King Crimson – Larks’ Tongues In Aspic (1973)

5 Mar

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Quella che sarebbe stata una curiosità, in questa recensione cattura il titolo in testata, che poi è quello dell’album che stiamo per recensire: Larks’ Tongues in Aspic. Fu ideato da uno dei nuovi elementi della band riformata da Fripp solo un anno dopo il suo scioglimento: interpellato sulla natura della musica che stava suonando con i nuovi King Crimson il percussionista Jamie Muir parlò di «lingue d’allodola in gelatina», alludendo a qualcosa di delicato in una mescolanza densa e corposa. Stesso concetto della raffigurazione in copertina, un sole che abbraccia la luna. Il sacro e il profano, il classico e il nuovo. Tutto questo Larks’ Tongues in Aspic, quinto lavoro dei King Crimson. Un disco che disorienta per i suoi contenuti.

STORIA. Nel luglio 1972, un mese dopo la pubblicazione dell’album dal vivo Earthbound, e il conseguente tour, i King Crimson non esistevano più. Robert Fripp era rimasto l’unico in possesso del marchio “King Crimson”, e contro ogni previsione della critica dell’epoca, nel giro di meno di un anno rimise assieme una band. Arruolò il batterista Bill Bruford, in rotta con gli Yes, e il bassista-cantante dei Family, John Wetton, che negli anni 60′ aveva suonato a Bournemouth, stessa zona in cui si esibiva Fripp. Con il suo arrivo, Wetton portò con sé anche il nuovo paroliere della band, Richard Palmer-James, che rimpiazzò Pete Sinfield. Poche settimane dopo si unirono anche Muir alle percussioni e il violinista/violista David Cross, ex Waves, facendo diventare i King Crimson un quintetto fino all’abbandono di Muir, un anno dopo, che decise di intraprendere il cammino della fede ritirandosi in convento. Dopo una serie di date in Germania e Gran Bretagna fra ottobre e dicembre, il 1º gennaio 1973 il nuovo quintetto entra in studio per mettere a frutto l’esperienza maturata dal vivo. Larks’ uscirà un mese dopo.

IMPORTANZA. Dopo lo scioglimento, serviva linfa nuova per farsi notare in un panorama (quello del prog e del rock in generale) che nel frattempo aveva fatto crescere il numero dei concorrenti. La nuova formazione e il tour che intrapresero nel 1972, fecero avere ai King Crimson una rinnovata attenzione da parte della stampa. Larks’ fu il primo lavoro a testimoniare la personalità compositiva di Fripp dopo l’abbandono di Sinfield. Lo stile aggressivo di Wetton diede il suo contributo ai King Crimson e influenzò lo stesso Fripp, la cui chitarra divenne sempre più distorta. Ma un’impronta decisiva verso la nuova direzione intrapresa dai KC la infonderà l’eclettico percussionista Muir. È a lui che dobbiamo tutta la varietà di suoni di Larks’, frutto di un bagaglio di strumenti tra i più inconsueti, dal campanello di una bicicletta a giocattoli, gong e trombette. È quello che, secondo alcuni rappresenta l’elemento «terroristico di disordine percussivo». Il passaggio si percepisce fin dall’inizio, con quel tenue suono di campanello che viene ripetuto all’esasperazione fino all’attacco di chitarra di Fripp che ricalca il nascente heavy metal. Al di la della forma, un rock che interpreta le suggestioni classiche e free-jazz, non si può trascurare l’analisi di certa critica. Secondo la quale Larks’ non sarebbe un gran disco ma soltanto la copia posticcia della vera essenza dei secondi CK: quelli live, tra schema, disordine e improvvisazione. Ci può anche stare, ma sinceramente, non avendo avuto modo di vivere quell’esperienza live, lascio ad altri la cinica considerazione. Sinceramente, Larks’ non raggiungerà le vette di capolavori precedenti come In the Court of the Crimson King, ma non si può neanche parlare di disco «sopravvalutato». Chi lo sostiene, pecca dello stesso male illuminato di cui sono, ahimé, portatori gli stessi KC con il loro prog: intellettualismo fine a se stesso.

SENSAZIONI. Il mio primo consiglio d’ascolto è di scegliere fin dall’inizio un livello di volume e lasciarlo invariato fino alla fine dell’album. In realtà è una regola che dovrebbe valere sempre, a magior ragione in questo caso. Anche laddove vi sembrerà di percepire soltanto dei suoni difficili da decifrare. È uno degli effetti a cui credo vogliano arrivare i King Crimson con questo disco, quasi dei toccata e fuga, ma state tranquilli: non vi lasceranno mai soli. E infatti, se l’attacco di Larks’ Tongues in Aspic Part I vi parrà eccessivamente basso e quasi impercepibile, resistete alla tentazione. Ci penserà poi la chitarra di Fripp a farvi sobbalzare dalla poltrona per l’immensa carica esplosiva che racchiude nelle sue note. Questo brano, diviso in due parti proprio agli estremi del disco, rappresenta una svolta significativa rispetto ai precedenti lavori dei King Crimson. Sonorità che richiamano la musica di Béla Bartók, Vaughan Williams e direi anche John Cage con tutto il suo corollario di strumenti non convenzionali. Non va poi sottostimato il violino di Cross, che fuso con la chitarra di Fripp, conferisce al tutto un volto poetico ed elegiaco. Giusta tecnica, forte emotività. Un plus al disco, non solo un riempitivo. Si è parlato di influenze con le esperienze passate, ma da alcuni passaggi di Fripp si può già percepire l’avvento del successivo Starless and Bible Back, uscito neanche un anno dopo.

CURIOSITA’. Discorso a parte merita The Book of Satuday. Non soltanto perché è una bellissima ballata che tradisce ancora una volta reminiscenze con In The Court of The Crimson King, ma anche perché è il brano che ha influenzato la scelta del nome del nostro blog. Ed è un piacere il fatto che, quando cerchiamo questo brano sui motori di ricerca, in prima pagina compare sempre il nostro spazio tra una recensione e l’altra sui King Crimson. The Book of Saturday rappresenta però anche la ricerca di Fripp su suoni alternativi. Dunque, ascoltandola vi accorgerete come al soffice arpeggio di chitarra elettrica, decorato dal violino di Cross, seguirà un solo di Fripp registrato alla rovescia. Un esperimento che, vado a braccio, due anni prima tentò con successo Nick Mason sui piatti dell’immensa One of Theese Days. Le affinità con i Pink Floyd (bah, sarà deformazione sentimentale…) non sembrano finire qui. Infatti, come non notare la similitudine tra Easy Money e la Money di The Dark Side of the Moon? Non solo per il titolo, ma anche per l’attacco. Solo che al tintinnar di monete scelto da Waters e compagni, i King Crimson sembrano quasi preferire un sacchetto pieno, così il suono è molto più ovattato anche se l’effetto finale è molto, molto simile, così come il ritmo. Larks’ viene pubblicato nel gennaio 1973, quando i Pink Floyd smussavano gli ultimi dettagli del loro capolavoro, che uscirà un paio di mesi dopo…

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