EXTRA|Hard Bop, l’ultimo Jazz nei Juke Box

1 Dic

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Sonny Rollins esordì come sassofonista nel 1948 con i grandi del Bebop, Bud Powell, Miles Davis, J.J. Johnson. Nel 1957 uscì Sonny Rollins Volume 2, una pietra miliare della storia del jazz, una sessione senza tempo, che ha riunito alcuni tra i padri fondatori dell’era post-Bop. Compaiono gli ex Jazz Messengers, Art Blakey e Horace Silver, il bassista preferito di Miles Davis, Paul Chambers, il trombonista J.J. Johnson, e perfino Thelonious Monk. Si tratta di un esempio maturo di dove potrà arrivare l’Hard Bop. Siamo nella seconda metà degli anni ’50 e da qualche anno il jazz stava reagendo energicamente al Bebop, genere fino ad allora fecondo di fenomeni come Charlie Parker, J.J. Johnson e Phil Woods, tutti campioni di uno stile che a sua volta reagiva allo swing evolvendosi in riff di assoli infiniti e iper-tecnici portando alle estreme conseguenze il concetto di velocità e tecnica nella musica. Era il Be-Bop (o più comunemente Bop), che ruotava attorno al Birdland di New York e verso il quale il pubblico lentamente si era disaffezionato. Via via la scena se la sarebbero presa le giovani leve cresciute nei locali del Be-Bop.

Parallelamente il Blues e l’R&B si stavano scomponendo e sviluppando in quello che poco dopo divenne il fenomeno più in voga nella musica, il Rock & Roll. Il pubblico era diviso e forse anche un po’ confuso, avendo difficoltà nello storicizzare significati come quello del termine stesso “Be-Bop”. Prova ne è il fatto che nel 1956 Gene Vincent se ne uscì con una hit che verrà resa famosa, tra gli altri, da una storica interpretazione di Elvis Presley. Si trattava di Be-Bop-A-Lula, un titolo forse riadattato da un pezzo blues degli anni 40′. Un termine comunque reso celebre già dal vibrafonista jazz Lionel Hampton nella sua Hey! Ba-Ba-Re-Bop. Molto si giocava sulla cadenza fonetica, dove Be-Bop imitava il ritmo del genere jazz che dal secondo Dopoguerra imperversò da New York in tutta l’America e poi nel mondo. Questa breve introduzione serve per contestualizzare l’evoluzione di un genere musicale che ai profani del Jazz suona in più delle volte inavvicinabile, ma che se andiamo a scrutare poi i suoi interpreti più fecondi, ci accorgiamo come sia stato toccato dai più grandi artisti Jazz del Ventesimo Secolo. Stiamo parlando dell’Hard Bop, più che uno stile Jazz un vero e proprio ripensamento. Un ritorno al passato, al Blues afroamericano delle origini con forti connotazioni Rhythm & Blues e sfiorato dal Soul e dal Gospel, che di li a poco si affrancheranno come genere indipendente sotto l’influsso del Pop. Questo anche per ripetere, come se non bastasse, che la storia della musica è poi fatta di contaminazioni, e le etichette sono sempre date a posteriori per un puro bisogno dell’uomo di classificare qualsiasi cosa. In realtà i poli non si respingono ma si attraggono e si sfiorano, spesso sovrapponendosi.

Miles Davis

Miles Davis

È difficile scovare negli archivi (ma più che altro nelle menti degli artisti stessi) una determinata volontà di sovvertire lo status quo allora vigente. Una cosa è certa, il panorama Jazz del 1950 era costellato di giovani leve pronte a far recuperare terreno al genere. E come sempre accade quando si ripensa qualcosa, i primi passi si compiono ripartendo dalle origini, dalla tradizione. Spesso le evoluzioni sono delle sfumature che nel momento esatto in cui avvengono, neanche le si nota, ma tanto per riprendere il discorso appena concluso, lo stesso Miles Davis, che nel 1954 realizzò Walkin’ (un disco non certo Hard Bop) e che l’anno seguente diede vita con John Coltrane al Miles Davis Quintet (che si distinse per lavori più prettamente Bop), va a lambire proprio l’Hard Bop prima di sperimentare altri stili.

Il 1954 è una data fatidica per la nascita (o meglio la messa a punto) dell’Hard Bop. Quell’anno Art Blakey fondò i Jazz Messengers, un gruppo che esordì con lo storico A Night At Birdland. Sono tre volumi divisi per serate e formazione, dove membri stabili del quintetto erano, oltre a Blakey, il trombettista Clifford Brown, il sassofonista Lou Donaldson, il pianista Horace Silver (una registrazione chiave nello sviluppo precoce dell’Hard Bop fu la sua The Preacher) e il bassista Dillon “Curley” Russell. Art Blakey fu il primo e fecondo ispiratore dell’evoluzione del Bop in Hard Bop, dopo una vita passata nel post swing e quindi collaborazioni con i più grandi del Bop, da Charlie Parker a Fletcher Henderson e lo stesso Miles Davis. Come detto, è difficile contestualizzare il momento esatto della nascita di un genere. Per lo Swing si da’ il 1938 con il concerto alla Carnagie Hall di Benny Goodman. Per l’Hard Bop la genesi è molto più “Rock”.

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Art Blakey

Horace Silver

Horace Silver

Il discografico della Blue Note (etichetta che ebbe un ruolo di primissimo piano nell’Hard Bop), il celeberrimo Michael Cuscuna, indica alcuni incontri avvenuti tra Blakey e Silver (che successivamente collaborò con lo stesso Miles Davis, in particolare in alcune registrazioni accompagnati dal Modern Jazz Quartet), da dove nacque la più valida risposta alla scena Be-Bop di New York: «Sia Art che Horace erano molto, molto consapevoli – dice – di quello che volevano fare. Volevano allontanarsi dalla scena Jdei primi anni ’50, che era la scena Birdland di Phil Woods, Charlie Parker o J.J. Johnson». Alcuni però vedevano nell’Hard Bop una risposta anche al West Coast Jazz. C’è anche chi, come Shelly Manne suggerisce una sovrapposizione tra l’Hard Bop e il (forse) più celebre Cool Jazz, che rifletterebbero semplicemente due diversi contesti geografici: il Cool è più rilassato e per questo riflette lo stile di vita tipico della California. Ma riprendiamo Cuscuna sugli incontri tra Art Blakey e Horace Silver: «Entrarono in casa e si sedettero con la sezione ritmica, giocando solo con il Blues e gli standard che tutti conoscono […]. Sia Horace che Art sapevano che l’ unico modo per conquistare il pubblico del Jazz e farlo sentire ancora meglio, quello da fare davvero era una musica pianificata e riconoscibile. Hanno davvero saputo scavare tutto questo nel Blues e nel Gospel, rendendo le cose con un appeal universale. Così misero assieme ciò che poi chiamarono Jazz Messengers».

Il nome del gruppo esemplifica al meglio quello che intendevano fare Blakey e Silver: si sentivano dei «missionari del Jazz». Cuscuna parla di ritmica, e forse non è un caso che a cambiare le carte in tavola fu proprio un batterista. Una delle peculiarità dell’Hard Bop, infatti, è la totale assenza della chitarra, vista dagli hardboppers come uno strumento poco affine all’idea di ritmo che avevano in testa. Non era un rifiuto a priori, ma un’esigenza. E comunque artisti protagonisti dell’Hard Bop, non disdegnarono mai collaborazioni con la sei corde, basti notare che nel 1956 il bassista Paul Chambers compare in Introducing Kenny Burrell, disco d’esordio da leader di uno dei più importanti chitarristi jazz della seconda metà del Novecento. Nell’Hard Bop si consolidò invece il ruolo degli strumenti a fiato (tromba, trombone, sassofono), in un gioco di rimandi in cui ognuno aveva la sua parte da protagonista. In genere l’Hard Bop è caratterizzato da una melodia ben conosciuta, lineare. Spesso si tratta di standard che il pubblico riconosceva subito. Come nelle tragedie greche, la gente andava ad ascoltare i concerti Hard Bop sapendo già cosa aspettarsi. E all’inizio di un brano, già si sapeva come sarebbe andato a finire. Si tratta di pezzi lunghissimi, dove uno strumento (oppure diversi all’unisono) chiamano un tema. Poi risponde un altro strumento (o sempre un gruppo di strumenti) e così via. L’intro è un preludio all’ingresso della parte ritmica, prima la batteria, poi il basso. Ciò non significa che la parte ritmica debba essere vincolata a uno schema ben preciso, anzi, con il tempo si scioglierà fino a liberarsi del tutto dai vincoli in cui fino ad allora era rimasta incastrata. All’interno di questa enorme stanza che può durare anche decine dieci o più minuti, ogni artista ha la sua parte di assolo, tenendo l’assonanza con il tema si sviluppa poi una serie di scale che contraddistinguono il Jazz modale, per poi finire di nuovo alla stessa melodia dell’intro.

Un altro criterio distintivo dell’Hard Bop è la voglia di rivisitare Blues e Soul (da cui poi deriverà il Soul Jazz), ecco perché i temi sono molto semplici, le velocità vertiginose alla Ornette Coleman verranno abbandonate per una musica molto più riflessiva e di ambiente. Dai Jazz Messengers nacque poi la collaborazione tra Clifford Brown e il batterista Max Roach, ma parallelamente l’Hard Bop aveva attecchito e per almeno un decennio fu uno degli stili più seguiti. Se ne cimentarono altri musicisti come Donald Byrd, Sonny Clark, Kenny Drew, Benny Golson, Dexter Gordon, Johnny Griffin, Joe Henderson, Freddie Hubbard, Jackie McLean, Blu Mitchell, Hank Mobley, Thelonious Monk, Lee Morgan, Carl Perkins (il pianista e non il rocker), Bud Powell, Sonny Rollins e Sonny Stitt. Poliedrica e interessante la discussione su chi coniò per primo il termine “Hard Bop” e da dove nacque. Il sito The Hard Bop, nella sua raccolta di dischi notabili, inizia dal 1952 con Memorial Volume 2 dei Los Angeles All-Stars (Wardell Gray, tenor sax; Art Farmer, trumpet; Hampton Hawes, piano; Harper Cosby, bass; Larance Marable, drums; Robert Collier, congas) di Wardell Gray. Per molti invece la data ufficiale di nascita dell’Hard Bop arriva tre anni dopo la nascita (1954) dei Jazz Messengers, sempre ad opera di Art Blakey, che nel 1957 pubblica un album dal titolo Hard Bop. Ma secondo Nat Hentoff, autore delle note a margine di quel disco pubblicato dalla Columbia, la frase “hard bop” fu coniata ancor prima dall’autore, critico e pianista, John Mehegan, recensore di Jazz per il New York Herald Tribune.

Abbiamo visto come, nel ’54 Art Blakey sorprese il Birdland con i suoi Jazz Messengers, tra i lavori più interessanti del batterista da segnalare anche Moanin’ (1958), mentre per altri artisti vale la pena confrontarsi anche con Horace Silver and the Jazz Messengers (1955) e Finger Poppin’ di Horace Silver (1959), Blue Train di John Coltrane (1957), Blowing in From Chicago di Clifford Jordan e John Gillmore (1957), Somethin’ Else di Cannonball Adderley (1958), Work Song di Nat Adderley (1960), Soul Station di Hank Mobley (1960), Ready for Freddie di Freddie Hubbard (1961), Page One di Joe Henderson (1963). Da ascoltare anche Indeed!, di Lee Morgan e Saxophone Colossus di Sonny Rollins. Data 1956, stesso anno di Django del Modern Jazz Quartet. Questa band merita un discorso a parte, un’importante eccezione di un gruppo interamente afroamericano diretto da John Lewis. Per decenni proposero una musica che fondeva l’estetica cool con elementi e sonorità derivanti dalla musica classica (soprattutto barocca) europea.

Max Roach

Max Roach

Il 1958 si chiude con Cool Struttin’ di Sonny Clark e Deeds, Not Words di Max Roach, un gruppo, quest’ultimo, che si cimentò con l’Hard Bop ma evitando sempre di piegarsi ai suoi schemi. Per concludere questa breve rassegna, quali furono i meriti dell’Hard Bop? Stando alla critica, ancora molto attaccata allo Swing (non dimentichiamo che negli anni ’50 artisti come Louis Armstrong e Duke Ellington erano ancora in piena corsa), e che risultava osteggiare anche il Be-Bop, i meriti non furono molti. Anzi, col senno di poi, l’Hard Bop fu quasi ignorato, resistette fino ai primi anni ’70 ma i grandi (lo stesso Sonny Rollins) decisero di guardare oltre. Fu quasi una scuola: riprendere i motivetti del Jazz classico, stropicciarli un po’, divertirsi e far divertire la gente. Questo fu però un punto a favore. Nel sacrilego dualismo tra arte e intrattenimento, musicisti come Art Blakey e Horace Silver sapevano che sarebbe stata un’opportunità. L’Hard Bop fu dunque l’ultimo Jazz che la gente realmente ballò nei locali. Poi ci fu solo il religioso ascolto in silenzio e l’applauso scrosciante poco dopo l’ultima nota. L’Hard Bop fu l’ultimo Jazz passato dalle radio come musica “popolare”. L’ultimo Jazz nei juke box, prima della resa al Rock.

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