EXTRA|Il padre del jazz sound: Rudy Van Gelder

1 Dic

Avevamo già affrontato l’approccio alla musica partendo da un produttore, esperimento in parte riuscito, che può, a mio avviso, aprire spazi oltre ogni immaginabile confine, un percorso a stella che incrociato ad altri produttori può permettere di studiare la storia della musica e le carriere di artisti, anche quelli a noi sconosciuti, in modo scientifico, se non maniacale. Un tentativo che ogni tanto prediligo, anche se richiede tempo e molta passione. Ma cosa accade quando anziché dal produttore si inizia il percorso prendendo spunto da un ingegnere del suono?

Beh, a parte il passo ancor più in profondità, nel “micro” per usare un’espressione tanto cara agli economisti, credo che i risultati non potranno che essere sorprendenti, purché l’oggetto di studio sia individuato e ben riconoscibile nel panorama musicale. È assolutamente questo il caso di Rudy Van Gelder, all’unanimità considerato il vero iniziatore del cosiddetto Jazz sound, il suo nome lo troviamo perennemente accanto alle migliori produzioni della Blue Note, ma anche di altre grandi case discografiche del panorama jazz newyorchese, la Prestige e la Savoy su tutte. Ora, approfitto di questo spazio per pubblicare un articolo apparso sulla rivista Jam nel dicembre del 2006, a firma di Ivo Franchi.

Credo che, a pari della semplicità di stesura e della facilità con cui lo si può leggere, possa servire a tanti (me compreso), per rubacchiare qua e la titoli, musicisti, e a collocarne meglio la loro posizione nella geografia musicale (del pianeta jazz in questo caso). Ma soprattutto a conoscere meglio chi sia Van Gelder e quali siano stati i suoi più grandi meriti nella storia della musica. Rudy è ancora vivo e lavora, oggi ha 86 anni, e l’articolo qui riprodotto, sebbene datato di quattro anni, resta attualissimo. A patto che non ci si fossilizzi su quelle che vengono segnalate come nuove uscite, e che oggi, ovvio, non saranno più delle novità. Tra i tanti suoi meriti, per noi moderni, le sue remasterizzazioni in digitale, molto vicine al suono “caldo” dei vecchi e compianti vinili (occhio al passo in cui si confrontano i gusti dei giapponesi con quelli degli americani tanto legati alle alternate takes). Nel suo studio ad Engelwood Cliffs, hanno suonato i più grandi del panorama jazzistico degli anni ’50 e ’60, tra cui, va di certo menzionato Miles Davis (Cookin’ with the Miles Davis Gruop) e il meraviglioso A Love Supreme di John Coltrane.

Buona lettura

Nel nome del padre (del jazz sound), di Ivo Franchi, dalla rubrica “Jazz e altri suoni”– Jam, viaggio nella musica, Anno XIII – numero 132 dicembre 2006

Quali sono le caratteristiche del jazz sound? E che importanza ha tutto questo? La domanda si potrebbe girare a Rudy Van Gelder, il recording engineer per eccellenza di questo genere musicale. Il suo nome evoca storiche label come Impulse, Verve, CTI, Milestone, Prestige e soprattutto Blue Note. Originario del New Jersey, classe 1924, questo simpatico signore ha apposto il suo sigillo a decine e decine di capolavori, primo tra tutti il leggendario A Love Supreme di John Coltrane. Nel suo laboratorio sono passati tutti o quasi i giganti del jazz moderno, da Miles Davis a Ornette Coleman, da Art Blakey a Bud Powell, da Wayne Shorter a Thelonious Monk. Quest’ultimo gli dedicò addirittura un brano, Hackensack, cittadina statunitense sede del suo primo studio di registrazione. Eppure, intervistato qualche tempo fa dal giornalista Chris Hovan, questo demiurgo del suono con elegante understatement tendeva a ridimensionare il proprio ruolo: «Hai citato il ‘mio suono’, ma io preferisco parlare di una sensibilità o di un approccio che varia a seconda dei jazzisti con cui mi trovo: cerco sempre di fare in modo che ottengano il sound con il quale vogliono che la loro musica sia diffusa. Il suono è dei musicisti. Non mio».

Oggi, a 82 anni compiuti, Van Gelder è ancora in piena attività. Lo testimoniano le RVG Edition, rimasterizzazioni a 24 bit dei classici del catalogo Blue Note, l’etichetta con cui ha collaborato dal 1953 al 1967. «Alfred Lion, il fondatore, aveva un grosso ruolo e una visione molto chiara di come un disco dovesse suonare» ha spiegato «quindi mi dava indicazioni su cosa si aspettava dalla registrazione di ciascun musicista portato in sala. Alfred fu il mio primo cliente fisso e tutte le sedute da lui prodotte dopo il nostro primo incontro gliele registrai io. Il che diede alla Blue Note un suono molto riconoscibile». Attualmente sono circa 200 i titoli rimasterizzati. E quel progetto, partito nel 1998, prosegue con successo: «L’idea fu di Hitoshi Namekata, uno dei manager della Blue Note Giappone», ricorda. «Voleva che fossi io a occuparmene. Così mi chiamò Michael Cuscuna e mi chiese se ero interessato: ovviamente sì, risposi, a patto di poter lavorare sui nastri originali. I giapponesi volevano che il cd fosse identico all’ellepi, gli americani preferivano avere qualche alternate take». Il risultato è che gli album della Rudy Van Gelder Edition hanno un suono molto più caldo rispetto ai precedenti cd e si avvicinano ai vecchi dischi in vinile. Tra i più recenti segnaliamo alcuni gioielli di grandi trombettisti. C’è il Lee Morgan prima dell’ingaggio nei Jazz Messengers di Art Blakey, rappresentato da album come The Cooker (1957) e City Lights (1957), pimpante sestetto con Curtis Fuller al trombone e George Coleman ai sax. C’è poi il brillante Donald Byrd di Off The Races (1958) e Royal Flush (1961), entrambi con il compianto baritonista Pepper Adams. Godibilissimo anche Here To Stay (1962) di Freddie Hubbard ventiquattrenne e già straordinariamente maturo, capace di destreggiarsi tra temi originali e standard (Body And Soul) e stimolato dalla presenza di Wayne Shorter al tenore. Anche se la ristampa più interessante è Trompeta Toccata (1964), vertice artistico del trombettista Kenny Dorham, qui insieme a Tommy Flanagan, Richard Davis, Albert Heath e Joe Henderson, con una musica che è già in odore d’avanguardia.

Non solo trombe dagli archivi Blue Note.

Doin’ The Thing vede il pianista e padrino dell’hard bop Horace Silver dal vivo al Village Gate di New York nel 1961. Demon’s Dance (1967) è un jackie McLean d’annata, con un giovanissimo Jack DeJohnette accanto al sassofonista leader. Assolutamente raccomandabile è Happenings (1966), in cui il vibrafonista e virtuoso di marimba Bobby Hutcherson guida un quartetto strepitoso con Bob Cranshaw al contrabbasso, Joe Chambers alla batteria ed Herbie Hancock al piano. Bellissima la loro versione di un tema-simbolo hancockiano, Maiden Voyage.

Ma dallo studio di Engelwood Cliffs, dove Van Gelder ha il suo odierno quartier generale, arrivano anche ristampe per altre etichette che hanno fatto la storia del jazz. Rudy Van Gelder Remasters è il nome della collana che Prestige/Universal sta mandando nei negozi. Tra le ultime scelte, chi è un patito del genere groove apprezzerà Soul Message (1965) dell’organista Richard “Groove” Holmes e Cookbook, Vol.1 (1958) del travolgente sassofonista Eddie “Lockjaw” Davis, alla testa di un gruppo che vede Shirley Scott all’Hammond. Il disco imperdibile è invece Walkin’ (1954), tra i capolavori giovanili di Miles Davis che guida un ensemble autorevolissimo (Lucky Thompson al sax, J.J. Johnson al trombone e una ritmica con Horace Silver, Percy Heath e Kenny Clarke). Il brano che dà il titolo alla raccolta contiene poi uno dei più emozionanti assoli davisiani, mentre in Solar Miles usa magistralmente la sordina. E pensare che aveva solo 28 anni…

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