EXTRA|Chitarre spaccate e medaglie sul petto: Pop-art e Rock ’65

24 Gen

Anno 1965, gli Stati Uniti iniziano a spedire le prime truppe nel Vietnam del Sud, mentre già da gennaio iniziano i primi bombardamenti nel Vietnam del Nord. Intanto a febbraio viene assassinato Malcolm X e in America si consolida una fase di forte instabilità politica e di movimenti sociali e giovanili.

Il Sessantotto è ancora lontano e una corrente in particolare sta iniziando a piantare le sue radici, si tratta della Pop Art, capitanata da Andy Warhol e Roy Lichtenstein, i nomi di spicco di una sequela di artisti che intendono sovvertire i canoni della fruizione visiva attraverso l’utilizzo di oggetti di uso comune.

«What is Pop-art?» inizia dunque a chiedersi l’opinione pubblica, soprattutto in Europa, dove la corrente acquisterà vigore e popolarità soltanto in questo periodo. In tutto questo anche la musica non resta indifferente e cerca con tutti i suoi mezzi di inserirsi in questo percorso e cavalcare l’onda. Nel luglio 1965 la rivista MM intervistava il chitarrista degli Who, Pete Townshend, che fornisce una prima e convincente spiegazione di cosa è secondo lui la Pop-Art:

«La pop-art – spiegava dunque Pete – è una rappresentazione di qualcosa che per il pubblico è familiare, in una differente forma. Come i vestiti: Keith Moon, il nostro batterista, ha una maglia con l’insegna della Raf, Io ho una giacca bianca coperta di medaglie. Noi siamo per i vestiti pop-art, per la musica pop-art, per i comportamenti pop-art».

Indicazione non di poco conto, considerando il fatto che gli Who spesso venivano ridicolizzati per le loro frequenti distruzioni di strumenti nei loro concerti :«Distruggo la mia chitarra sull’altoparlante – continuava Townshend – perché è di grande effetto visivo. È molto artistico. Si ottiene un suono tremendo e l’effetto è grandioso…». Il resto dell’intervista lo potete leggere dal frammento di pagina pubblicato di seguito.

Lo stesso anno i Rolling Stones iniziavano un tour grandioso in Gran Bretagna, «la vostra unica opportunità di vedere gli Stones prima della primavera ’66», recitava il manifesto promozionale. Il primo trattato dal loro nuovo impresario, Eric Easton, già manager degli Everly Brothers. Erano ritmi da capogiro, 24 concerti consecutivi tra il settembre e l’ottobre ’65. Tra i gruppi spalla Spencer Davis Group, The Moody Blues, Charles Dickens, Unit Four + 2. Erano passati soltanto due anni dal loro primo lavoro ufficiale e gli Stones avevano già pubblicato diversi singoli negli Usa.

A proposito di singoli, questo è forse l’anno di svolta di gruppi come Beatles e Rolling Stones, alcuni ancora sconosciuti in Italia, soltanto appannaggio dei pionieri nostri connazionali, che tra Rita Pavone e Jimmy Fontana, grazie alla radio e agli amici che portavano dischi da oltremanica già possedevano qualche singolo di gruppi stranieri. La classifica 1965 dei singoli più venduti in Italia non ammette repliche: primo tra gli stranieri Goldfinger di Shirley Bassey, al 18° posto, i Beatles al 32° con Help!, i Rolling Stones al 40° con (I can’t get no) Satisfaction. Per gli amanti dei Singoli, ecco quelli che nell’anno 1965 in Gran Bretagna riscossero più successo:

  • The Beatles – Ticket to Ride: «Stesso tempo di I Feel Fine, orecchiabile, anche. Si, lo hanno fatto di nuovo!» (Derek Johnson, Nme).
  • Sandie Shaw – Long Live Love
  • The Yardirds – Heart Full of Soul: «Dopo un drammatico inizio con riverberanti vibrazioni, non così “way-out” di For Your Love, ma la performance è ancora di prima classe» (Derek Johnson, Nme)
  • The Small Faces – Watcha Gonna Do About It
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