L’EMOCENSIONE | The Decemberists – The Tain (2004)

22 Mar

Artista/Gruppo: The Decemberists
Titolo: The Tain
Anno: 2004
Etichetta: Kill Rock Stars

Mi accade sempre con più frequenza di imbattermi in gruppi che si rifanno ad antichi testi. E se con i Popol Vuh eravamo al testo sacro dei Maya, stavolta, con i Decemberists ci troviamo di fronte a un racconto epico: Táin Bó Cúailnge (La razzia di vacche di Cooley). Il disco è senza titoli ma solo numeri romani, sei tracce legate in un solo brano di 18 minuti. The Taìn, che è una leggenda epica di origine irlandese, risalente alla notte dei tempi (I secolo a.C.), di cui restano solo due codici che affondano le loro radici al XII secolo.

Traendo spunto dal Taìn, i Decemberists – band statunitense affine al panorama Alternative/Indie Rock – costruirono il loro secondo Ep dopo 5 Songs: The Tain, appunto. E se Callimaco propugnava il concetto di “brevitas” in prosa, meglio non potevano fare i cinque “decabristi” di Portland. Diciotto minuti per raccontare la saga del toro Finnbhennach, che, emigrato dalla mandria della regina Medb a quella del re Ailill, dà vita a una guerra infinita e sanguinosa tra il Connacht e l’Ulster, difeso da un unico eroe, il diciassettenne Cúchulainn.

Le prime note basse di chitarra acustica sono il passo del toro che attraversa il recinto, il cantore allora illustra i temi principali della storia agli uditori, dall’alto di un masso, tra praterie verdi, e grattacieli. I personaggi sono accovacciati in una grotta, al caldo, avvolti in una feticcia sensualità: «She’s a salty little pisser with your cock in her kisser». Notizia shock, cambia tutto. Ma come? E l’epica, la poesia? Beh, gli antichi sapevano usare parolacce e offese meglio di quanto facciamo noi oggi. Dunque si entra nella fase II, l’urlo delle chitarre di Funk e Meloy di ledzeppeliana memoria (anche se non lo ammetteranno mai, si fanno grossi millantando influenze da gruppi impronunciabili…), subentra l’anacronismo americano, esce fuori anche Carlo Magno e l’M-5 (la metropolitana di Milano? Il missile francese? Bah).

La melodia tiene, e se c’era qualche dubbio prima, ora siamo tutti d’accordo che si tratta di una rock opera. Registrata in quattro giorni pieni, che i Decemberists sudarono notte e giorno dormendo negli studi di registrazione. Subentra l’organo Hammond di Conlee, si percepisce uno slide che però nell’elettrica confusa passa quasi inosservato. L’ingresso nella III stanza è anticipato da un rallentare evidente del ritmo, la ritmica acustica prende il sopravvento, poi è già tutto finito, parla il soldato: «From the lee of the wall he comes in the chain and the chariot». Bellissimo il coro di bambini in «Here come loose the hounds To blow me down, blow me down». Meglio ancora il violoncello a cappello sul ritornello (e scusate la rima). Chiude il soldato: «A dormine».

Il capannello di fanciulli si appisola, e a intrattenere gli adulti, nella seconda parte di sonata ci pensa un pianoforte sintetizzato, e il notturno recitare di una vedova: «Le vostre bocche affamate piangono per il latte di vostra madre», e una sonata da carillon, una ninna nanna di giostra controlla la via di mezzo, tra colline e giravolte scherzose.

Si riprende, è il momento più surreale, quasi pinkfloydiano. I suoni alle spalle della voce narrante si affastellano, restando sospesi. E prima di ricominciare la giostra con doppiette e terzine di mandolino, stavolta si nota di più il concetto colto: «Of gingham, taffeta, cotton and silk». E ci risiamo con la Persia. Prima l’arpa, ora ago e filo (vedete, anche io sono pinkfloydiano dentro, e so che non mi capirete mai abbastanza).

La parte V è un dialogo serrato tra madre e figlia, finale, al culmine dell’avventura, stretto da un rullante di batteria che cadenza la terribile scoperta: «Figlia, cosa hai fatto? Le tue mani sono piene di sangue». Ma la mamma non tradisce, copre, difende, rincuora: «Zitta tesoro, non piangere, la tua ricompensa arriverà…». È il momento più struggente, è l’apice della tragedia, ben accompagnato dall’apoteosi dei decabristi che all’unisono spaccano il silenzio e onorano il contesto. Tutto azzeccato. Anche la voce del narratore, la cronaca nuda e pura, la metafora, come ogni poema epico: «E ora che abbiamo visto i tuoi poteri, lentamente allunghiamo le ore…».

Del Taìn ci sono diverse versioni, in quella di Leinster, a far da chiosa c’è questa versione in latino, scritta dall’autore della trascrizione: «Tuttavia io che ho redatto questa storia, o meglio questa favola, non credo alle varie vicende in essa narrate. Questo poiché alcune cose nella storia sono inganni demoniaci, altre finzioni poetiche; alcune probabili, altre improbabili; certo alcune sono dirette solo al piacere degli uomini stupidi». E tuttavia io, che non ho mai letto il Taìn, ma ho ascoltato quello dei Decemberists, non credo alla tua storia e neanche alla loro favola in musica. Tante cose non sono vere, ma nella favola è ammesso variare i sessi, e i contesti. E comunque il disco mi è piaciuto.

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Una Risposta to “L’EMOCENSIONE | The Decemberists – The Tain (2004)”

Trackbacks/Pingbacks

  1. Colin Meloy dei Decemberists « The Book Of Saturday - aprile 24, 2012

    […] l’uscita del loro ultimo album The King is Dead, nel 2011 i Decemberists si sono finalmente imposti nelle classifiche di vendita statunitensi. Novantaquattromila copie […]

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