EXTRA|Boon, una vita da mediano

18 Dic

Dopo avervi convogliato verso i Level 42 consigliando Best Level, non potevo non tornare, almeno brevemente sul luogo del delitto. Perché poi ci sono delle cose da mettere bene in ordine, a partire dal genere, tra i più ambigui e allo stesso tempo originali, a patto che ci si sforzi di andare oltre le apparenze. Fusion? Rock? Jazz? Pop? Funk? Diciamo un po’ tutto e niente di ciò. I Level 42 si fondano sulle vibrazioni del basso di Mark King, probabilmente con una forte dose di eccentricità, ma mai fuori posto.

Ruolo di primo piano rivestono anche le tastiere, condotte sapientemente da Mike Lindup, e i suoi cori in falsetto che conferiscono, assieme al riverbero della batteria, quel tipico sound anni ’80. Anche dance, se vogliamo, ma questo non deve deviare l’attenzione. All’inizio resti colpito negativamente (senza far retorica sulle giacche con le spalline, please!), ma con un buon impianto acustico i lavori dei Level si riescono ad apprezzare, e molto, non soltanto per la bravura del loro leader. È come se si fosse catapultati in fondo a un precipizio, e mentre si cade giù la realtà si ribalta, la forza di gravità cessa di affondarti e inizia un viaggio all’interno di cerchi concentrici di suoni mai inopportuni.

E dietro, nell’anticamera, in fondo all’ingresso principale, scalpita anche la figura di uno dei tanti musicisti costretti all’anonimato e all’”underated” eterno. Per questo vorrei parlare di più del chitarrista, Rowland Charles Gould, conosciuto come Boon Gould (pare perché lo zio un giorno giudicò la sua incapacità di piangere come un dono, “boon”…). Che con i Level 42 ha partecipato attivamente alla fondazione, abbandonando il progetto nel 1987 assieme al fratello Phil (il drummer della band), per poi riavvicinarsi a King anche dopo la reunion, ma stavolta beccandosi i crediti relativi ai testi e non alla partitura musicale.

Ecco, mi sbilancio: Gould non è affatto chitarrista di poco conto, basta ascoltarlo alle prese con alcuni scampoli di soli negli album dei Level. Se poi qualcuno a quel punto nutre ancora dei dubbi sul suo valore, allora potrà ascoltarlo nei lavori da solista e comprenderà bene che se poi nel ’91, in vista di Guaranteed, per rimpiazzare il suo ruolo King puntò su un certo Allan Holdsworth, ciò non fu soltanto (o almeno non credo visto che per vie traverse si è giunti a risultati simili) per un tentativo di dare un qualcosa in più alla scheda tecnica del gruppo. Tra Boon e Holdworth c’è stata anche la parentesi di Alan Murphy, troppo breve per essere veramente criticata, perché poi Murphy si ammalò di Aids e dovette lasciare subito il gruppo dopo un solo disco, Staring At the Sun, uscito nel 1988. In cui, i suoi doveri Alan assolse in una sola seduta di registrazioni, e ho detto tutto.

Tra Gould e Holdworth c’è invece un abisso, effettivamente incolmabile, perché poi si può esser onnicomprensivi, scavare e scavare, ma il talento, quello del genio, è di pochi e Holdsworth ne è stato baciato da subito, Gould semplicemente no. Credo che già il primo lavoro dei L42, album omonimo uscito nel 1981, possa funzionare comunque per comprendere al meglio il suo stile e il suo ruolo all’interno della band. Da lì in poi sarà sempre così. Va detto che i Level inizialmente erano un catino di polistrumentisti, tutti facevano tutto, e pensare che Mark King non sapeva neanche suonare il basso e fu soltanto grazie a una sterminata sessione di sedute intensive che riuscì, dopo aver compreso che quello sarebbe stato il suo strumento principale, ad affermare un suo stile identificativo. Ne ha fatta di strada poi il ragazzo, eh…

In tutto questo Boon Gould, preso atto che il progetto teneva molto marginalmente il ruolo della sua chitarra, si riciclò benissimo anche al sassofono. Certo che Gould, anche lì, non ambiva a diventare il nuovo Charlie Parker, ma da non sassofonista, nel calderone di un gruppo in cui ogni nuova idea era ben accetta, seppe farsi largo e imporre anche alcuni suoi schemi. Esemplare al riguardo è il solo su Heathrow. Quanto al modo di suonare la chitarra, Gould lo potremmo definire un buon compagno, nel senso che è uno di quelli che gli dai la parte e la esegue, un tipico esempio di man behind the scene, inteso come quello che non sta mai in front of…

Insomma, anche dal vivo, si piazza alla sinistra del padre (Mark King), e quando tutta la folla è trasportata dagli slap di King e dagli effetti dei sintetizzatori di Lindup, lui è lì che tira la carretta, talvolta lo vedi fermo per secondi infiniti su quella posizione sulla tastiera della sua Les Paul, pronto a trillare le corde, anche solo per un attimo per poi tornare sfinge. Mi verrebbe da dire: facile mettere lo zampino in una partita intera, meno è farlo entrando all’ultimo minuto. Ma il suo contributo conferisce all’assieme un senso compiuto che altrimenti non ci sarebbe, l’essenziale veramente.

Lo stile. Dicono “throw away”, usa e getta letteralmente… A me ricorda molto quello di Tom Johnston, o di qualsiasi altra delle innumerevoli chitarre dei Doobie Brothers. Accordi basati essenzialmente su una ripetizione di triadi strusciate, prendete Long Train Runnin e l’inizio di Love Games o su Almost There. Quest’ultima, però, racchiude in se uno dei rari gioielli di Gould, perché alle accordature aperte della parte ritmica, nel mezzo, Boon sembra come voler ammutinare un’idea, come lasciare gli altri al pop, alle hits da classifica e fuggire via per praterie rock, blues, prog. Un assolo che però, nonostante l’immensa stasi ricreata dal ritmo tribal-elettrico di King, si affievolisce subito, restando un meraviglioso, coinvolgente e allo stesso tempo malinconico non compiuto. In effetti quello che fu, per tutto il tempo dei Level 42, Boon Gould, chitarrista dimenticato e musicista sottovalutato.

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