Tempo di bilanci al CMJ Festival. Un polacco a New York. Roll Up Your Sleeves dei We Were Promised Jetpacks (2010)

22 Ott

E mentre mi intrattengo al dolce suono del blues, piccola scappatella sui siti di recensioni rock nel mondo, finisco in Polonia e scopro il CMJ Festival di New York. Sbagliato strada? No, ma la rete è piena di attenzione verso l’indie e i gruppi emergenti. Figuriamoci un polacco esule nella Grande Mela, e chi è stato con me a Londra sa quanto i polacchi siano gente assolutamente amante del rock. Ovvio che faccio anche un salto sull’official site di questo festival che unisce musica e film: «CMJ, The new music first», recita lo slogan, ma più che un festival è una grande maratona. Mai vista una line-up così intrisa di orari e concerti spalmati in soli tre giorni: saranno almeno 300 gruppi, spesso ne trovi una ventina che suonano contemporaneamente. E vi sfido a trovare un gruppo noto. Tutti giovani, o meno giovani ma comunque emergenti: musica per la musica.

Per correttezza, vi riporto anche il commento al terzo giorno (già perché stasera sarà già tutto finito, ed è tempo di bilanci al CMJ 2011), scritto per l’occasione da Przemyslaw Gulda di Gazeta Wyborcza. Uno scampolo di articolo, che si riferisce al trio scozzese dei We Were Promised Jetpacks:

«I We Were Promised Jetpacks, assieme ai Frightened Rabbit e ai Twilight Sad, sono un trio (forse quando li ha visti lui erano tre, ma sono quattro gli elementi, nda) la cui musica è molto potente. Musica veramente scozzese. Queste band però, faticano a trovare spazio, quasi completamente ignorate e ancora lontane dalla luce dei riflettori della scena britannica, orfana ancora degli inglesi Oasis e The Libertines. Qualcuno di loro, a volte viene invitato a qualche festival locale, tipo Glastonbury, il più importante, dopo tutto, una panoramica della scena alternativa britannica. È dunque fuori casa – anche solo negli Stati Uniti – che a questi gruppi viene recapitato il giusto valore. We Were Promised Jetpacks hanno fatto un solo tour in Europa, esattamente due anni fa: quando li ho scoperti, non ho avuto dubbi. Eravamo vicini a Dresda, in Germania, ero in vacanza e ho deciso di concedermi 40 minuti di concerto e ascoltare questa band. Ne valeva la pena. Perché quello che è successo sul palco è stato ancora bello, più triste e commovente di quello che ho potuto poi ascoltare sul disco».

L’alternative, l’indie, sono tutto questo: in una musica dominata ormai da elettronica, filtri, mix di suoni, scientifica eliminazione delle imperfezioni, c’è anche chi riesce ad emozionare dal vivo con schitarrate possenti e melodie (seppur sentite e risentite) sempre genuine e nate dall’ispirazione. Che poi, quella del concerto, resta l’emozione più forte e più trasparente. Chiudo pubblicandovi il video scelto da Gulda, si tratta di Roll Up Your Sleeves, brano tratto dall’album d’esordio dei Jetpacks: These Four Walls (2009). Non li conoscevo, ora mi farò una cultura anche su di loro. E viva la Scozia!

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