Duke Ellington and His Orchestra (featuring Mahalia Jackson) – Black, Brown and Beige (1958)

10 Lug

Artista/Gruppo: Duke Ellington and His Orchestra (featuring Mahalia Jackson)
Titolo: Black, Brown and Beige
Anno: 1958
Etichetta: Columbia

Come promesso, al best di Duke Ellington segue la recensione di un disco che vi consiglio di mettere subito nella vostra collezione. Che sia di jazz, blues, pop, rock non ha importanza. Questo è un capolavoro senza tempo né genere ben definito. Si dice jazz, ma qui Duke Ellington e la sua Orchestra danno una lezione di come si possa amalgamare la musica occidentale con le movenze tribali africane, sudamericane, mediterranee. Si parte dall’esodo negro e si arriva addirittura al Padrino prima che Nino Rota potesse concepire i suoi temi più famosi in tutto il mondo.

Lo stesso Ellington fornisce la chiave per interpretare il suo simbolismo, fin dal titolo: una sfumatura, dissolvenza dal nero al beige. Un passaggio, attraverso un cammino durato secoli, dalla schiavitù all’affermazione occidentale. Il cammino tra lo spirito, il sacrificio del lavoro e la musica. Parte essenziale di qualsiasi campo da lavoro, che sia la terra mediterranea o i campi di cotone degli Stati del Sud. Dal sudore e il battito dei tamburi che cadenzano la giornata lavorativa, alla domenica come giorno di riposo, dove tutti in un’ora sono uguali l’un l’altro, senza distinzioni, perché in chiesa, davanti alla sua benedizione, Dio non fa distinzioni.

L’emancipazione dell’afro-americano passa di lì, da quella casetta bianca in legno sulla collina, in cui si prega e si canta, gospel e spiritual, tutti mano per la mano. La segregazione prosegue, troverà il suo culmine tra gli anni ’50 e ’60, per poi finire, almeno per legge.

Ma quando Duke Ellington concepì le sue suite di Black, Brown and Beige, era chiaro che la strada era ancora lunga. Nel descrivere queste registrazioni, capostipiti della musica di Ellington e di tutto il jazz swing degli anni Quaranta, possiamo tranquillamente affermare che il suo viaggio, e quello dei suoi fratelli neri, quantunque fosse stato prolungato ad oggi, si intitolerebbe Black, Brown, Beige, and White. Ma quel bianco, quella totale assimilazione tra gli ospiti indesiderati di allora, forzati anzi dallo schiavismo occidentale, oggi non si nota nemmeno. Bianchi e neri lavorano fianco a fianco, passeggiano sulla stessa sponda della strada, frequentano gli stessi locali, viaggiano sugli stessi mezzi pubblici e sempre più spesso li si vede baciarsi e costruire famiglie con bambini sempre più color cappuccino.

Ecco, forse quel beige di cui parlava Ellington, quel colore ancora intermedio che nascondeva una speranza, sarebbe stato oggi la conclusione della sua riflessione. Gli stadi, le fasi, quelle che hanno condizionato l’opera intera, un capolavoro dalla critica discodrante allora, oggi assume i connotati del canone jazzistico del nostro compositore.

Furono tre registrazioni dal vivo eseguite alla Carnagie Hall nel gennaio 1943 a decretarne il coma farmacologico in vista di un totale ripensamento. Troppo lunghe le suite, troppo laborioso e intellettuale il lavoro: per rappresentare la fatica sui campi, la sofferenza degli schiavi che coltivavano cotone, bastava meno.

Già nel ’43 la critica era comunque, ancora molto bianca. Al di là dell’invidia dei visi pallidi per un genere di musica che andava per la maggiore ma che doveva per forza far affidamento sulla genialità e sulle sonorità “negre”, lo stesso Ellington sembrò titubante sulla resa complessiva della sua opera. Così nel 1958 la rivisitò, ingaggiò la tagliente voce di Mahalia Jackson, tagliando quasi ogni parte e sfornando una composizione in 6 suite, molto più asciutta e fruibile, che la Columbia pensò subito di pubblicare.

Sta di fatto che il nuovo Black, Brown and Beige dura solo 35 minuti circa contro i circa 57 minuti della Carnagie Hall in cui l’opera era suddivisa in tre movimenti. Di seguito la scansione delle più recenti (e definitive) registrazioni: Part I (8:17), Part II (6:14), Part III (aka Light) (6:26), Part IV (aka Come Sunday) (7:58), Part V (aka Come Sunday) (3:46), Part VI (23rd Psalm) (3:01).

Si parte dalla prima suite e arriva subito all’orecchio, sapendo già la genesi dell’idea, che l’orchestra di Ellington ci proietta sui campi di lavoro. Si parte dal viaggio degli schiavi da Haiti, poi si finisce a lavorare il cotone, ci sono i giovanissimi (i fiati più alti), gli uomini forti (i sassofoni) e i vecchi saggi (i tromboni) incalliti dalla calura del sole di Savannah.

Lo spiega bene il film Via col Vento: questi schiavi che durante la pace fornivano lavoro, durante la guerra d’indipendenza furono la prima mano d’opera, il primo braccio armato delle truppe del Sud. Sovente qualcuno prende la parola con linee di assoli che si discostano dal resto del gruppo: un consiglio su come manovrare il macchinario, o le prime idee di rivolta (le trombe con la sordina in wah wah, oppure più semplicemente la rassegnazione alla sconfitta al cospetto del più attrezzato Nord.

Eppure, se c’è una razza, un popolo, che depose per ultimo le armi, quello fu proprio il popolo nero. Dalla Part II si entra nel tema vero e proprio del lavoro: la melodia riprende poi quello che diventerà il passaggio più noto dell’opera: Come Sunday. La canta Mahalia Jackson, che poi nel remaster con le bonus tracks, viene offerta dalla Columbia anche nella versione A Cappella. Al di là delle maestose performance della cantante, un punto teorico resta il tema dell’integrazione: «Vieni di domenica, quello è il giorno», recita un passaggio del testo, per ricordare che un giorno, uno solo della settimana, neri e bianchi si trovano fianco a fianco nel pregare l’unico loro Dio. Siamo già nel colore del beige, perché l’unione permane un giorno solo, per qualche ora, poi tutto torna come ieri.

C’è una seconda versione di Come Sunday (Part V) con il violino di Ray Nance, toccante con il picchiare sulle corde con le dita dal minuto 1:20 della Part II, un esercizio di stile che prosegue anche nella parte successiva del brano con l’archetto, una danza tanghera tra note acutissime e più basse. «Il Signore è il mio pastore: non manco di nulla; su pascoli erbosi mi fa riposare, ad acque tranquille mi conduce». È l’attacco di Psalm 23 (Salmo 23. Davide), un testo religioso che unisce il jazz (gli sfondi dei fiati), con il gospel e lo spiritual delle chiese protestanti. Anche qui, si distingue la vena recitativa di Mahalia Jackson.

Tra gli esecutori che ancora non ho citato, mi fa piacere ricordare Paul Gonsalves, sassofonista di origini capoverdiane forse tra i meno noti della band di Ellington, ma con una carica e una capacità di costruire improvvisazioni infinite che gli valse il nomignolo “The Strolling Violins” da parte del Duca.

Una storia la si può raccontare piangendo o con il sorriso sulle labbra. Anche quando è dolorosa. In questo disco è descritta un’epopea, e Duke Ellington lo fa quando ancora la storia non è giunta a conclusione, perché la vita del suo popolo è proseguita e servirebbero tanti altri colori. Eppure lo fa senza paternalismo, né astio né tanto meno rancore. Della sua produzione da bandleader, togliendo i temi più noti alla Take the “A” Train (peraltro neanche sua), Black, Brown and Beige resiste all’usura del tempo, i rimpalli di tom tom di Sam Woodyard sono esattamente quello che un amante del jazz, di qualsiasi jazz e di ogni epoca, può chiedere. Ed era solo il 1943… Voto: 8,9

Personnel

Duke Ellington — piano

William “Cat” Anderson — trumpet

Harold Shorty Baker — trumpet

Clark Terry — trumpet

Ray Nance — trumpet, violin

John Sanders — valve trombone

Quentin Jackson — trombone

Britt Woodman — trombone

Paul Gonsalves — tenor saxophone

Bill Graham — alto saxophone

Harry Carney — baritone saxophone

Jimmy Woode — bass

Sam Woodyard — drums

Mahalia Jackson — vocals

Track listing

All tracks by Duke Ellington

“Part I” – 8:17

“Part II” – 6:14

“Part III” (aka Light) – 6:26

“Part IV” (aka Come Sunday) – 7:58

“Part V” (aka Come Sunday) – 3:46

“Part VI” (23rd Psalm) – 3:01

Bonus tracks on re-releases

“Track 360” (aka Trains) (alternative take) – 2:02

“Blues in Orbit” (aka Tender) (alternative take) – 2:36

“Part I” (alternative take) – 6:49

“Part II” (alternative take) – 6:38

“Part III” (alternative take) – 3:08

“Part IV” (alternative take) – 2:23

“Part V” (alternative take) – 5:51

“Part VI” (alternative take) – 1:59

“Studio conversation” (Mahalia Swears) – 0:07

“Come Sunday” (a cappella) – 5:47

“(Pause track)” – 0:06

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