Henry Cow – Legend (1973)

7 Lug

Artista/Gruppo: Henry Cow
Titolo: Legend
Anno: 1973
Etichetta: Virgin

Un giorno Duke Ellington disse in un’intervista: «Non lasciatevi ingannare, anche chi sembra che improvvisi, segue sempre uno spartito». È la stessa sensazione che ho provato in più concerti, quando qualcuno mi diceva «questo sì, che significa improvvisare», per poi constatare che c’erano sempre quei sei righi con le note scritte davanti agli esecutori. Il “Duca” aveva ragione.

Il punto è: ma gli Henry Cow improvvisavano o no? La risposta non la sapremo mai e mi sembra che la migliore possa essere: e chi lo sa? Ma per bravura e obiettivo, a forza di ascoltarli, resto di sasso al solo pensiero che musica di questo tipo, con le sue spaziali costruzioni, i giochi di rimando tra strumenti, scale marziane, armonie inconsuete, possano essere incastrate a tavolino.

Ma no, non ci penso neanche un momento, resto fisso sul mio punto, questi avevano scritto tutto, o per lo meno gran parte, tranne qualche assolo di sax o di chitarra, dei più bravi lì in mezzo, i polistrumentisti Tim Hodgkinson e Fred Frith. Altrimenti non si spiega un lavoro come Legend (o Leg End), primo album della band uscito dopo cinque anni di apparizioni in pubblico e varie opere teatrali dalle quali trae la maggior parte delle piéce. E ciò non può essere che un vanto.

Free jazz, dicono, o prog, scena di Canterbury, come Egg, Camel, Soft Machine. Non scherziamo, varrà per l’etichetta, per la smania di voler affibbiare per forza una scuola a una band, lo spirito umano di voler sempre catalogare e mettere in ordine, insomma: gli Henry Cow, o almeno i primi, quelli di Legend, anno 1973, non sono nulla di tutto ciò. Sono gli Henry Cow con la loro inclinazione a trasgredire i numeri, le opinioni correnti, lo stato delle cose così com’erano a quei tempi, quelli che fondarono il movimento RIO (Rock in opposition), contro i dettami della musica di massa.

Sono loro, con i loro strumenti e il loro dadaismo, una tendenza al disordine, alla casualità, un maremoto di influenze e stili, l’acustico che si mescola all’elettr(on)ico. Nacque forse da loro, da questo disco, il genere dell’avant-prog: se il prog è un’elevazione a uno stato superiore, avvicinandosi a jazz e classica, l’avant-prog si propone di andare ancora oltre, insomma dal mach 1 al mach 2, e non c’è solo la barriera del suono ad essere infranta, si sbriciolano anche le più sicure convinzioni. In Legend non compaiono solo i cinque musicisti (Frith, Hodgkinson, Leigh, Greaves, Cutler), ma anche tecnici del suono, remixer e, non ultimo Ray Smith, l’artista autore della serie di calzini sulle copertine di tre album degli Henry Cow, segno di pura mescolanza tra la musica e l’arte visiva.

L’album si apre con il brano Nirvana for Mice, scritto da Fred Frith, il suono per un caso fortuito è stato curato da Mike Oldfield (successivamente gli HC ebbero modo di esibirsi con Oldfield al live-in-the-studio di Tubular Bells per la BBC). In perfetto stile teatrale, l’intro a una commedia che sta per venirvi rappresentata, il rullo della batteria fa da sapiente base, il balzo della sei corde di Frith, con quel suono cadenzato, singolare, riconoscibilissimo, spezza la trama e introduce i personaggi. Sassofoni (il tenore è di Geoff Leigh), clarinetti, batteria e uno zig zag di basso, in un istante l’armonia si commuta in vero chiasso, incroci, rotte che partono parallele, si dividono, per poi ritrovarsi, più volte nello stesso brano.

I pezzi più belli sono quelli in cui, dopo frammenti di bailamme musicale, due o più strumenti si ritrovano sulla stessa lunghezza d’onda, e riprendono a ballare assieme, la fine è un precipitare improvviso nel vuoto e l’avvertimento vocale è un barlume nel buio che introduce la successiva Amygdala. Dove il flauto di Leigh sancisce l’avvio del brano forse più canterburyano dell’intero album. Cambi repentini di ritmo, un crescendo di melodie più comuni e familiari con la scena prog del periodo. Per certi versi ricorda qualche scheggia di Atom Heart Mother, di tre anni più vecchio. Il bassoon (il nostro fagotto), suonato da Lindsay Cooper, è aggiunta postuma.

Teenbeat è divisa in due parti (Teenbeat introduction e Teenbeat), oltre 10 minuti complessivi di sussulti, battiti impazziti, primordiali, squarci di notturni e sequenze dissonate di sassofono su tracce di free jazz. Qua e la si approda in riva a un’estasi orientaleggiante, poi si cambia rotta, sale in cattedra Frith e sono scale ripetute fino alla follia, sempre più veloci, su cui si cucinano ricami di clarinetto piacevolissimi, come anche quelli di viola e violino. Gli ultimi due minuti di duetto tra sassofoni è da non perdere. Poco più di un minuto di assolo di chitarra, due almeno le tracce sovraincise da Frith in Nirvana Reprise, si passa al lato b dell’Lp. Extract from “With the Yellow Half-Moon and Blue Star” è un estratto di una composizione che la Cambridge Contemporary Dance Group commissionò a Frith, il titolo sembra derivare da un quadro di Paul Klee, la teoria del connubio con le avanguardie artistiche è sempre più valida.

E per chi aveva apprezzato Teenbeat, ecco Teenbeat (Reprise). Qui si notano tracce di Frank Zappa, soprattutto sui giochi che Frith fa con la sua chitarra, vi è molto di sperimentale, fruscii di oggetti sfregati tra loro, un basso sotto stress e sull’orlo della crisi di nervi, e per lo stile pianistico (Cutler o Hodgkinson) qualche traccia anche di ELP. Una botta di piatto introduce al decimo fringuello, The Tenth Chaffinch, un connubio di strumenti presi a dimostrare che è possibile rifare l’uccellino in musica, che scoperta! È il punto più banale dell’album, non nella forma ma nell’idea, che poi si alza di tono con gli intrecci di voce e fiati, e tastiere, e bassi e rumori, molto zappiani anche questi.

L’album originale si chiude con Nine Funerals of the Citizen King, una marcia britannica nella composizione e negli accordi, interessante per le almeno tre voci sovrapposte alla base di viola e violino. Ma è anche un bel testo e un originale chorus, da teatro funebre, è il loro trionfo della morte, ricorda un film di Tim Burton. Il remaster del 1991, curato da Tim Hodgkinson, presenta un brano in più: Bellycan, questo brano si, totalmente improvvisato, parte mai pubblicata di una più ampia registrazione avvenuta il 4 novembre 1973 nei Manor Studios della Virgin per la compilation The Greasy Truckers, nella quale compaiono anche Camel e Gong con alcuni loro brani.

Voto: 8,7. Consigliato a chi ha voglia di imparare ogni giorno suoni nuovi. Un disco che ha segnato un’era, manifesto per generazioni che non amano l’ordinario, sempre alla ricerca dell’anticonformismo, quello però costruttivo, che insegna e non sfascia. Un favore che però viene a mancare quando il progetto implode sulle sue stesse fondamenta, che sia politica o musicale, innanzi ai soldi, la causa porta alla sconfitta e diventa inevitabilmente utopia.

Track listing

1. “Nirvana for Mice” (Frith) – 4:53

2. “Amygdala” (Hodgkinson) – 6:47

3. “Teenbeat (Introduction)” (Henry Cow) – 4:32

4. “Teenbeat” (Frith, Greaves) – 6:57

5. “Nirvana (Reprise)” (Frith) – 1:11[nb 2]

6. “Extract from ‘With the Yellow Half-Moon and Blue Star’ ” (Frith) – 2:26

7. “Teenbeat (Reprise)” (Frith) – 5:07

8. “The Tenth Chaffinch” (Henry Cow) – 6:06

9. “Nine Funerals of the Citizen King” (Hodgkinson) – 5:34

10. “Bellycan” (Henry Cow) – 3:19

Personnel

Geoff Leigh – saxophones, flute, clarinet, recorder, voice

Tim Hodgkinson – organ, piano, alto saxophone, clarinet, little bells, voice

Fred Frith – guitars, violin, viola, piano, voice

John Greaves – bass guitar, piano, whistle, voice

Chris Cutler – drums, toys, piano, whistle, voice

Lindsay Cooper – bassoon (on 1991 CD re-issue only)

Jeremy Baines – pixiphone on “Yellow Half-Moon”

Sarah Greaves, Maggie Thomas and Cathy Williams – chorus on “Teenbeat”

Sidistef

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3 Risposte to “Henry Cow – Legend (1973)”

  1. Diego luglio 7, 2010 a 6:26 pm #

    Avrò ascoltato il disco un centinaio di volte e ancora nin ti saprei dire che nota seguae ad un’altra… l’album mi piace ma è così ingarbugliato che ancora non ne riesco a tirar fuori un ragno dal buco!!

    • Sidistef luglio 7, 2010 a 7:40 pm #

      Beh, visto che sei così sincero, non posso esimermi dal confessare quanti ascolti consecutivi ho dovuto fare prima di riuscire a trarre qualcosa di scritto che potesse somigliare a una recensione. La mia conclusione: a volte è meglio ascoltare che cercare di capire…

      • Diego luglio 8, 2010 a 10:22 am #

        Sono pienamente d’accordo!!!

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