VITE PARALLELE|Federico Salvatore vs Eddie Boyd

12 Apr

Una, se non la più grande opera dello scrittore greco Plutarco, fu la raccolta di Vite Parallele, dove l’autore, con straordinario acume annalistico e un pizzico di divertimento, mette a confronto coppie di grandi personaggi del suo passato, uno romano e uno dell’antica Grecia. Coppie spesso eterogenee, accomunate però da un qualche valore d’accordo, che spesso era la virtù. Ecco cosa tenteremo di fare, come Plutarco, ma con la musica: prendendo due generi diversi tra loro, due artisti apparentemente opposti l’uno all’altro, e provando a coglierne gli aspetti che possono avere in comune. È un gioco che faccio spesso e spero piaccia anche ai lettori di The Book Of Saturday.

Il mio ciclo di “Vite Parallele” inizia ora, anche se in realtà una specie di anticipazione già la potreste trovare nel post dedicato a Jimi Hendrix e Jim Morrison. Ma in quel caso le comuni frequentazioni dei due, nonché alcune esibizioni eseguite assieme, mi diedero carta bianca ed estrema facilità nel metterli a confronto.

Non sarà così semplice invece farlo per due artisti che, non solo in superficie, risultano essere così diversi tra loro. Da un lato il pianista blues statunitense Eddie Boyd, dall’altro il cantautore napoletano Federico Salvatore.

Iniziamo dalle differenze, che sono tante, forse eccessive al punto che nessuno avrebbe mai pensato di concepirne addirittura un confronto. Si parte inevitabilmente dalla nazionalità. Iniziamo col dire che un americano del sud difficilmente si cimenterebbe con la musica napoletana (anche se da un recente viaggio in Olanda abbiamo scoperto con Foxtrot che esiste anche un filone di musica napoletana cantata in olandese…), mentre un italiano degli anni ’80, per giunta del sud anche lui, non avrebbe avuto difficoltà a suonare il blues. Pino Daniele, Edoardo Bennato, con risultati anche criticabili, lo hanno fatto, e non furono i soli.

D’altro canto, ci sono, seppur marginali, anche esempi di commistione tra musica napoletana e americana. In questi termini lambì in qualcosina il jazz delle Big Band, il Mambo Italiano di Rosemary Clooney (anche se qui si parla più in genere di stereotipi italici visti da oltreoceano), ma anche parte del repertorio di Renato Carosone riadattato da vari artisti americani.

Si fa più complicato ora collegare il blues con la musica cantautorale italiana. Perché è vero che De Gregori, Venditti, Dalla, e numerosi altri del genere, prendono tutti le mosse dai grandi del rock Usa, Dylan su tutti. Ma Federico Salvatore, sebbene all’inizio della sua carriera, si cimenti soprattutto in esempi di imitazione volutamente marcata, ironica e costruita su doppi sensi, spesso sulle stesse basi di canzoni già cult, per il resto aderisce molto più propriamente al solco della musica partenopea. Che tradisce, se non altro, una forte accento spagnola. Le note, in canzoni come le varie Azz, I figli di Vacca Carla, o gli innumerevoli Incidenti (in Paradiso quello del documento audio-video linkato sotto) sono sempre uno sciame di progressivi la, sol, fa, mi. Tipici anche della spanish guitar (l’esempio forse più famoso e abusato è il solo di Innuendo dei Queen).

Di blues c’è poco e niente, dunque. E di musica napoletana in Eddie Boyd quantomeno, lui sì, blues fino al midollo, mai rinnegato, dalle origini della sua carriera alle sue fasi conclusive. Dunque, le differenze sul fronte stilistico e di genere sono pressoché totali. Però ci sono tante cose in comune tra i due, a partire dal senso profondo del loro messaggio. Blues in Eddie Boyd, napoletano in Federico Salvatore. Entrambi cantano soprattutto sofferenze e problematiche. A grandi linee, degli schiavi neri sottomessi nei campi di cotone del sud, della segregazione razziale (il blues), o di un sud comunque sottomesso, ma non da una legge o un modus vivendi, ma piuttosto dal voltafaccia di uno Stato assente, quindi di un sud, quello italiano, povero, soggetto a una forte spinta emigratoria, alla malavita, alle mafie, alla disoccupazione, ma allo stesso tempo fermo, presente e orgoglioso di essere sud.

C’è poi da considerare gli aspetti prossimi alle due biografie dei protagonisti in questione. Entrambi, sottolineo, sembrano a disagio con il mondo che loro stessi cantano, difendono, senza tuttavia rinnegarlo. Boyd è di Clarksdale, una piccola cittadina del Mississippi che diede i natali a gente come John Lee Hooker e Sam Cooke. Si sposta a Memphis dopo esser scampato dalla forca di un contadino, successivamente va a Chicago, nel nord degli States. Il suo lungo peregrinare culmina però l’indomani di un tour in Europa al seguito di Buddy Guy.

Era il 1965 e il colpo di fulmine con il vecchio continente sconvolse a tal punto il pianista nero che scelse di lasciare definitivamente l’America, anche perché stanco del clima segregazionista, di un paese che nonostante continuasse a manifestarsi all’esterno come l’Eden della libertà, dall’interno, da chi viveva quella situazione, era sempre lo stesso dai tempi della Guerra Civile. In Se Io Fossi San Gennaro, Federico Salvatore, già convertito invece alla musica impegnata, denuncia una situazione in cui Napoli è sfuggita al controllo del popolo, vittima di palazzoni, cemento, asfalto e appalti, se la prende con i poteri forti, e con quanti (il riferimento a Renzo Arbore è sottile ma puntuto) si fanno falsi promotori della cultura napoletana attraverso il meticcio stile della Neomelodica.

Quindi anche Federico Salvatore emigra: nella bellissima Napolitudine, l’autore finge di tornare nella sua Napoli dopo tanti anni di assenza forzata e ciò che trova è la brutta copia di una città che aveva lasciato allegra e spensierata, tutto l’opposto di quella che gli si presenta ora, triste, depressa, che ha perso tutti i suoi connotati più tipici e non sa fare neanche più la pizza.
Ma se Boyd si trasferirà prima in Belgio per finire addirittura a Helsinki, in Finlandia, dove morirà nel 1994, Federico Salvatore resterà sempre fedele alla sua città, continuando a tessere quell’azzeccatissima sovrapposizione tra i due personaggi che lo hanno reso celebre, il ricco e snob polentone Federico, e il povero e semplice terrone Salvatore.

Per concludere, è chiaro che Boyd e Federico Salvatore mi sono più che altro serviti come spunto per tracciare un pur minimo contatto tra due generi e due personalità, più che due biografie che comunque conservano la loro indipendenza. Entrambe affermate in modo marginale nel panorama musicale del loro tempo e dei loro luoghi. Non potremmo mai sostenere che Eddie Boyd sia stato uno dei più grandi del blues, ma comunque uno che parte in compagnia di Buddy Guy, proprio l’ultimo non è.

Aggiungiamo poi alcune care attenzioni a lui dedicategli da Eric Clapton, ma anche le sue collaborazioni con Willie Dixon, Fleetwood Mac (vedi il frammento audio-video sopra, che è una serie di duetti con Peter Green) e John Mayall, e si capisce che questo pianista del Delta ha suonato ai livelli più alti del blues nazionale e internazionale.

Così Federico Salvatore, partito dal riadattare, a temi irriverenti, le basi di hit italiane come fossero karaoke, col tempo si è saputo ritagliare una piccola nicchietta da gran paroliere. Ma purtroppo, come spesso accade, una volta che ci si oppone ai canoni stereotipati da Costanzo Show (non a caso lo cito in quanto suo primo trampolino di lancio al grande pubblico), il nome non serve più ai media per fare il titolo e così di Federico Salvatore oggi si legge solo nelle cronache locali del suo amato Meridione.

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Una Risposta to “VITE PARALLELE|Federico Salvatore vs Eddie Boyd”

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  1. Federico Salvatore – Storie di un Sottosviluppato… Sviluppato Sotto!!! (1993) « The Book Of Saturday - febbraio 11, 2012

    […] eccessivamente sul personaggio, per il quale in parte ho già offerto un marginale profilo nelle Vite Parallele. Mi limiterò a fare alcune considerazioni su questo disco: sono tredici tracce, in cui se dovessi […]

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