Gene Krupa And His Orchestra – 1941 Vol.2 (1998)

7 Ott

Artista/Gruppo: Gene Krupa And His Orchestra

Titolo: 1941 Vol.2

Anno: 1998

Etichetta: Chronological Classics

«Tra l’estate del 1941 e la metà del 1942 Gene Krupa e la sua Orchestra si esibirono in alcune tra le migliori incisioni fatte da una swing-band bianca. In Roy Eldridge e Anita O’Day, Krupa vide due star congeniali nell’eseguire arrangiamenti bellissimi e molto swing, che però andarono a finire tra i pezzi “minori” della band! Alcune di queste registrazioni non sono mai state studiate attentamente dai critici e gli esperti, speriamo che questo Cd possa in qualche modo rettificare questa tendenza». Chi scrive queste parole è Anatol Shenker, nell’aprile del 1998, a corollario del disco Gene Krupa And His Orchestra 1941 Vol.2, della Chronological Classics.

Si tratta di un’opera mastodontica per portata e quantità, ben 965 dischi jazz dei più svariati artisti, usciti quasi con la media di 5 dischi al mese, per 19 anni, tra il 1989 e il 2008, data oltre la quale la collezione ha cessato di produrre raccolte. Già dall’incipit di questo post, dunque, utilizzando le parole di colui che questa collezione l’ha concepita, non posso esimermi dal costatare che ciò che mi prefiggo a compiere è una riflessione del tutto mai tentata prima.

Cercare di dare una forma e una spiegazione, non critica, ma da ascoltatore, una recensione dunque, di una serie di registrazioni raramente prese in considerazione. In effetti sul web non troverete poi molto, se non qualche scampolo, abstract, e poco altro, di questo disco. Non so quanto possa interessare agli amanti della musica suonata, però credo possano essere degli spunti interessanti per ulteriori approfondimenti. Tra i brani che ho scelto di analizzare (ricordo che le incisioni in questione sono tutte registrate sotto l’etichetta della Okeh Records), in particolare ci sono ‘Til Reveille, The Cowboy Serenade e Amor.

Il contesto è quello delle grandi sale di registrazione. Immaginiamo Krupa alla batteria al centro dell’orchestra, Roy Eldridge che girovaga tra la seggiola comune agli altri trombettisti e il posto d’onore al fianco del direttore, un po’ come Henry James nella Benny Goodman’s Orchestra che sedeva al fianco di Krupa e si alzava solo per gli assoli. Qui c’è da dire che la vena geniale del trombettista raramente assume i connotati del valore aggiunto, ma piuttosto quelli del musicista di esperienza e talento al servizio del collettivo. Infine i fiati tutti schierati, in file da tre, massimo quattro elementi, davanti a tutti i tromboni (per motivi di spazio), poi i sassofoni e infine, dietro a tutti le trombe. Questo assetto, riprodotto in concerto permetteva di rendere maggiormente visibili proprio questi ultimi, perché sistemati dietro ma più in alto degli altri.

Ma veniamo al cd: sono cinque tranche di registrazioni, tutte del ’41, due a eseguite a New York, due a Chicago e quella finale a Hollywood. Alla voce si alternano ben tre cantanti, Howard DuLany e Anita O’Day soprattutto, con l’aggiunta, nella session californiana, di Johnny Desmond.

Per come inizia ‘Til Reveille sembra una sonata militare, una di quelle marce da sveglia mattutina, da alzabandiera. Il motivo è quello, con un’introduzione delle trombe che sembra portarci a volo d’uccello su un campo appena prima della battaglia. Neanche 10 secondi di intro e parte il calibrato solo di trombone, il tono è un po’ cupo, ma allo stesso tempo si fa sostenuto, corposo, la melodia ricorda molto le note iniziali di Arrivederci Roma ma poi prende un’altra direzione, intanto la tromba di Roy Eldridge, il vero astro dell’orchestra, si abbandona a brevi fraseggi seguendo i dettami del pentagramma, e il basso di Biddy Bastien è sempre lì, a marciare sotto i colpi di un lento, inesorabile, passo di valz, schioda soltanto sui cambi di ritmo imposti dai binari della canzone, che talvolta prevedono un’accelerazione di tono, quindi anche di andatura, tipico dei brani swing in cui vi è la parte lenta, introduttiva, seguita dalla zona sorretta dall’accento più marcata del timbro e del volume.

Tutti seguono pedissequamente il direttore d’orchestra, Gene Krupa, la cui meticolosità da l’impressione del perfetto tedesco attento affinché ogni singolo elemento si incastri a perfezione con gli altri. C’è da dire che è proprio la scelta di questa serie di registrazioni ad essere in linea con la big band, sono pochi gli assoli, verranno, ma oltre, quando entrerà in scena Anita O’Day, quasi un fulgore per la band. Ma in queste prime battute non c’è spazio per i protagonismi, soltanto fremiti di accompagnamento, sullo sfondo, defilato. Entrano in atto anche il resto dei fiati, che introducono la ovattata voce di Howard DuLany, il quale, in questa prima traccia, canta da solo le pochissime strofe del testo di Stanley Cowan (e probabilmente anche Bobby Worth).

Non c’è ancora spazio per Anita (ma come potrebbe!), la cantante sembra ancora stare dietro al camerino a dare l’ultimo tocco di fard al suo già grazioso visino da donna ruba cuori complice disillusa dell’uomo ormai cotto di lei. Questa è invece una cantilena senza soluzione di continuità, in cui l’unico oggetto è il desiderio di un uomo di rivedere la sua donna (leggete il testo che segue): siamo all’inizio degli anni ’40, e questi brani venivano utilizzati anche per far colpo, i maschietti li ricordavano, continuavano a canticchiarli ovunque, fin quando non gli si presentava l’occasione per sfoggiare la loro vena canterina e azzardare la conquista.

From ‘taps’ ‘til Reveille

I dream the whole night through

Each night ‘til I hear Reveille

I dream, my dear, of you

I have your face before me.

The moments we’re apart.

From ‘taps’ ‘til I hear Reveille

I dream of you, sweet-heart”

Credo che “taps” andrebbe tradotto come “colpetti”, “rintocchi”, anche se nei dizionari trovereste anche “rubinetti”, allora credo che il senso acquisirebbe connotati oltremodo visionari per quel periodo. La raccolta prosegue con altri brani, quello successivo molto piacevole, Afraid To Say Hallo, tutti infarciti del sentimentalismo vocale di DuLany, quella voce impostata da grande divo di Hollywood che si conferma nel brano 4: The Cowboy Serenade, la serenata del Cowboy. Testo concepito da Rich Hall, tra le cui interpretazioni andrebbe ricordata quella eseguita da Ray Eberle accompagnato dall’orchestra di Glenn Miller.

Brano che celebra l’atto di rollare e poi accendersi una sigaretta, che per molto tempo è stato sinonimo di virilità. Infatti il testo parte proprio con l’incipit «mentre mi sto rullando la mia ultima sigaretta» e poi prosegue con il tema secondario, perché qui non si è a New York, ma nelle mandrie, tra buoi e nemici da tutte le parti, «cantando la canzone del cowboy che non dimenticherò mai». Per la metrica e le rime delle strofe (tutte di 4 versi, tranne il ritornello che è di due), appoggiatevi al testo sottostante, sono versi di 10 sillabe circa, nella prima strofa tutte le rime finiscono con la stessa assonanza in “ett”, nella seconda le prime due in “eid” e le ultime due ancora in “ett”. Del testo originale è stata decurtata una stanza, un piccolo notturno di due versetti. Ma resta in tutte quell’Yippie-Kayeh di straordinario effetto.

While I’m rolling my last cigarette

Sing the cowboy song I never will forget

Yippie-Kayeh, the sun’s almost set

And I‘m rolling my last cigarette

 

Come on, old paint, this time we’re trav’lin‘ alone

Gonna meet her where the good green pastures are grown

 

So while twilight and purple hills fade

From a campfire comes that cowboy serenade

Yippie-Kayeh, the sun’s almost set

And I‘m rolling my last cigarette…

Non mi chiedete cosa accade dietro il fante, cioè, chi e come, e cosa si suona nelle retrovie, so soltanto che si tratta di raffinati allacci, strofa dopo strofa, ricami di scale anche piuttosto complicate nonostante la loro apparente semplicità. Diciamo che colpisce soprattutto la puntualità e la delicatezza con cui tutti, ci tengo a precisarlo, i musicisti della band sacrificano le loro dita sui tasti dei loro strumenti. L’atmosfera cambia totalmente dai brani successivi, Kick It ed After You’ve Gone. Non ce ne vogliano gli amanti del buon DuLany, ma con Anita O’Day ecco che arriva anche quel brio, quella frizzantezza, quello swing, per così dire. E anche la tromba di Roy Eldridge sembra risvegliarsi dal torpore e anche Gene Krupa finalmente esce dal guscio. Siamo comunque nell’ambito delle stesse registrazioni.

Ma con Got A Letter From My Kid Today, passiamo alle incisioni del 2 luglio e di impeto ritorna la voce di DuLany, e le atmosfere si fanno di nuovo casalinghe e povere di virtuosismo, l’unico cambiamento, e non da poco, lo si nota nello spessore degli arrangiamenti, curati da Benny Carter. Si arriva così alle registrazioni eseguite tra il 18 e il 28 agosto a Chicago, e in particolare mi interessa Amor (o Amour), simbolo della doppia faccia di queste sessioni. Fin dal titolo si comprende che anche qui il risvolto sentimentale la fa da padrone, c’è un uomo che implora l’amore della sua bella, un amore che sembra non corrisposto però. Di seguito le prime due strofe cantate

Amor, amor, amor,

my heart is true,

is just for you,

So won’t you love me

 

Amor, amor, amor,

I only know

that wouldn’t be

my love without you

Alle strofe maschili subentrano quelle femminili affidate alle labbra di Anita O’Day, l’atmosfera tramuta, da una lenta salsa si passa a uno squillante swing, Eldridge prende coraggio e il breve pezzo si chiude in un crescendo imprevedibile all’inizio, con il rullo degli inconfondibili tamburi krupiani. Gli stessi che si iniziano finalmente ad imporre dalle tracce successive. Stop! The red light’s on è uno dei brani più belli nella sua pienezza, per bravura di Anita, ma anche per quei fraseggi tra lei, Krupa, la tromba di Little Jazz, che in precedenza risultavano latitare in modo eccessivo. Di tutta la produzione di Krupa, a mio avviso, questo brano arriva al livello di Drum Boogie, o di Sing, Sing, Sing che Krupa fece per Benny Goodman ma che si tenne stretta nel suo repertorio. Chiudiamo con le ultime quattro tracce di Hollywood, con il cantato impostato e melodrammatico di Johnny Desmond, che rispetto a DuLany conserva un timbro più rotondo, meno tagliente e più predisposto alle alte tonalità.

Voto: 6,1. Questo è il secondo volume di un doppio “scoppiato”, nel senso che il primo volume è uscito a distanza di tempo, ma ce ne sono altre di raccolte di Gene Krupa, tra cui quella del 1939, già citata. Dopo questa recensione, a mio avviso, emergono diversi aspetti relativi a questo disco. Il più importante dei quali il fatto che questo periodo, dell’avventura cioè di Krupa come direttore della sua orchestra, sembra quello più ambiguo, per non dire anonimo, posto tra la sua meravigliosa esperienza nella Benny Goodman’s Orchestra e quella successiva dei vari album in studio, tra cui, ripeto, un posto d’onore merita il duetto con Buddy Rich. Ma non va sottovalutato il tentativo, ardito, di voler mescolare lo swing a una fusione tra generi musicali lenti di stampo “sinatraiano” o “dorseyano”. Tentativo che tuttavia naviga in tranquille acque soltanto quando al microfono approda Anita O’Day. E detto da un misogino dell’arte…

Track List And Line Up:

Gene Krupa And His Orchestra (New York, june 5, 1941)

Gene Krupa: drums and director; Graham Young, Torg Halten, Roy Eldridge, Norman Murphy: trumpet; Babe Wagner, Jay Kelliher, John Grassi: trombone; Mascagni Ruffo, Clint Neagley: alto sax; Sam Musiker, Walter Bates: sax tenore; Bob Kitsis: piano; Ray Biondi: guitar; Biddy Bastien: bass; Anita O’Day, Howard DuLany: voice.

  1. ‘Til Reveille
  2. Afraid to Say Hello
  3. Love Me as I Am
  4. The Cowboy Serenade
  5. Kick It Teddy Hill
  6. After You’ve Gone

Gene Krupa And His Orchestra (New York, july 2, 1941)

Gene Krupa: drums and director; Graham Young, Torg Halten, Roy Eldridge, Norman Murphy: trumpet; Babe Wagner, Jay Kelliher, John Grassi: trombone; Mascagni Ruffo, Sam Listengard: alto sax; Sam Musiker, Walter Bates: tenor sax; Milton Raskin: piano; Ray Biondi: guitar; Ed Mihelich: bass; Anita O’Day, Howard DuLany: voice; Benny Carter, Elton Hill: arrangements .

  1. Got a Letter from My Kid Today
  2. Have You Changed?
  3. Tunin’ Up
  4. Rockin’ Chair

Gene Krupa And His Orchestra (Chicago, august 18, 1941)

Gene Krupa: drums and director; Graham Young, Torg Halten, Roy Eldridge, Norman Murphy: trumpet; Babe Wagner, Jay Kelliher, John Grassi: trombone; Mascagni Ruffo, Sam Listengard, Jimmy Migliore: alto sax; Sam Musiker, Walter Bates: tenor sax; Milton Raskin: piano; Ray Biondi: guitar; Ed Mihelich: bass; Anita O’Day, Howard DuLany: voice; Benny Carter, Elton Hill: arrangements.

  1. Come Be My Love
  2. Amour (Amor)
  3. Rancho Pillow
  4. Stop! The Red Light’s On

Gene Krupa And His Orchestra (Chicago, august 28, 1941)

Gene Krupa: drums and director; Graham Young, Torg Halten, Roy Eldridge, Norman Murphy: trumpet; Babe Wagner, Jay Kelliher, John Grassi: trombone; Mascagni Ruffo, Sam Listengard, Jimmy Migliore: alto sax; Sam Musiker, Walter Bates: tenor sax; Milton Raskin: piano; Ray Biondi: guitar; Ed Mihelich: bass; Anita O’Day, Howard DuLany: voice.

  1. You Were There
  2. Watch the Birdie
  3. Who Can I Turn To?
  4. The Walls Keep Talking

Gene Krupa And His Orchestra (Hollywood, October 3, 1941)

Gene Krupa: drums and director; Graham Young, Torg Halten, Roy Eldridge, Norman Murphy: trumpet; Babe Wagner, Jay Kelliher, John Grassi: trombone; Mascagni Ruffo, Sam Listengard, Jimmy Migliore: alto sax; Sam Musiker, Walter Bates: tenor sax; Milton Raskin: piano; Ray Biondi: guitar; Ed Mihelich: bass; Johnny Desmond: voice.

  1. The Anniversary Waltz
  2. Two in Love
  3. This Time the Dream’s on Me
  4. Violets for Your Furs

Sidistef

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3 Risposte to “Gene Krupa And His Orchestra – 1941 Vol.2 (1998)”

  1. foxtrot ottobre 11, 2010 a 4:36 pm #

    Ora mi hai fatto venire la curiosità…Alla prima occasione mi devi far ascoltare questa raccolta. Ottimo post!! Ma ora vogliamo la recensione dei rimanenti 964 album della Chronological Classics! Ahahah!!!

  2. Sidistef ottobre 12, 2010 a 10:43 am #

    Grazie Foxtrot, quando vuoi…
    Poi sulle altre recensioni aspetta che ingaggio un centinaio di cloni…

  3. foxtrot novembre 25, 2010 a 2:38 pm #

    Dopo l’ascolto posso dire di essere completamente d’accordo con te quando affermi che i pezzi che vedono protagonisti Anita O’Day alla voce sono quelli più incisivi…una voce bellissima come ora non esistono più. Per il resto una raccolta molto interessante che racchiude molti aspetti del talento di Krupa.

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