L’EMOCENSIONE|Stray Cats – Stray Cats (1981)

16 Mar

Artista/Gruppo: Stray Cats
Titolo: Stray Cats
Anno: 1981
Etichetta: Arista

L’avrà mai sentito Franny Beecher? Brian Setzer l’avrà mai sentito Beecher? La domanda in Stray Cats mi perseguita. Gruppo, anzi terzetto, o trio, che meglio si associa al concetto di Jazz. Perché Stray Cats è anche un album swing, a sfumature. Ma soprattutto molto, molto rock’n’roll, decisamente rockabilly. Fusione tra bluegrass, rock’n’roll, blues, qualcosa di jazz, rintonato in chiave punk. E che è? Più affine ai Ramones, lontano all’opposizione Sex Pistols, indifferente ai Clash. Un genere sfuggente, il rockabilly, figuriamoci il revival del rockabilly. Riprendi le canzoni anni ’60, stropicciale e gettale nel cestino. Più giù, più indietro: al revival dei Fifties. E se la chitarra avesse avuto un peso anche prima, magari sarebbero arrivati al Titanic.

Strano, tre gatti randagi americani che si presentano nella caliginosa Inghilterra pettinati alla Elvis, ma con i pantaloni attillati stretti e il chiodo alla Vicious. Era in pieno punk, ma loro ne rubarono solo alcune icone, il resto: il pensiero, le tematiche, i sogni, le speranze, tutto guardava alle auto a coda di rondine e alla Seventh Avenue. Poco spazio alla politica, gran voglia di vino, birra, scopate e spensieratezza. Mentre tutti protestavano c’era chi già ammirava il boom americano.

Poi mi rifaccio alle chitarre, da lì scorgo sempre la distanza tra il classico Elvis Presley, e la pazzia avanguardista di Bill Haley. Poi ci sono Eddie Cochran, Gene Vincent, Carl Perkins, d’accordo tutto. Ma Bill Haley, l’ho capito subito, è lui la fonte di ispirazione degli Stray Cats. Più di tutti, Bill Haley and His Comets, e quella chitarra a scale storte di Franny Beecher, il chitarrista alle spalle di Bill, che esce fuori dai filmati in bianco e nero solo quando parte con l’assolo di Rock Around the Clock.

Raffiche impazzite di terzine, quartine, palmi muti e note con diesis e bemolle arrotolati all’indietro, spigolose come il miglior suono della Gibson di Beecher. Prima nasce Stray Cats, poi qualche mese dopo, nasco anche io. 1981, anno in cui trovare dischi memorabili a volte può diventare un’impresa da archeologi. Il mio amico Lalli me ne elencò una schiera di una sessantina (senza esagerazioni), e alla fine mi disse: «Veramente, non ne ho trovato uno degno». Io rispondo: «Ma c’era Discipline…». Vabbè, in un’ondata di album ritratti in una mail, è venuto fuori anche questo.

Era il 1981, appunto, poi ancora ci vorranno 30 anni per la prima volta, ma – siamo ai giorni nostri – forse certe cose è meglio conoscerle dopo, si apprezzano di più, si rimpiangono anche. Nel frattempo un gruppo così lo avevo immaginato, sognato e, in parte (nella mia testa e nella mia cameretta), anche concepito.

Un disco così, con elementi basici. Un disco che potesse rievocare qualcosa troppo vecchio per essere ancora di moda, che potesse riportarlo alla luce sotto una prospettiva di luce diversa, più colorata, più acida. Rosa, verde elettrico, azzurro e giallo, colori saturi ma anche bianco e nero, e l’odore di vino scolato, di bottiglie vuote, e di un cagnaccio pulcioso che ti sniffa al colo e ti dice: «Padrone, puzzi!». E basta.

Stray Cats è un horror Disney, paura e fantasia insieme, una pittura profana all’alba di un nuovo millennio che sta per iniziare e che ha bisogno di tornare indietro per non affondare. È un’insegna luminosa nei sobborghi inglesi, un pub sotterraneo che offre tre ragazzini pettinati alla Fifties ma coi microfoni a gelato, già. Dicono i cartelloni per le strade: «Il cantante imposta la voce come il mitico Elvis, il batterista vi sorprenderà con una grancassa, un rullante e un piatto: suona in piedi. Il contrabbassista simula l’amplesso con il suo strumento. Venghino signori». Ma non è circo, è robetta seria per orecchie serie.

«Ma chi è il Setzer della Setzer Orchestra?»: Yes. Ma sentitelo prima, ai tempacci di quando eravamo embrioncini, e dimmi che ne pensi. Cominciamo a dirne di più: Setzer è l’anima, è quasi tutto lui, il protagonista, l’Haley e il Beecher fusi in un solo atomo. Slim Jim Phantom alla batteria minimal aiuta eccome, anche alla composizione, poi Lee Rocker a contrabbasso e basso elettrico, con l’aggiunta di qualche sassofonata qua e là di Gary Barnacle che la vede lunga e ci mette la firma sui crediti dei più grandi come i Clash.

Schitarrate subito, riverberi, e una ritmica ricamata su un famoso passaggio r’n’r, questo è il semplicissimo intro di Runaway Boys. Potrebbe essere Elvis dalla voce di Setzer, non invece per i coretti esagerati alle spalle, e una potenza che subito sembra comunicare: avevate immaginato il rockabilly modificato? Eccolo, è Elvis turbo iniezione. E vai con una specie di Womp-bomp-a-loom-op-a-womp-bam-boom, rubato e stravolto stavolta da Little Richard: Fishnet Stockings.

Dopo arrivano gli indiani, ululati e pulsazioni tribali in Ubangi Stomp, sulla riva destra del fiume Congo, dove le strida e i graffi sono segni di coesione. I riff melodici sono invece da Piazza Rossa, ma quella è un’altra storia, e il muro di Berlino era ancora lì come baluardo anti-comunista. Il mezzo mondo. Rock’N’Roll puro è invece Jeanie, Jeanie, Jeanie, e non c’è troppo da aggiungere, se non che stavolta ad essere depredato è Eddie Cochran, ma in fin dei conti accadeva solo vent’anni prima. Per noi sembra un secolo e un altro padre fondatore calpestato, niente di più errato. Fin qui, diciamo solo sentito dire. Poi arriva Storm The Embassy, e la storia cambia, Stray Cats cresce, inizia a camminare da solo, emerge la novità, si valuta l’inventiva, si riannodano i fili e si arriva addirittura ai Franz Ferdinand di oggi, via Teheran e un’ambasciata tenuta in ostaggio per un anno e mezzo.

È il primo brano non r’n’r, forse l’unico assieme all’ultima Wild Saxophone, dove tutto si confonde, quasi uno slowmotion di una storia irripetibile. Alla fine le vie sono due, ho pensato: o lo ficco nel cestino e clicco svuota, oppure lo riascolto. E Stray Cats è ripartito, con due scatti di volume in su alla volta, ha vinto lui sul mio stereo. È come i poppers, zero dipendenza, ma fanno lo stesso. Voto 7,4  

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