Earl “Fatha” Hines – Honor Thy Fatha (1978)

20 Ago

Artista/Gruppo: Earl “Fatha” Hines
Titolo: Honor Thy Fatha
Anno: 1978
Etichetta: Drive Archive

La prima mirabilia che si nota appena partito Honor Thy Fatha è un pianoforte usato e volutamente approntato sull’impronta di uno strumento a fiato. È il cosiddetto trumpet-style che distingue il way to play di Earl Hines fin dai tempi in cui questo maestoso ed elegante pianista nero si affrancò dal seguire le tracce del padre (cornettista in una brass band) e cominciò a suonare il piano.

I suoi primi studi ed esibizioni di musica classica, contamineranno per sempre il suo modo di interpretare il jazz. Questo disco (che all’apparenza della copertina e per l’età avanzata) potrebbe sembrare anche uno dei tanti best of in circolazione ormai ovunque. E invece rappresenta una delle ultime registrazioni del pianista di Duquesne (Pittsburgh) prima della sua morte avvenuta nel 1983.

Stabiliamo subito uno spartiacque: per chi non conosce “Fatha” (letteralmente significa padre, father, soprannome affibbiato a Hines per le sue lunghe paternali sullo scorretto utilizzo degli alcolici), meglio partire dalle retrovie, dalla sua prima esperienza nell’orchestra di Luis Armstrong (tanto talentuoso che venne scelto per sostituire Lil Hardin, moglie del celebre trombettista, negli Hot Five), o nelle successive formazioni in coppia con il clarinettista Jimmy Noone.

In questo album invece Hines sembra quasi passare in rassegna tutti i pezzi che più lo hanno segnato nella sua carriera jazzistica. Non è un caso che nel 1975 (data delle registrazioni) il disco fu intitolato Hits I’ve Missed (i successi che ho perso…) dalla RealTime, ma poi uscì nel ’78 con il titolo Honor Thy Fatha grazie alla Drive Archive. Qui Hines abbandona i fasti e i suoni pieni delle Big Band del suo periodo swing e Bebop, per affrontare questa scaletta di “rimpianti” con un terzetto asciutto e molto classico. Lui al piano, Red Callender al contrabbasso e Bill Douglass alla batteria.

La prima perla è Birdland, il gioiello firmato da Joe Zawinul e dai suoi Weather Report solo nel 1977. L’anno successivo, Hines arricchisce con questa rivisitazione il corollario di gemme classiche e pubblica Honor Thy Fatha. Che in questa uscita conserva due alternate take finali, la stessa Birdland e Blue Monk di Thelonius Monk, rivisitate in chiave ragtime, a differenza di quelle che introducono l’album originale al primo e secondo posto (probabilmente di preferenza del jazzista). La prima è anche uno dei pochissimi standard relativamente recenti, gli altri sono campioni della storia del jazz, una guida all’ascolto arricchita da brani che hanno fatto la storia di questo genere, spessissimo brani concepiti da pianisti per il piano.

È il caso della traccia numero 5, la bellissima Sophisticated Lady di Duke Ellington. Sulla quale Hines si appiglia con le note basse, lasciandole viaggiare con un tocco pulito di mano destra per poi cucirci addosso il suo stile a tromba con le note alte di sinistra. Sono stilettate, colpi di acuto che toccano subito le corde dell’animo, su cui Hines indugia per esprimere tutta la sua immensa tecnica. Con Earl il pianoforte si è sdoganato dal ragtime per affacciarsi con tutte le sue potenzialità nell’armonia della band. La vena modernistica di Hines emerge soprattutto da Old Fashioned Love di James P. Johnson, il migliore interprete del passaggio che visse il piano dal ragtime al dixieland e quindi al jazz moderno per come lo interpretiamo oggi.

Earl non tradisce le sue origini, il suo ragtime è totalmente stravolto ma la sua impronta avanguardistica rimane intatta. Non vanno dimenticati però i suoi due compagni di viaggio, il contrabbassista Red Callender, che si nota subito in Birdland (si divertirà poi molto nella frizzante The Preacher di Horace Silver) immediatamente seguito dall’ingresso della batteria di Bill Douglass. Proprio per far capire che questo è un album e non un campionario di assoli, tipo A Jazz Hour With

Di solito si dice che il jazz rilassi e serva per la meditazione, con un bicchiere di vino, luce soffusa, colori acidi. Eppure non è sempre così. Honor Thy Fatha è uno dei tanti esempi di ascolto “alto”, che meriterebbe uno spazio nella giornata interamente dedicato al suo ascolto. E poi se avete curiosità, facilita il lavoro filologico di recupero di dischi che hanno segnato la storia del jazz. Qui Hines piange su se stesso e sul tempo andato, indica come le avrebbe concepite lui queste perle, ma la malinconia ben si associa alla riflessione e per questo Hoor Thy Fatha può essere visto che un disco allegro, giovane, e di grande stile. Voto 6,8.

Line Up:

Earl Hines – piano

Red Callender – contrabbasso

Bill Douglass – batteria

Tracks:

1. Birdland
2. Blue Monk
3. Humoresque
4. Squeeze Me/Ain’t Misbehavin’
5. Sophisticated Lady
6. Old Fashioned Love
7. Misty
8. The Preacher
9. Birdland [Alternate Take 3]
10. Blue Monk [Alternate Take 3]

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