EXTRA| Pearl Jam, esordio da “Dieci” e lode

14 Ott

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Quattro mesi dopo la caduta del Muro di Berlino la musica internazionale era totalmente cambiata. In America imperversava il grunge mentre in Europa ancora ci si cullava sulle raggrinzite note del post-punk. C’era però una band che avrebbe fatto dei due stili il suo mantra.

L’origine dei Pearl Jam può coincidere con una data su tutte, il 16 marzo 1990. Quel giorno Andrew Wood morì per un’overdose di eroina e i Mother Love Bone, di cui Wood era il cantante, si sciolsero dopo appena un album, Apple, pubblicato solo quattro mesi dopo questo evento. A quel punto, il chitarrista Stone Gossard e il bassista Jeff Ament, dopo essersi inizialmente divisi, tornarono assieme e fondarono un nuovo progetto con il chitarrista Mike McCready. Mancava il cantante. Il problema si risolse nel modo che tutti conoscono. In loro soccorso arrivò l’ex batterista dei Red Hot Chili Peppers, Jack Irons. La band gli fece pervenire un demo con cinque brani, che lui sottopose a un suo amico di vecchia data. Era Eddie Vedder, che all’epoca lavorava in una pompa di benzina di San Diego e la sera cantava in una band locale, i Bad Radio.

Vadder incise tre testi e spedì i nastri a Seattle, dove risiedeva la band. Così nacquero Alive, Once e Footsteps. Una settimana dopo i futuri Pearl Jam avevano il loro cantante. Il nome arrivò successivamente, perché all’inizio si chiamavano Mookie Blaylock, in onore dell’omonimo cestista Nba che all’epoca giocava nei New Jersey Nets. A quanto pare il nome “Pearl” deriva da quello della nonna di Eddie Vedder, mentre non si è capito bene da cosa derivi “Jam”. Ci sono due versioni, la prima è quella dello stesso Eddie, motivata da una speciale ricetta della nonna per una marmellata al peyote. L’altra è del resto della band, che riconduce l’aggiunta “Jam” a seguito di un concerto di Neil Young.

Qualunque sia la verità, resta un fatto: con il primo disco, Ten (il numero di maglia dell’idolo Blaylock) pubblicato il 27 agosto 1991, i Pearl Jam raggiunsero subito l’apice del successo, affermandosi come uno dei gruppi di punta del nuovo panorama garage underground statunitense. E suscitando inizialmente aspre critiche da parte dell’allora leader di punta del movimento grunge, Kurt Cobain, che accusò i Pearl Jam di eccessivi assoli e di “essersi venduti per il successo”. Ten raggiunse subito la seconda posizione del Billboard e il disco d’oro. Rimase in classifica per oltre due anni e tuttora vende migliaia di copie tanto da aver reso alla band di Seattle ben dodici dischi di platino. Una pietra miliare del rock.

pj2Ad eccezione di Oceans e Release, tutte le restanti nove tracce portano la firma di Gossard o Ament. La versione europea contiene altre tre tracce. Un live di Alive, Wash e Dirty Frank. Quest’ultimo brano suggella l’ingresso nel gruppo del nuovo batterista, Dave Abbruzzese, che sostituì Krusen pochi giorni prima dell’uscita dell’album in vista del Ten Tour. Nell’edizione giapponese vi è invece una cover di I’ve Got a Feeling dei Beatles. In pochi sanno invece che, a quel periodo, risale anche un inedito semi-strumentale intitolato Chinese, reso pubblico soltanto pochi anni fa. Al di la di particolari pubblicazioni in digipack (quello rosso rarissimo), le prime 500 copie furono numerate e oggi sono pezzi da collezione che possono valere centinaia di dollari.

Tornando alla band, sarebbe il caso di soffermarsi sull’immensa creatività di uno dei membri più longevi del gruppo. Stiamo parlando di Jeff Ament. Il bassista di Havre, ha compiuto 50 anni nel marzo 2013 e vanta una carriera che affonda le sue radici nel lontano 1982. Ha suonato con Deranged Diction, Green River, Mother Love Bone, Temple of the Dog, Tres Mts., War Babies, oltre ad aver pubblicato due dischi da solista ed essersi cimentato nel progetto parallelo dei Three Fish. Un unico filo conduttore, però: i Pearl Jam. Dal 1991 ad oggi, 10 album e 4 dischi live portano il suo nome nei crediti. E per quelli che pensano che i Pearl Jam siano solo Eddie Vedder e Stone Gossard, si seguito pubblichiamo qualche numero per rinfrescare la mente.

Ament ha passato il 64% della sua vita in una band, il 57% in una band con Stone Gossard, il 45% con i Pearl Jam. Il palcoscenico la sua seconda casa, con ben 1073 concerti di cui l’81,8% con i Pearl Jam. Il 29,5% delle canzoni da lui scritte sono proprio della band di Seattle. Anche se il valore delle sue produzioni sembra quasi essere andato scemato con il passare del tempo. Dal 33,56% di apporto in Ten, si arriva ad una piccola risalita con Yield e Binatural (21,43%) per scendere al 9,15 di Backspacer (2009), che però coincide con il suo periodo da solista con Tone (2008) e While My Heart Beats (2012).

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Nel disco d’esordio, ha messo la firma su Why Go, Jeremy, Oceans, Garden, Deeps e Release. Più della metà del disco è (anche) di sua concezione. La sua presenza creativa si evince anche dal fatto che il 18,33% della musica dei Pearl Jam è sua, oltre al 4,3% dei testi, di cui il 22,4% tra quelli non scritti da Vedder. Ai posteri giudicare la qualità, ma resta una certezza: quando la vena poetica del cantante è venuta meno, c’era sempre un Ament pronto a metterci una pezza.

 

 

 

 

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