Rainbow – Long Live Rock’n’Roll (1978)

6 Set

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Dalla copertina sembra essere un interessante album di folk-blues-prog, sullo stampo Jethro Tull. Per quell’accento flauteggiante però occorrerà attendere fino all’ultima traccia, Rainbow Eyes, che se vogliamo rappresenta la Stairway to Heaven dell’accoppiata Blackmore-Dio. I due, in effetti, firmano tutte le tracce insieme, ad eccezione di un paio di brani a cui partecipa anche il buon Powell. Ma è un’eccezione, appunto.

Quando i due leader lavorano braccio a braccio, l’atmosfera è garantita. Anche se Long Live Rock ‘N’ Roll, terzo lavoro dei Rainbow, rappresenta l’ultimo di Dio alla voce, poi sostituito da Bonnet. Prima di entrare nel vivo basteranno un paio di osservazioni per offrire già un quadro abbastanza rappresentativo del disco. Lo definirei un album “ventoso”, un viaggio in treno con la testa ben fuori dal finestrino. Attenti ai tralicci! Una disperata e affascinante ricerca verso l’infinito del metal rock, perché nella leggendaria ricerca delle radici del metal, anche i Rainbow hanno diritto a partecipare. Ascoltare per credere.

E non solo per i ritmi, che sanno essere velocissimi (Kill The King) o lenti (Rainbow Eyes), ebbene c’è del fantastico, come nel brano più riuscito: Gates of Babylon. È l’Odissea dei Rainbow, un tuffo nella mitologia del rock e delle sue fusioni. Siano esse orientali o folk. Godetevi il flanging centrale di questo brano, con le iperboliche scale di Blackmore e le vertiginose invenzioni di Dio con quella voce così anni ’80 e così ammirevolmente sempre attuale. Per concludere, l’immagine dell’album e la sua copertina lasciano un sapore in chiaroscuro. Tuttavia, non solo per il nome del gruppo, anche questo tentativo vede nella musica dei Rainbow un’inattesa spruzzata di colori. Anche questo è metal…

  1. Long Live Rock ‘n’ Roll – 4:21 – (Ronnie James Dio, Ritchie Blackmore)

Attacco ispirato al grandi classici del genere. È un inno al Rock’n’Roll. Lunga vita a lui, mentre i Deep Purple, pardon i Rainbow… Già perché passa neanche un minuto e il primo assolo di Blackmore fa venire subito in mente quello storico di Highway Star. Ritornello orecchiabile, partiture semplici, anche il testo sintetico e stringato, dritto al punto. Una di quelle ballad veloci predilette da Dio.

  1. Lady of the Lake – 3:39 – (Dio, Blackmore)

Dall’intro si intuisce già la predilezione di Ronnie James Dio per un certo sound che poi perseguirà più velocemente con i Black Sabbath. Nella parte centrale del brano, un super assolo di chitarra slide di Blackmore, che inizia a coccolare l’ascoltatore in vista di successivi viaggi fantastici che culmineranno alle Porte di Babilonia…

  1. L.A. Connection – 5:02 – (Dio, Blackmore)

Secondo alcuni, pezzo che riprende in parte i Led Zeppelin se non fosse per l’uso del piano-boogie (eccolo l’amore per il rock’n’roll).Poco da aggiungere, se non che L.A. Connection racchiude già una certa idea di forma-canzone che sarà ripresa da molti, compresi Metallica e Megadeath.

  1. Gates of Babylon – 6:49 – (Dio, Blackmore)

Il picco magico di maestosità di questo album, così come il riff orientale iniziale con il sintetizzatore e un assolo strepitoso in cui torna di moda la leva che aveva fatto sognare qualche anno prima i fans dei Deep Purple. Sarà anche ripresa da Malmsteen in molti dei suoi tour e rifatta anche nell’album Inspiration. Basta ascoltare quello che era un tributo a Dio (“The voice of metal”) per capire quanto metal erano i Rainbow già sul finire degli anni ’70. Qui Ronnie tira fuori tutta la sua carica, nonostante non sia un pezzo così strillato. A lungo nelle retrovie, Blackmore sa stare al suo posto per poi tirare fuori una progressione appoggiata anche ai riff in controtempo di Powell. Nella seconda metà, la parte strumentale è un lento e vertiginoso scendere negli inferi. Sapiente l’uso del flanging ampio da lato destro a sinistro (merito del lavoro del fedele Martin Birch alla produzione) che spiazza e disorienta. Da Hammurabi a Nabucodonosor, i sovrani di Babilonia avrebbero apprezzato. Gli amanti del metal pure.

  1. Kill the King – 4:29 – (Dio, Blackmore, Cozy Powell)

L’unico brano non propriamente inedito, visto che era stato precedentemente proposto nel live dell’anno On Stage. Qui però si raggiunge la piena maturazione del pezzo, il più veloce e metal dell’intero album grazie alla grande prova di Powell (non è un caso che alla scrittura vi abbia partecipato anche il batterista) e di un assolo barocco in tapping di Blackmore.

  1. The Shed (Subtle) – 4:47 – (Dio, Blackmore, Powell)

È l’altro brano in cui vi è presente anche la vena creativa di Powell, anche se il primo minuto se lo prende tutto Blackmore con una specie di clinic sulla solistica elettrica. Quasi a rispondere alla famosissima Eruption di Eddie Van Halen, uscita proprio qualche mese prima della pubblicazione di Long Live Rock ‘N’ Roll. Probabilmente un escamotage di Blackmore per rendere più appetibile un brano che per il resto è piatto e senza grosse pretese.

  1. Sensitive to Light – 3:07 – (Dio, Blackmore)

Anche questo, un R&R semplice e ripetitivo. O sarebbe meglio dire riempitivo: ballata rock stile Zeppelin, con un Ronnie James Dio ormai svuotato e quasi fuori dal contesto raimbowiano. Determinante l’esperienza dello stesso Blackmore, con un breve flash di chitarra che allunga la vita.

  1. Rainbow Eyes – 7:11 – (Dio, Blackmore)

Si chiude con un brano semi-acustico, con il solo Ritchie e un’orchestra di archi e flauti ad accompagnare la calda voce di Dio in un testo riflessivo e introspettivo, tra i Led Zeppelin e gli Who di Behind Blue Eyes. Un finale degno del Signore degli Anelli per i Rainbow, mancano solo le vallate verdi e gli hobbit abbracciati agli elfi.

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