EXTRA|C’eravamo tanto amati

13 Mar

Cosa accade quando aspettiamo l’arrivo nella nostra città della band che abbiamo sempre desiderato vedere dal vivo? Cosa accade quando quel concerto che abbiamo tanto atteso, crogiolandoci sul biglietto di ingresso per giorni, ci delude e ce ne torniamo a casa con un amaro in bocca che non ha precedenti? A chi è capitato resta la scelta di andarsene mestamente a letto e dimenticare, affogare la delusione nell’alcol, mettere dello stesso gruppo un cd in macchina  per offuscare il ricordo della mesta ultima visione live, bruciare quello stesso cd, oppure rinnegare in eterno quel gruppo e addirittura cambiare completamente genere.

A me è capitato in parte con i Metallica, ho provato delusione negli ultimi Afterhours, mi sono dannato con i Modena City Ramblers post-Cisco, e ho avuto amarezza anche sui Porcupine Tree. L’ultima mazzata è arrivata da un live dell’ultimo sopravvissuto degli Iron Butterfly, di cui ormai (ahimè) porta solo il nome. Di seguito invece riporto un post apparso sul sito Unmute: era il 2005 e il recensore Christian Besemer raccontò la sua (terribile) esperienza vissuta all’epoca della reunion degli Slint, una band che personalmente avrei tanto desiderato vedere dal vivo, ma che dopo questo post sarei fortemente tentato di ignorare per il quieto vivere.

Vi invito a leggerla perché si tratta dello sfogo di un appassionato oltre che di una mente critica. Gli spunti sono molteplici e su tutti emerge chiarissima la disillusione verso un genere (il post-rock, sempre lui!) che non ha più chiari i limiti, stilistici e cronologici. Traspare l’odio profondo verso band smunte e rassettate per racimolare spiccioli oltreoceano senza alcun rispetto verso chi magari traversa un intera nazione pur di esserci. Senza andare a valutare se le conclusioni di Besemer siano condivisibili (ovvio che qui non si cita il post per massacrare un gruppo che non abbiamo neanche visto), la filastrocca che segue mi ricorda molto la nostra esperienza quella volta con i Placebo…

Slint  

live @ TPO, Bologna, 04/03/2005

Per tutti coloro che non fossero stati presenti all’immancabile concerto evento dell’anno (leggi alla voce mera reunion per tirar su qualche soldo) riferiamo che non si sono persi alcunché, assolutamente niente; meglio l’Ariston. Anche perché al T.P.O. di Bologna la sera del quattro marzo è andata in scena solamente la cover band degli Slint, quattro “anzianotti” che si sforzavano di sembrare incazzati come quando avevano vent’anni ingannandosi ovviamente (e ingannando pure i meno competenti fra il pubblico) per quello iato insuperabile che li divide da ciò che furono. Oggi gli Slint non esistono più. Sono come zombie, morti viventi non resuscitati. Quello che doveva essere un rito, una celebrazione per tutti gli “indie-rockers” nostrani si rileva infine una commemorazione (il funerale definitivo del post-rock, e di tutta la spicciola filosofia che lo sottintende) un concerto vuoto e fasullo, figlio dei suoi tempi (ma per giunta senza quella giusta dose d’autoironia, ma solo autocompiacimento fine a se stesso) elogio del nulla e della mediocrità, sottoprodotto dell’ego smisurato che affonda dentro questo e altri “gruppi di culto”. L’orgoglio, il vanto e la boria di tutti questi alternativi dovrebbe sprofondare sotto terra per sempre dopo una tale dimostrazione di vuoto. L’assenza di tensione, di emozione, di vita, su canzoni un tempo magnifiche non può lasciare scampo ad alcun tipo di dubbi, questo è solo un modo come un altro di tirare su qualche euro (e non pochi immagino considerando l’affluenza al “circolo culturale”) di raschiare il fondo di un barile già vuoto da tempo; qui non c’è arte né vita, solo soldi (che poi sono gli stessi delle fottutissime stars). Almeno una come Gwen Stefani ci avverte in qualche modo del furto che perpetua nelle nostre tasche tramite l’industria dello spettacolo, questi no; questi sono soldi puliti e loro sono bravi ragazzi “alternativi”.
L’intento di conservare in vitro le canzoni dai tempi di Tweez eSpiderland, potrebbe risultare da un certo punto di vista pure affascinante (seppur sempre in un ottica di mera riproduzione necrofila) in un mondo musicale totalmente mutato, differente, come quello di oggi, ma queste sono solo fotocopie sbiadite della gloria del tempo che fu. Nessun sussulto, nessun fremito, neppure un sospiro di morte, solo il CD che gira, gira, gira inutilmente. Il simulacro di ciò che furono. Tutto è già stato sentito da chi sa, da chi conosce, questo che è stato un gruppo importantissimo, grandissimo, fondamentale. Ma il concerto che questi riemersi Slint ci propinano è assolutamente pacchiano, farsesco; i pezzi sono comicamente identici per filo e per segno a quelli inseriti sui due album, compresi volumi, feedback e distorsioni perfettamente riportate-ricopiate live creando un effetto di ridicolo playback, di copia-incolla, di farsa che manco a Sanremo è possibile udire (almeno lì ci sono degli errori, microfoni che non funzionano, oppure parte un altro CD…). Nessuna sbavatura qui, nessuna variazione, ma neppure un’idea, una di numero. Come dire sono passati quindici anni e nulla è cambiato, e questa è sicuramente la più grande e palese menzogna, la più grande e palese delusione; basta gettare uno sguardo su quei corpi appesantiti e impacciati sul palco per rendersene conto, è lampante. In particolare sul bassista, che assume maldestramente pose melodrammatiche da guitar-hero anni ottanta imbalsamato. Inoltre l’assoluta mancanza di ironia (ma anche di gioia nel suonare) che si percepisce dal e nel gruppo (e dall’ambiente tutto attorno che geneticamente si ritrova comunque in tale situazione) ci impedisce pure uno sguardo indulgente di affetto e benevolenza oltre gli evidenti limiti artistici; come quando ad esempio ci si ritrova al cospetto di dinosauri del rock, tipo il disfacimento del corpo (e della mente) di Iggy. Il tutto qui è presentato invece sotto un’aurea di mediocre superiorità e magniloquenza da primi della classe, che ci impedisce pure la minima compassione. Anche perché quella classe non esiste più; è stata spazzata via dal segno dei tempi. Il re è nudo, e tutti (coloro che sanno) ridono di gusto. Oggi gli Slint non esistono più.
Prima di loro si sono presentati ad aprire (in)degnamente la serata quei “geniacci” dei Radian. Tre fessacchiotti che facevano un gran rumore per nulla; come quello che si sente tutti i benedetti giorni feriali in fabbrica alla fine. Ma considerando che gli “alternativi” intervenuti non conoscono minimamente quei suoni, penso che sia risultata per loro anche questa una gran novità… Andrea ed Io intanto siamo andati a prenderci una birra (pessima) e pure un “Ufo”, come chiamano qui un semplice rum-pera, anche questo pessimo fra l’altro. 

di Christian Besemer

E adesso fuori gli scheletri dai vostri armadi! 


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7 Risposte to “EXTRA|C’eravamo tanto amati”

  1. foxtrot marzo 22, 2011 a 5:30 pm #

    Il Dio Denaro colpisce tutto e tutti…quello che descrive Christian Besemer di questa sua esperienza è purtroppo comune a buona parte degli amanti della vera Musica…quando poi è il gruppo che più hai ammirato a farti questo “sgarbo”, mandare giù è sempre più difficile. Come è difficile mandare giù le lodi urlate verso il palco da centinaia di persone ignorantemente in visibilio accanto a te.

    • Christian Besemer marzo 26, 2011 a 12:13 am #

      Verissimo quello che scrivete ragazzi! Nel pezzo non lo esplicito mai, ma entrambi avete intuito che questo era e resta uno dei miei gruppi preferiti di sempre, anche e soprattutto in considerazione della sobrietà che li aveva contraddistinti nella loro (a questo punto prima parte di) vita. Due album, un mini di due pezzi: in tutto sarà poco più di un’ora di musica credo. Una musica splendida – innovativa nel senso più vero del termine – quella su disco che ho ascoltato e riascoltato a ripetizione, come oggi forse non è più possibile fare. Quello che leggete è un giudizio fin troppo duro per quello che alla fine era stato un concerto medio(cre). Ovviamente da personaggi come loro che avevano fatto addirittura germogliare un genere attorno alle loro intuizioni, ci si aspetta sempre qualcosa in più. Le mie aspettative erano forse un po’ troppo alte e questa arringa è stata scritta di getto appena dopo il concerto. Sono contento che vi sia piaciuta! Comunque il web è veramente incredibile: non avrei mai pensato che una mia vecchia recensione potesse essere riesumata in questo modo per fare da esempio di “tradimenti musicali”! Ma tutto resta e gira in rete, questa è la forza devastante di Internet! Ciao e grazie di avermi citato! A presto! Christian

      • Sidistef marzo 26, 2011 a 1:27 pm #

        Ciao Christian, è un piacere averti nei nostri commenti! Il tempo passa, internet però resta sempre lì e ciò che abbiamo scritto oggi non dobbiamo sorprenderci se un giorno qualcuno lo riutilizza. Ho deciso di pubblicare la tua recensione perché mi ha colpito per la totale assenza di ipocrisia e di quell’enfasi spesso subordinata ai nostri ciechi pregiudizi. Tu lo hai fatto molto bene, non importa se oggi, a mente fredda, ti rendi conto che forse avevi esagerato. Chi non cambia mai idea nella vita è uno stolto…
        Grazie per il commento e continua a seguirci se ne hai fantasia.

  2. Christian Besemer marzo 31, 2011 a 9:25 pm #

    Troppa grazia Sidistef! Sicuramente continuerò a seguirvi! Verissimo ciò che scrivi a proposito di internet (e anche su coloro che non cambiano mai idea…). A presto e magari ci rincontremo alla prossima reunion di qualche vecchio gruppo post rock (June of ’44, Don Caballero, Tortoise, anzi no questi non si sono mai sciolti anche se forse…)

    • Sidistef aprile 1, 2011 a 1:59 am #

      June of 44 – grave pecca immagino già – non li conosco, ma Don Caballero e Tortoise (soprattutto questi ultimi), me li farei volentieri, e a questo punto anche gli Slint perché no?! In caso ti mando una mail! Un saluto e a presto

      • Christian Besemer aprile 6, 2011 a 8:50 pm #

        Ok, dei June of ’44 indispensabili il primo album “Engine Takes to the Water” (1994), il mini “The Anatomy of Sharks” (1997) e l’album “Four Great Points” (1998) tre capolavori assolutamente imperdibili…Per quanto riguarda gli Slint sinceramente non so se sarei pronto a replicare l’esperienza, ma chissà! Ciao e a presto!

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  1. Dream Theater – Burning my Soul (1998) « The Book Of Saturday - maggio 3, 2012

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