Rachel Arieff, la regina dell’Anti-Karaoke

22 Feb

Basta con le tipe frigide che abbozzano il falsetto per l’ultima canzoncina di Emma, basta con i coatti che li senti canticchiare in canottiera fetida Ti Amo di Pappalardo mentre tu vorresti scolarti la birra e tirargli il bicchiere in piena fronte. Basta.

Basta col Karaoke. L’ho sempre pensato. E devono averlo pensato anche in Spagna, da dove nasce l’Anti-Karaoke.  Tutto rigorosamente made in Spain: «El ùnico karaoke “andergraun” de Barcelona. Finally, a Karaoke that doesn’t suck!».

E di che si tratta? Boh, ancora non l’ho capito bene, soprattutto non capisco a che serve una cassetta da lettere, ma mi sembra secondario e comunque , come riporta Thriller Magazine.es, resta opzionale.

Gli ingredienti essenziali sono invece quattro. Primo: mettere in sala una folla sfrenata di schizofrenici, ubriachi (o vogliosi di diventarlo al più presto), amanti del chiuso soffocante e dei colori. Secondo: metti sul palcoscenico una più matta di loro, che a ogni canzone cambia abito e anche se è stonata tiene il palco e balla come una diva. Terzo: dai al pubblico la possibilità che lei (e soltanto lei) canti le canzoni che loro (e soltanto loro) hanno deciso di richiederle. Quarto (but not least): proibisci qualsiasi richiesta che non sia rock, heavy metal o pop-rock internazionale.

Ecco l’Anti-Karaoke, un misto di musica cantata, balli e voglia sfrenata di volersi divertire a tutti i costi, tra scene rock, punk, vaudeville, grottesche, un misto tra il Rocky Horror Picture Show e una corsa all’eccesso. Ideatrice l’americana show-woman Rachel Arieff, che vive a Barcellona e lì, alla Sala Apolo 2, ha impiantato il suo spettacolo pirotecnico che va in scena ogni lunedì. Ma da un po’ di tempo c’è anche a Madrid, alla Sala El Sol, il primo mercoledì del mese.

Canti, balli, lancio di pane, e circa 500 canzoni da poter richiedere. Anche se chi la conosce sa che «Rachel potrebbe cantare qualsiasi cosa». Da I Will Survive, o Queer dei Garbage, a We’re not Gonna Take it dei Twisted Sisters. Il tutto rispettando però due tradizioni: la chiusura con Killing in the Name dei Rage e Kids In America di Kim Wilde, e soprattutto l’apertura con New York New York. Lei la canta stonatissima, poi agguanta una bottiglia di Jack Daniels e inizia a saziare le gole del pubblico, fingendo un fallo e pisciandogli in bocca del wiskey. Se ci capitate, fateci un salto.

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