Il giallo delle Basement Tapes. Manca niente?

11 Nov

Difficile ricostruire gli eventi, ancor più se a remare contro sono gli stessi autori, o meglio, i loro produttori. Un giallo allora, questo almeno è quanto ho potuto capire su cosa sia ruotato, e ruoti tuttora attorno a The Basement Tapes, una raccolta di incisioni che tra il 1968 e il 1975 ha visto protagonisti Bob Dylan con Robbie Robertson & The Band.

Per la precisione, si tratta di almeno una centinaia di canzoni (ma anche di più a quanto sembra…) composte nella Big Pink, una casetta a Woodstock, (uno scantinato, “basement”), rosa per l’appunto, di proprietà di tre membri della Band, dove, assieme a Dylan, si cimentarono nel comporre musica popolare, folk, rock, blues, insomma, composizioni spesso uscite fuori dal cilindro quasi per caso, dopo una bevuta o, meglio ancora, una fumata.

Riguardo a quel periodo Dylan ha sempre negato che i musicisti si trovassero lì per comporre solo pezzi da far eseguire ad altri. Cionondimeno molte di quelle gemme furono portate al successo delle classifiche da altri gruppi. Alcuni dei quali avevano lo stesso manager di Dylan, Albert Grossman, altri erano sotto la sua stessa casa discografica, la Columbia. Come non citare per esempio You ain’t goin’ nowhere e Nothing was delivered, rese famose dai Byrds nel disco Sweetheart of the Rodeo.

Le tracce di Dylan (ma a quanto pare anche altre di The Band) furono in parte protette da copyright sotto la Dwarf Music, l’etichetta che Dylan e Grossman avevano creato per proteggere da Copyright canzoni destinate ad altri artisti. «Allora il rock psichedelico stava conquistando l’universo, e così noi cantavamo queste ballate caserecce», disse successivamente Dylan, il quale non sembrava inizialmente molto concorde nel farle pubblicare. Ma quando iniziarono a circolare voci sull’enorme quantità di materiale, fu una quasi sollevazione mediatica, capitanata dalla rivista Rolling Stone, a indurre la Columbia a pubblicare una prima raccolta, uscita nel 1975 e intitolata The Basement Tapes.

Peccato però che il doppio album contenesse soltanto 24 delle innumerevoli canzoni a disposizione. E le altre? Veniamo così ai giorni nostri, perché col tempo si sono affestallati bootleg su bootleg, raccolte su raccolte, con la pretesa di fornire la massima esaustività. Per restare nell’ufficiale però, lo scorso anno, la Columbia ha ripubblicato il disco originale del ’75 con tutte le tracce remasterizzate, che come scriveva Paolo Carù su Buscadero del maggio 2009, vale la pena avere perché «suonano in modo splendido». Ma a sentire lo stesso Carù è solo la punta dell’iceberg: «The Basement Tapes avevano più di cento canzoni a disposizione per rimpinguare il prodotto. Quanto dovremmo aspettare, per vedere un Basement Tapes degno del suo blasone?». Chissà se Carù conosceva l’uscita del mastodontico box set da 5 album The Genuine Basement Tapes? Non credo, ma la domanda è lecita perché penso che comunque non tutte quelle incisioni alla fine sono ancora venute alla luce, ma qui siamo all’archeologia del rock…

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