EXTRA|Musica a scuola, la proposta De André

10 Mar

Lo scorso 7 marzo, il quotidiano “L’unione Sarda” pubblicava un articolo di Daniele Barbieri su «De André a scuola», che «parola più, parola meno», è stato poi ripubblicato oggi sul blog dell’autore.

Di cosa si tratta? Una recensione del libro De André a scuola, di Massimiliano Lepratti, dove l’autore scruta gli aspetti molteplici del cantautore genovese, immaginando la sua opera (musica, testi, citazioni) come un interessante compendio per studenti e insegnanti.

L’utilizzo didattico di un musicista popolare, che con le sue canzoni impegnate ha aperto tutto un filone di artisti rinnegati, o per meglio dire, profani. Ma il buon De André potrebbe essere utile a scuola anche per le sue tante lezioni di storia che nei suoi testi vi si possono evincere con limpida chiarezza. Carlo Martello ritorna dalla battaglia di Poitiers, per esempio, che venne scritta a quattro mani con Paolo Villaggio. De André non è l’unico, anzi, si potrebbero citare anche Guccini, De Gregori, Dalla, tutti avvezzi a raccontare date ed eventi. De André, dal carattere più eziologico, sarebbe allora l’ideale per gli studenti di primo e secondo, mentre un Guccini d’annata, già il primo, è un ottimo materiale su cui preparare Dopoguerra e ’68.

Quanto a De André tra i banchi di scuola, Barbieri spiega, con sottile ironia, che il libro di Lepratti potrebbe essere anche impiegato nell’ora di religione, perché la prefazione è stata eseguita da un prete. Il che dimostra da un lato che la figura del buon Faber è ancora saldamente in voga, e che, sebbene fosse un anticlericale per eccellenza, oggi è amato e riconosciuto anche dagli uomini di chiesa. Ma citando l’ora di religione, credo si riferisse a scuole superiori. Dunque, dando per scontato questo punto, mi domando se una cosa del genere sia fattibile, nel senso, quanto gli studenti di oggi se ne infischino della lezione di De André.

E ancora, una domanda che non posso tenermi dentro: siamo messi così male – chiedo sia a Lepratti che a Barbieri – che i nostri giovani a scuola per digerire due, tre paginette sulla cacciata dei Mori dalla Spagna debbono far ricorso a una canzone perché altrimenti si addormentano sui banchi?

Insomma, la polemica è antica e qui anziché andare avanti andiamo sempre peggio. Ovviamente mi riferisco soprattutto agli studenti meno attenti, cioè quasi tutti, che tra De André e la Turandot, finiscono per passare le loro sei ore sul Corriere dello Sport, e a fine lezione accendono il loro I-pod e ascoltano solo musicaccia da Sanremo e dintorni. Oh, preciso: non che non sia un bene per la musica, anzi. Approcci del genere (almeno fin quando andavo a scuola anch’io) erano già appannaggio delle maestre di lingua, che magari ti davano una traduzione di un testo dei Beatles e tu, che conoscevi solo la sigla, te lo ascoltavi e ti innamoravi dei Fab Four. Quindi, da questo punto di vista, bene venga la commistione…

Poi, in una scuola in cui (tagli a parte), la musica è relegata parimenti all’educazione fisica, non sarebbe più giusto lasciare che i ragazzi apprendano la storia dai libri di storia, e allo stesso modo si dedichi alla musica maggiore attenzione (e ore di lezione), partendo dalla classica ma affrontando anche tutto quel che di meraviglioso viene dopo? Perché non insegnare la storia del blues, del jazz, del rock? Ecco, va bene il libro compendio allora, ma ciò dovrebbe essere una conseguenza, non un punto di partenza. E’ ora che la musica si svincoli da quell’aura di prodotto di nicchia, parlo della vera musica, che non può ancora stare nel novero delle ore di corredo, o a scelta nei pomeriggi.

Trovo invece intrigante l’approccio sincretico allo studio dell’una e dell’altra materia, se si applicasse ai bambini, e non credo – e con questo rispondo in anticipo a plausibili obiezioni – che De André sia un genere indigesto per i più piccoli. Siamo cresciuti tutti a pane e De André, Venditti, De Gregori, eppure non ci siamo né scandalizzati, né quantomeno li abbiamo odiati.

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