EXTRA|Le verità di Townshend

5 Mar

Da una recente lettura di un articolo apparso diversi anni fa sulla rivista Uncut (aprile 2004), mi sono avventurato in una lunga intervista al chitarrista degli Who, Pete Townshend. In questa chiacchierata fiume con il giornalista, Simon Goddard, si parlava della genesi di Tommy, l’album che forse più di tutti ha condizionato, nel bene e nel male la band inglese.

Per esempio si parla di una maledizione del deaf, dumb and blind boy, che poi nell’arco di tre decadi ha decimato il gruppo, partendo dalla morte per overdose di Keith Moon nel 1978 per arrivare a quella di John Entwistle nel 2002. Quell’intervista si colloca due anni dopo quest’ultimo terribile fatto, e Townshend fa alcune confessioni che messe nero su bianco risultano molto interessanti.

Innanzitutto affronta il discorso relativo alla produzione del film Tommy, ed è anche piuttosto divertente ascoltare il chitarrista di Chiswick inveire contro il regista, Ken Russel: «Mi sentivo come un tuttofare, ma poi pensavo: dov’è la musica?».

Forse il più stressato sarebbe dovuto essere Daltrey, che interpretava proprio Tommy, ma essendo il soggetto concepito dallo stesso Townshend, il lavoro di gruppo deve averlo ammorbato di brutto. C’è che poi Pete si sfoga e dice: «Non ho più avuto voglia di lavorare con un regista, mai più». Curioso a tal proposito il rapporto di amore-odio tra musicisti e telecamere. Basti ricordare il famoso litigio di Neil Young a Woodstock.

Comunque, Townshend sembra proprio uno che le cose le dice in faccia, come quando ha confessato un dialogo tra lui e un giovane ragazzo avuto a una festa: «Mi chiese: ‘cosa ne pensi di Keith Moon?’ Io risposi: ‘penso che era un gran bel dito nel culo…». Provate a pensare alla faccia del giovane fan. Eccezionale. Appena letta questa esclamazione tuttavia il mio pensiero è andato subito a uno di quei tanti show della Bbc, in particolare quello in cui i quattro scalmanati Who si esibiscono in My Generation.

Il presentatore si diverte a prenderli in giro, loro stanno al gioco, Daltrey farnetica una sua provenienza dal mondo di Oz, e quando è la volta del portentoso batterista, si sprecano le risate. Ma ancor più si resta attoniti nel costatare il suo evidente stato di alterazione da coca. Sinceramente, mai vista una faccia così fatta. Ma proseguiamo con l’intervista a Townshend e le sue verità.

Tutti voi ricorderete lo scandalo relativo alle immagini pedo-pornografiche che il chitarrista scaricò da internet, era la cosiddetta “Operation Ore”. Ne seguì una campagna mediatica che lo descrisse come un disturbato, un pederasta. Non che io voglia ora far passare Pete come uno stinco di santo, ci mancherebbe. Ma debbo constatare che quel fatto è uno dei tanti esempi di come la presunzione di innocenza nelle moderne democrazie sia soltanto un optional.

Infatti Townshend ne uscì fuori pagando una cauzione, commisurata però alla reale trasgressione, cioè quella di aver pagato l’ingresso nel sito con la sua carta di credito. Non una foto scaricata, né alcun materiale “hot” trovato nel suo hard disk. E, sarò ingenuo, ma credo alla sua giustificazione. Infatti Pete nel 2002 aveva aperto un sito internet in cui pubblicava saggi e poesie contro la pubblicazione di materiale pedo-pornografico sul web, per questo – sostenne anche davanti al giudice – era voluto entrare in quei siti proibiti per semplice ricerca e curiosità. Cioè per conoscere meglio il nemico e di cosa stava parlando nei suoi scritti. E mi sembra più che plausibile.

Townshend accettò anche la cauzione impostagli dalla Polizia, ritenendola giusta per aver trasgredito una legge, ma poi alcuni anni dopo, in un’intervista all’Observer disse che in quel maledetto arresto del 2003, se avesse avuto con se una pistola si sarebbe senz’altro suicidato. Anche quella fu vista come la maledizione di Tommy. Che lo stesso Townshend ha per molto tempo derubricato pensando che avrebbe potuto fare di meglio.

Ma dopo il remix del disco curato da lui stesso nel 2004, la prospettiva cambiò e sentite cosa disse il chitarrista britannico: «Con questo remix ho riscoperto Tommy, nel suo aspetto originariamente viziato, incompleto, innocente, naïve e in una forma maledettamente gauche. È parte della storia degli Who e sono felice di averlo fatto». Ma soprattutto: «Se avessi fatto una biografia e scritto degli anni con gli Who senza aver fatto questo remix, avrei scritto una storia molto diversa. Non è perfetto, niente lo è, e non ha mai voluto esserlo. Ma probabilmente resterà sempre la cosa più importante che abbia mai scritto».

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