Ludovico Einaudi – I Giorni (2001)

2 Ago

Artista/Gruppo: Ludovico Einaudi
Titolo: I Giorni
Anno: 2001
Etichetta: Bmg Ricordi

Su Ludovico Einaudi non farò una recensione nel senso stretto del termine, ma una riflessione, una emocenzione come piace dire a noi del Collettivo. Parlo de I Giorni, l’unico album che ho potuto ascoltare con attenzione di questo pianista, ma ne ha fatti talmente tanti e tante altre collaborazioni, colonne sonore, e che forse I Giorni non è neanche la sua migliore produzione, di questo e di altre cose, lascio a chi meglio di me può esprimere un parere, come dire, più tecnico.

Inizio col dire che non sono un esperto di pianoforte, sono chitarrista e talvolta il mio chitarrismo mi fa uscire di strada. E allora la prima sensazione al cospetto di questo ascolto è che I Giorni può essere apprezzato anche da chi capisce poco o nulla di piano, pochi virtuosismi, che sono poi quelli più complessi da carpire, poco cambi di melodia, sempre quella, sempre attaccato a un sottile filo di conduzione, una linea di condotta che non esce mai fuori dagli schemi, è l’assieme a formare il tutto e non la piccola piéce che sovrasta le altre.

Un’avventura lungo accordi sovente bellissimi, di gusto, Einaudi gioca con il tempo, lascia i suoi brani decollare, tiene in sospeso le ore, per poi raggiungere il cielo e scendere giù in picchiata, con tutta la forza di un caccia pronto a bombardare con i tasti bianchi e neri l’anima immobile di chi all’ascolto aveva creduto fosse tutto finito.

Sono le corde basse a stimolare l’enfasi e il sublime, quei passaggi lungo la tastiera che ogniqualvolta ammiro un pianista suonare mi avvolgono di ammirazione nei suoi confronti. I Giorni nasce da un viaggio che Einaudi fa nel Mali, il main-theme è quindi affidato alle quattro melodie africane. Sono composizioni semplici, ma proprio quando dico che l’album si presta bene anche a chi non mastica lo strumento non voglio di certo sminuire la bravura del compositore, anzi.

Spesso è più complicato emergere in pezzi semplici che non in quelli di bravura. La musica d’altronde è prima cosa emozione, ciò che comunica un suono, due suoni, una serie di note ripetute, anche se possono sembrare banali quando si fissano nella mente e poi raggiungono i nostri sensi, se ci svegliano ricordi, sensazioni, odori, giornate passate, un viaggio con gli amici, con la ragazza amata, tutto questo lo chiamo arte.

E parlando, udendo discorsi, sentendo le chiacchierate degli altri mi sto convincendo che oggi esiste una flebile, ma poi neanche tanto impercettibile, spaccatura tra chi sostiene sia migliore Einaudi e chi invece parteggia per Allevi. Ammesso che sia lecito fare un confronto ignoro chi dei due possa risultare più bravo. È soggettivo credo sia la risposta più convincente. Ma dalla “sfida” emerge che se Einaudi viene spesso accostato ad Allevi è per via delle sue influenze pop, rock e jazz.

È la classica che si avvicina, fa capolino alla musica bassa, quella che ascolta il popolo, quella che fa muovere migliaia di persone da una città all’altra per vedere il proprio artista preferito, un concerto, un festival. È così, è storia, la musica classica entra nei palazzi dei nobili, degli altolocati, se li va a cercare, li brama, li intrattiene direttamente sui loro divani o sulle comode poltrone dei teatri. Il rock, come il pop, si fa cercare, si fa corteggiare, ama la pubblicità e la notorietà, è feticcio e blasfemo, è la band che attende lì sul palco, ama il contatto con il pubblico, lo bacia con la sua musica, è l’amplesso, l’orgia dei sensi. La classica è distaccata, è snob, ma è maledettamente poetica, cosa che il popolo fa solo di riflesso. E va benissimo così.

Ma Einaudi non è mai tutto questo, Einaudi non ha saputo scegliere, e nell’incertezza è rimasto in un limbo, nella zona franca tra la poeticità e l’amplesso orgiastico. Ti accarezza dolcemente, quasi mai ti offende, per nulla si compiace di ciò che fa, sembra che la sua opzione ultima sia affidata al caso. Mi spiego: è questione di momenti. Spesso si dice questo album è triste, quest’altro è allegro, felice.

I Giorni è una guida fatale del vivere alla giornata. Oggi mi rallegra, domani mi deprime, lo stesso pezzo, può innalzarmi all’estasi o buttarmi giù, nel baratro. E non basta nemmeno un battito del pedale al punto giusto, qualcosa che sconforta a proseguire la corsa, inesorabile va, non lo si molla, lo si attende, fino alla fine del viaggio, poi che sia il Mali o la solita Italia, che sia giorno o notte, caldo o neve, quello dipende semplicemente da un’ipotesi, che non è mai la stessa, perfetta.

Una cosa posso dire, Einaudi, come Allevi, è il giusto compromesso con il grande pubblico. E infatti anche loro oggi sono lì che aspettano i loro fan sul palco, li carezzano e li sorprendono, certo non a petto nudo o con una bottiglia di birra tra le mani, per poi concedersi anche uno scampolo di tempo andato, uno delizia la Regina d’Inghilterra, l’altro il parlamento italiano per un concerto di fine anno. Loro sono il simbolo di un genere di musica che si ricicla per continuare a sopravvivere, per far si che se ne continui a parlare, per non andare ad impolverare nelle soundtrack di qualche film, per non vedere le sue note essere ricordate soltanto per le gesta che accompagnavano un attore, o una scena di un film premiato con l’oscar.

Se avete ascoltato una volta, una soltanto, Art Tatum, Herbie Hancock, Duke Ellington, o anche Chopin, Debussy, Satie, non arriverete certo a dire che Einaudi sia un fenomeno. Non lo è, e non lo vuole essere. Il virtuosismo Einaudi lo lascia a chi con la musica vuole stupire. Lui invece mira ad emozionare con la semplicità, che come ho detto non è meno difficile. Voto: 7

Sidistef

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Una Risposta to “Ludovico Einaudi – I Giorni (2001)”

  1. diegomessina agosto 2, 2010 a 7:29 pm #

    Vorrei dire la mia sul cnfronto Einaudi-Allevi; premettendo che conosco meglio il primo, trovo Allevi meno monotono ma non necessariamente più bravo, concordo pienamente quando si dice che poche note ma buone sono meglio di cento virtuosismi; non essendo un pianista (ma nemmeno un musicista) non posso affrontare tematiche a sfondo teorico/musicale ma so riconoscere le note che mi fanno vibrare e gli intervalli che mi fanno volare, bravo Einaudi!

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