Steve Hackett – Metamorpheus (2005)

21 Feb

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Questa recensione voglio iniziarla con una risposta. Una delle tante spese su Metamorpheus, ennesima fatica di Steve Hackett che data 2005. Perché questo lavoro ha avuto una fortuna alterna, divisa tra i difensori incalliti del grandissimo chitarrista dei Genesis, che contrastano con reazioni meno entusiastiche da parte degli integralisti al contrario. Da osservatore esterno, mi pongo nel mezzo e cerco di accontentare la curiosità di chi si chiede perché Metamorpheus. O meglio, alcuni si domandano tuttora cosa ci sia di metamorfosi all’interno di questo album che suona lineare e pacato.

Bene, la risposta probabilmente è nel carattere autobiografico che si è voluto regalare lo stesso Hackett, e la metamorfosi non è all’interno del disco, che invece è una conseguenza della rivoluzione della sua vita. Come Orfeo, il mito che tratta quest’opera, anche Steve si è calato in un nuovo mondo, quello della musica classica che, con il progressive rock, aveva solamente potuto semplificare in qualche fraseggio estemporaneo. Qui la musica classica diventa la regola. Tutto il resto, semplicemente non c’è. E ciò, all’uscita di Metamorpheus, ha disorientato i fans. C’è chi ha accolto con entusiasmo e curiosità l’esperimento, chi invece decretò la fine anticipata di un artista che invece ha prodotto poi altri 5 dischi dopo questo, l’ultimo un anno e mezzo fa.

STORIA. Come detto, Metamorpheus è un concept album sul mito di Orfeo, sul suo amore per la musica, per Euridice e sulla vita che vince la morte. E si può definire il successore ideale di A Midsummer Night’s Dream (1996) in cui Hackett mise in musica la splendida commedia Sogno di Una Notte di Mezza Estate di Shakespeare con l’ausilio della Royal Philharmonic Orchestra. In questo lavoro, ad accompagnare Hackett c’è la Underworld Orchestra, composta da violino, violoncello, contrabbasso, flauto e corno.

IMPORTANZA. Secondo alcuni, a differenza dei precedenti Bay of Kings e Momentum, Metamorpheus è un’opera dal respiro più vasto e articolato, dove si colgono riferimenti ad alcuni grandi compositori del Novecento: Grieg, Stravinsky, Ravel, Elgar, Holst. E ancora una volta, Hackett ha scelto un tema che aveva ispirato molti compositori prima di lui. Il mito greco di Orfeo era stato il leitmotiv di diverse opere come l’Orfeo di Claudio Monteverdi, L’Orfeo ed Euridice di Christoph Willibald Gluck o Orpheus In The Underworld di Jacques Offenbach.

SENSAZIONI. Metamorpheus è un viaggio a ritroso nelle radici musicali di Hackett (vedi anche Please, Don’t Touch del 1978) e anche in quelle dei primi Genesis. Il disco si apre con tre gong di campana e inizia un viaggio attraverso i portali del tempo. L’attenzione la rubano le melodie, tutte molto orientaleggianti all’inizio, e comunque sempre tra l’elegiaco e il drammatico-popolare e alcuni passaggi in cui si passa dal classico al medievale. Per chi si aspetta invece un Hackett d’annata, arriva subito la doccia fredda. Tutta chitarra classica con corde in nylon. La quintessenza della classica. Se piace si prosegue fino alla fine, accompagnando Orfeo fino agli inferi e ritorno. Altrimenti, meglio cestinare il disco, che senza curiosità di scoperta rischia di risultare noioso dall’inizio alla fine.

CURIOSITA’. La ricerca del suono e la grande meticolosità del professionista, inducono Hackett a registrare ogni strumento dell’orchestra singolarmente. Il risultato è un suono davvero limpido e potente. Un processo minuzioso che richiederà un anno di duro lavoro per essere completato. Il risultato, ne converranno anche i detrattori, è invidiabile.

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