possibilità di ascolto. Spesso tuttavia presentano delle tracce remasterizzate e lo stacco di suono tra quelle originali e quelle truccate è un’autentica agonia e un attentato ai timpani. Temo che però sia stato l’unico modo per offrire l’ascolto anche di brani altrimenti irrintracciabili o malconci.

Una di queste raccolte è Birth Of The Hot (Bluebird), in cui abbiamo in serie le più interessanti incisioni dei primi due anni presi in questione, da Black Bottom Stomp a Dead Man Blues, Original Jelly-Roll Blues, Doctor Jazz, Wild Man Blues, ecc. Il metro di Morton è sempre lo stesso, intro di fiati (trombone, sax, ma soprattutto clarinetto), svariati ricami, intrecci di note tra gli strumenti solisti. Poi, come una tenda che si apre per accogliere il protagonista, la parte centrale è tutta per le sue mani tra i tasti bianchi e neri, a piccoli balzi, saltelli che durano dieci, venti secondi al massimo. Poi la tenda si chiude, il protagonista torna a celarsi dietro la nuvola di suono che con le loro note i suoi ragazzi riempiono, lui sta dietro, lo si percepisce appena. Tanto spazio alla solistica, questi sono gli anni in cui spopola il clarinetto. Sentire Doctor Jazz per credere.

Ora non so proprio di chi sia il lungo, prolungatissimo, estenuante, intenso, perdifiato, primo assolo di clarinetto (che poi si ripete lungo tutto il pezzo), o meglio sono indeciso. Le mie ricerche non hanno prodotto molti frutti, tra Kid Ory o Johnny Dodds (ma potrebbe essere anche Barney Bigard e ciò non mi sorprenderebbe affatto), propendendo più sul secondo. Ma restano entrambi due grandi, a chiunque di loro appartenga non interessa poi molto. Resta un gesto (ecco lo definirei tale…) di estrema bravura. Provate a guardare su You Tube le (poche per la verità) band swing odierne che tentano di cimentarsi in quell’assolo, il migliore perde il fiato a metà dell’originale.

Prendo spunto da Doctor Jazz, una raccolta omonima che trovate su internet (ma ce ne sono tante altre), per citare brevemente le incisioni del ’28. Le ultime cinque tracce, per la verità, e tra queste c’è Georgia Swing. Fin dal titolo si comprende come i Red Hot Peppers abbiano provato a vestire i panni dei loro nuovi antagonisti, a provare a cimentarsi in un genere che però non gli apparteneva. E infatti il risultato non si discosta di una virgola con i precedenti lavori, tanto da deludere chi si sarebbe aspettato un vento di novità.

Sidistef

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4 Risposte to “EXTRA|Jelly Roll Morton, il “re del jazz”. 1926-28”

  1. Diego giugno 8, 2010 a 9:25 am #

    Non dimentichiamoci di Emanuele Urso, il re dello swing, però!!!!

    • Sidistef giugno 8, 2010 a 10:11 am #

      Beh, arrivato con un leggero ritardo all’appuntamento, ma comunque, certo, degno di menzione. Ci faremo una recensione a parte…

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