EXTRA|I suoni degli anni Settanta

25 Mar

Cosa sono stati gli anni Settanta? Che sentimenti si provavano, quali erano le tendenze musicali? Farsi un’idea è sempre difficile, perché la storia, gli articoli, i post sul web, parlano di storie diverse. C’è chi dice che gli ani Settanta furono un idillio, chi preferisce i Sixties, chi gli anni Ottanta, e così via. Per questo, imbattendomi in uno dei booklet della raccolta 50 anni di rock (vi avevo già parlato del disco 7), uscita nel 2004 ed edita dal Gruppo Editoriale L’Espresso/La Repubblica, ho deciso di pubblicare una parte dell’inside di presentazione del Disco 4, intitolato appunto I suoni degli anni Settanta. L’articolo a due mani, è stato scritto dai due curatori, Ernesto Assante e Gino Castaldo. Fermo restando la critica su molte scelte di selezione delle tracce, spero che in parte, la spiegazione possa aiutare a rispondere qualcuna (magari solo in parte) delle domande che mi ponevo in precedenza. PEr il resto, ripeto, la storia è molto soggettiva, soprattutto se scritta da chi quegli anni li ha vissuti, con le sue emozioni, i suoi sentimenti, le sue percezioni. Confesso che non mi dispiacerebbe avere anche un riscontro  dai giovani di quegli anni. Buona lettura.

I suoni degli anni Settanta

«Sarà un caso, non c’è dubbio, ma mentre il revival degli anni Sessanta una volta iniziato non è mai finito, quello degli Ottanta è tuttora rigogliosamente in corso, e tra breve ci troveremo nel pieno dell’immancabile revival degli anni Novanta, la memoria degli anni Settanta, intesi come decennio intero, completo, ricchissimo, tende invece a svanire.

Non è che non si celebrino volentieri gli anniversari della disco music, o del punk, non che non tornino, sempre più spesso in auge gli zatteroni e i pantaloni a zampa d’elefante, i capelli lunghi o le grandi t-shirt a fiori, ma ogni volta si tende a far revival di una parte del decennio, di una immagine di quei gloriosi e travolgenti dieci anni, di un suono, di una moda, mentre del decennio intero non si fa menzione. Non è un caso.

Si, perché a ben guardare è sostanzialmente impossibile celebrare il revival di un decennio che è stato molti decenni messi insieme. Innanzitutto ci sono gli anni Settanta che sono un prolungamento del decennio precedente, dato che i Sixties si sono riverberati per lungo tempo. Anche se, e va detto, l’influenza è decisamente più forte e duratura nella scena americana che in quella inglese. L’hippismo, morto ufficialmente nel 1967 è tutt’altro che defunto, le comunità nate lontane dal cuore di Haight Ashbury proseguono la loro vita, le “famiglie” alternative prolungano il sogno di una società diversa, migliore, più libera, più aperta, per tutta la prima parte del decennio.

Il movement, quello più politico e combattivo, vive senza dubbio una fase di ripensamento, di riflusso, ma la battaglia pacifista non si ferma alla fine degli anni Sessanta, anzi continua con energia per i primi anni del nuovo decennio. Nessuno, insomma, si taglia i capelli, nessuno mette via gli spinelli, e il rock, che fino alla fine del decennio era rimasto, al di là dei grandi successi e dei gruppi solisti più famosi, una musica sostanzialmente alternativa, si trasforma pian piano in mainstream, modificando profondamente l’assetto della stessa industria discografica. Ma ancora nei primi anni del decennio il pop resiste bene, benissimo anzi, all’avanzata del rock e pur adattandosi ai tempi continua a macinare successi.

Fino al 1973-74, insomma, l’eco degli anni Sessanta continua a farsi sentire, anche se per molti versi il messaggio “rivoluzionario” del decennio precedente viene edulcorato, commercializzato, popolarizzato, reso innocuo, ridotto in molti casi a immagine con poca, se non nulla, sostanza. Musicalmente parlando il riverbero degli ani Sessanta dura molto meno. Se sul fronte culturale la rivoluzione del rock dei Sixties si afferma davvero come linguaggio di massa planetario all’inizio degli anni Settanta, musicalmente già alla fine del 1969 la musica ha preso, su entrambi i lati dell’oceano, strade diverse da quelle che hanno dominato gli anni Sessanta veri e propri.

Woodstock segna, nel bene e nel male, uno spartiacque, un giro di boa. Innanzitutto perché l’industria discografica si accorge delle potenzialità del rock come fenomeno mainstream, delle possibilità della nuova musica di avere un mercato non più di nicchia ma colossale e planetario e il rock, in brevissimo tempo, cambia pelle, da bandiera della controcultura si trasforma in business commerciale, pur mantenendo saldi i collegamenti con una cultura giovanile in velocissima trasformazione.

E poi perché la musica stessa scopre di avere possibilità più ampie dei semplici tre minuti di una canzone, gli album non sono più collezioni di singoli ma contenitori di progetti più ampi, di pensieri più vasti, di opere più complete. Nasce quello che, soprattutto in Europa, viene conosciuto come rock progressivo, il rock cerca contaminazioni con la cultura “alta”, con la musica classica, con il jazz, con l’improvvisazione. Ecco, gli anni Settanta della musica progressiva iniziano alla fine degli anni Sessanta e arrivano fino alla metà del decennio, coinvolgendo milioni di ascoltatori in tutto il mondo, mescolando i residui dell’hippismo ad un nuovo culto della personalità, del solismo, esasperato, della tecnica sopraffina, della spettacolarità che spesso, soprattutto negli ultimi anni, diventa fine a se stessa.

Il rock abbandona, in questo suo spezzone creativo, i legami con le sue radici, si trasforma, si rinnova, cambia anima e pelle, raggiunge i suoi limiti creativi e al tempo stesso spesso, troppo spesso, si riduce ad essere semplice formula. Poi, e sono importantissimi, ci sono gli anni Settanta dei cantautori, della canzone che si rinnova e si affida alle cure di alcuni straordinari autori e interpreti che, smessi i panni dei profeti della cultura giovanile in movimento, provano a raccontare i sentimenti privati e personali, che sono e restano comunque collettivi.

E il rock, quello elettrico, forte, combattivo, straordinario e collettore di sogni e bisogni, di emozioni e passioni? No, non è morto, anzi, nel sud degli Stati Uniti si è fatto più forte e creativo, mescolandosi con il blues e con l’improvvisazione, in un southern rock che vive di elettricità e sogni, ma non è più linguaggio collettivo, bandiera generazionale. E poi c’è il glam rock, l’avanguardia elettronica tedesca, la ricerca del jazz rock, la disco music, il funk e molto, molto altro ancora.

E poi, non va dimenticato, ci sono gli anni Settanta del punk, che rivoluziona tutto, che rivolta il tavolo buono dove le rockstar si sono sedute a banchettare, lontani dal pubblico, dai ragazzi, dalla loro vita di tutti i giorni, dai loro desideri e dai loro racconti. Non sono solo questi gli anni Settanta, sono anche quelli di molte grandi personalità che con i loro dischi, le loro invenzioni, hanno segnato il decennio, gruppi e personaggi che spesso hanno iniziato la loro avventura del decennio precedente e hanno trovato la loro “voce” negli anni Settanta».

Ernesto Assante e Gino Castaldo

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