George Lewis – Shadowgraph, 5 (Sextet) (1977)

29 Dic

MI0002112250

Pensavate non potesse esistere, eh? Voi (noi) poveri mortali della musica da intrattenimento, melodica al punto giusto, da canticchiare allegramente sotto la doccia. Pensavamo non umanamente accettabile pubblicare (e provare a fare i soldi) registrazioni di nostro figlio intento nell’eseguire strampalati esercizi di flauto da presentare il giorno dopo alla maestra delle medie. Forse un giorno questo bambino sarà il nuovo Ian Anderson, si augurano tutti i padri. Ma fino ad allora, quegli esercizi restano musica primordiale, sintetica, due, tre, quattro note infilate per fortuna. Lo sfiato del do che emette solo schizzi di sputo e va a vuoto. Ma quella è musica, vera musica ermetica. Le maestre non lo capivano, Santa Maria…. Io che credevo di essere bravo con l’aulos, mi diedero un vecchio xilofono: «Suona questo, in fondo alla classe, lascia stare con il flauto… non fa per te… fai finta di suonare…». Santamaria.

Noi che giocavamo a riavvolgere i nastri delle cassette con le matite – avanti, indietro, avanti e indietro… Può succedere che oggi qualcuno voglia spiegarci qualcosa in italo-americano, metallicamente, tra un assolo e l’altro di trombone e sintetizzatore. Traccia 4. L’ultima. Diavolerie da post-musica.

Per me con l’ascolto di George Lewis si chiude un cerchio, personalmente una grande soddisfazione. Perché quel bambino ero io, 20 anni fa. E oggi suono bene, la cosa difficile è tornare indietro. Al primordiale. Quello che fa questo trombonista con i membri del suo ensemble ad assetto variabile. Questo album, Shadowgraph, 5 (Sextet) è una scoperta che ho fatto acquistando un album per sbaglio. Cercavo un clarinettista swing, ho trovato un trombonista avant-garde. Che nel jazz significa quasi sempre andare oltre il lineare. Scrutare l’iperbole dell’ignoto mistero che si nasconde dietro la costruzione del suono. Rinunciare all’estetica, abbandonarsi alla realtà. Gli insegnamenti di John Cage li avevo già appresi, tradotti, da John Zorn. Con George Lewis per me si chiude il primo cerchio. Zorn e Frith mi avevano quasi scoraggiato, l’avanguardia pensavo fosse per pazzi. Nel rock è tutto più difficile, pensate agli Henry Cow, sempre Frith. Nel jazz, penso ad Albert Ayler, è più facile ridurre tutto all’uno.

Shadowgraph, 5 (Sextet) è uno di quei dischi che non puoi lasciar girare a vuoto, in ambiente. Esperimento già eseguito, complica notevolmente le cose. Puoi, ed è un’eventualità, invece pensare di starlo ad ascoltare. Ma non basta sedersi sul divano per entravi dentro e assaporarlo. Esperimento provato anch’esso. Lascia un senso di vuoto-pieno apparente. Un’illusione, che lo si abbia capito. Tuttavia, se non lo si “veste” in cuffia, ciò resta una semplice illusione. George Lewis in questo caso (ma dando un’occhiata alla discografia mi accorgo che si è anche cimentato con il passato, un tributo a Charlie Parker può bastare?), avvicinandosi molto al concetto di classica contemporanea (penso a Bruno Maderna, per esempio), va gustato nella sua interezza. Un disco, questo, che bisogna capire addentrandosi nei meandri dell’immaginario, di cosa vuole spingerci a comprendere Lewis. Non si può fare semplicemente sentendolo.

Il disco di apre con Monads (Anthony Davis al piano, Douglas Ewart al clarinetto basso, Leroy Jenkins al violino, George Lewis al contralto e trombone tenore, Roscoe Mitchell al sax soprano, Abdul Wadud al violoncello). Si tratta di fugaci frammenti melodici, dove in serie si estrapolano quasi impercettibili assoli di Jenkins, Davis e Wadud (assieme) e Lewis. Segue Triple Slow Mix, un trio per due pianoforti (uno dei maestri di Lewis, Muhal Richard Abrams, e Anthony Davis, oltre allo stesso George Lewis che si cimenta nel sausophone (un mega trombone da spalla, molto in voga nelle bande da strada), che detta una linea bassa attorno cui i due pianoforti si destricano in una sfida di rimando con scampoli di scale da destra a sinistra e viceversa. Come uno studente di musica, appunto, quando prova per la prima volta un nuovo spartito. Si passa così a Cycle, a cui giocano (è proprio il caso di dire) in coppia Duoglas Ewart e George Lewis (qui alla Wagner tuba oltre che al sintetizzatore): sono vocette malefiche e ironiche, extraterrestri, beffarde. Il disco ssi chiude con la title track, Shadowgraph, 5 (Sextet), dove tutti i membri delle tre tracce precedenti si riuniscono con l’aggiunta di Muhal Richard Abrams al pianoforte. Colpisce una voce assurda che compare, scompare e riappare, un nastro che Roscoe Mitchell riavvolge per tre volte. Proprio nel momento in cui si inizia a capire cosa la voce stia dicendo, arriva la tuba di Lewis a coprire, mascherare, dipingere di scuro. Il quadro, che prima era classico, viene concepito in stile pop, macchiato volutamente dall’anticlassicismo avanguardistico. È il manifesto di George Lewis.

 

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