Elvis Presley – Sunrise (1999)

9 Mag

Mi sono accorto all’improvviso che in questo blog finora si è parlato fin troppo poco di Elvis Presley. In questo periodo mi sto facendo una cultura su questa colonna del rock, ho già ascoltato una quarantina di suoi dischi e sicuramente ora ne so molto più di settembre, quando vi avevo consigliato Sunrise, questa raccolta pubblicata dalla Sun nel 1999. Non rinnego nulla di quanto scrissi allora, ma una cosa è certa: ascoltando diversi live di Elvis, mi sto sempre più convincendo che la sua vera forza, rispetto alla concorrenza, era proprio racchiusa nelle esibizioni dal vivo.

Elvis Presley sembrava quasi vivere del momento e del pubblico. La sua voce diventava ancora più calda ed eccitata che in studio, i suoi movimenti (da qui il nomignolo “the pelvis”) facevano il resto, come le gracchianti urla delle ragazzine. Ci sono diversi dischi live di Elvis in circolazione, ma preferisco continuare con Sunrise.

In primis, perché volevo citare un altro aneddoto tratto dal libro Last Train to Memphis: The Rise of Elvis Presley di Peter Guralnick, contenuto nell’inside di copertina. Era un sabato (1954), e un giovanissimo e sconosciutissimo Elvis, determinato a registrare il suo primo singolo, si presentò negli studi della Sun. Passò diverso tempo nella sala d’attesa, prima che Marion Keisker, la office manager del produttore Sam Phillips, più per premiare l’audacia e l’abnegazione del ragazzo, chiese a Elvis: «Che tipo di cantante sei?». «Canto qualsiasi cosa», rispose lui. «A chi può somigliare il tuo stile?», domanda ancora lei. E qui la seconda risposta la riporto in originale perché è un po’ il manifesto di Elvis Presley: «I don’t sound like nobody».

Successivamente, Elvis spiegò spesso che si era recato nello studio per incidere un pezzo per sua madre, o semplicemente per sentire come suonava la sua voce registrata. D’altronde la stessa Sun in quel periodo aveva aperto il Memphis Recording Service proprio per dare a tutti la possibilità, per soli 4 dollari, di sentire l’effetto della propria voce registrata: «Registriamo qualsiasi cosa – recitava il loro motto -, ovunque e in qualsiasi momento». Eppure con il passare delle settimane e dei mesi, sia la Keisker che Phillips si convinsero che Elvis quel giorno fosse realmente determinato ad entrare nel mercato musicale.

Il seguito lo spiego nel post precedente, cui trovate sopra il link, ma tengo a consigliarvi questo disco appunto per i live, cosa che in molte delle raccolte precedenti potreste non trovare. Sono le ultime sei tracce, tutte relative a concerti datati 1955: I’m Left, You’re Right, She’s Gone, That’s All Right, Money Honey, Tweedle Dee, I Don’t Care If the Sun Don’t Shine, Hearts of Stone.

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