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King Crimson – Larks’ Tongues In Aspic (1973)

5 Mar

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Quella che sarebbe stata una curiosità, in questa recensione cattura il titolo in testata, che poi è quello dell’album che stiamo per recensire: Larks’ Tongues in Aspic. Fu ideato da uno dei nuovi elementi della band riformata da Fripp solo un anno dopo il suo scioglimento: interpellato sulla natura della musica che stava suonando con i nuovi King Crimson il percussionista Jamie Muir parlò di «lingue d’allodola in gelatina», alludendo a qualcosa di delicato in una mescolanza densa e corposa. Stesso concetto della raffigurazione in copertina, un sole che abbraccia la luna. Il sacro e il profano, il classico e il nuovo. Tutto questo Larks’ Tongues in Aspic, quinto lavoro dei King Crimson. Un disco che disorienta per i suoi contenuti. Continua a leggere

Traffic – Shoot Out At The Fantasy Factory (1973)

17 Feb

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Avevo recensito diverso tempo fa Shoot Out At The Fantasy Factory, settimo album dei Traffic, parlandone in maniera alquanto negativa. A distanza di 6 mesi, devo dire che mi trovo costretto a rivedere quanto detto. L’evoluzione delle sensazioni di ascolto era uno degli obiettivi principali che si prefiggeva questo blog, tornare su dischi già affrontati evitando di lasciare una traccia incancellabile per l’eternità su ogni singolo disco. Ebbene, è la prima volta che accade e infatti il risultato della ripresa è quasi l’opposto di quello del primo tempo. Vediamo.

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Bruce Springsteen – The Wild, The Innocent & The E-Street Shuffle (1973)

12 Set

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Come potrete notare, continuo a battere il chiodo sul 1973. Un anno per certi versi interessante. Oggi vi segnalo un disco che più azzeccato in senso storico non potevo trovare in questo periodo. Ieri infatti, 11 settembre, ricorrevano i 40 dalla pubblicazione di The Wild, the Innocent & the E-Street Shuffle. Non mi capita mai di azzeccare qualche anniversario, e quindi anche se l’ho scoperto con un giorno di ritardo permettetemi questa licenza. Eppoi, visto che stiamo parlando di uno degli artisti più nazionalisti della storia del pop/rock, mi sembra sia giusto anche constatare che il questo disco del “Boss” cade proprio in una delle date più nere della storia moderna americana. No, nessun segno di premonizione dai testi, era il ’73, esattamente 28 anni prima dell’attentato alle Torri gemelle.

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David Bowie – Pin Ups (1973)

1 Set

 

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Per alcuni è il sogno di una vita, per altri solo una perdita di tempo. Un album di sole cover. Questo è Pin Ups, album di David Bowie, uscito nel 1973, stesso anno del più celebre Alladin Sane. Quando il Duca Bianco si era affermato da tempo. Era giunto il momento di divertirsi un po’. Ma non è un lavoro gratis… Ascoltatelo e capirete quanto lavoro c’è dietro.

STORIA. Pin Ups segna lo spartiacque tra il vecchio David Bowie di stampo glam e un Bowie nuovo, proiettato già al futuro e alla successiva fase soul. Questa fase si concretizza dall’incontro tra due ex componenti degli Spiders from Mars (il bassista Trevor Bolder e il chitarrista Mick Ronson), e i nuovi arrivati Mike Garson (piano) e Aynsley Dunbar, di cui parlerò successivamente.

IMPORTANZA. Relativa. Pin Ups non è certo un disco che contraddistingue uno “stile Bowie”. In compenso, è un album che dimostra come l’artista londinese riuscì a confrontarsi con il passato, senza indebolirlo e, anzi, arricchendolo di ulteriori significati fecondi. Provare ad ascoltare ad esempio Shapes of Things, cover della celebre traccia degli Yardbirds: nei passaggi finali, Bowie sembra addirittura anticipare Syd Vicius e il punk.

SENSAZIONI. Il disco scorre velocemente, anche grazie a tanti sfumati che stavolta non stonano e, anzi, aiutano a cucire una traccia alla successiva. Un extraterrestre che ascolti questo disco appena sceso sulla terra, potrebbe confonderlo per un concept album. Per il resto, la selezione evidenzia almeno un paio di passioni che David Bowie coltivava fin da giovanissimo: blues e british rock, specie se confezionato da gruppi di Londra. Quest’ultimo, soprattutto, emerge dalle cover degli Yardbirds (la già citata Shapes), degli Who (I Can’t Explain e Anyway, Anyhow, Anywhere) e dalla psichedelia dei primissimi Pink Floyd: See Emily Play è l’esempio vivido di come il Bowie degli esordi si sia quasi totalmente ispirato a Syd Barrett.

LA SORPRESA. Aynsley Dunbar. Batterista di immenso talento, che non conoscevo. Poi vado ad ascoltarlo con attenzione: eccezionale nelle idee e non solo nell’esecuzione, molto classico (nel senso rock del termine), in parte hard/space rock, stile As Bold as Love. Ha collaborato con i più grandi, da Frank Zappa a John Mayall, Jeff Beck. Secondo il musicista-impresario Chas Chandler, Aynsley arrivò alla selezione finale per diventare batterista della Jimi Hendrix Experience. Era bravo tanto quanto Mitch Mitchell, tanto che quest’ultimo fu scelto solo dopo un lancio della monetina… Si consolò creandosi un suo gruppo (gli Aynsley Dunbar Retaliation) e mettendo il sigillo, da session man, in innumerevoli capolavori, come Chunga’s Revenge di Zappa.

 

 

Paco De Lucia – Fuente Y Caudal (1973)

31 Ago

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Mi sono seduto sul divano, stereo a manetta (e pazienza i vicini), atmosfera “caliente”, anzi Fuente y Caudal. Disco che non può mancare in collezione: purtroppo ancora non l’ho trovato a buon prezzo in cd, ma non dispero. Va assaggiato, beatamente avvolti nel relax. Assaporando l’intensità del suono, della passione, del pathos che ci mette il maestro. È un campionario di “standard” di flamenco, dalla granatina a tango, e così via. In ognuno Paco De Lucia ci fa conoscere uno stile. Quanto alla tecnica, dire maneggia con molta cautela.

Non sono in molti al mondo a potersi permettere delle variazioni così vertiginose…

Veloce e preciso, il maestro sorprende ancor di più quando si viene a sapere che il disco fu registrato in brevissimo tempo e in alcune tracce qualche imperfezione dovuta all’improvvisazione c’è. Ma quello è il neo che rende unico un capolavoro. Fuente Y Caudal lo è, senza ombra di dubbio. In alcuni fraseggi si percepiscono dei campioni di arrangiamenti che verranno poi ripresi più tardi, quando De Lucia, sull’onda del sucesso esportò il flamenco in America e si confrontò con il jazz di Al Di Meola e John McLaughlin.

Mike Oldfield – Tubular Bells (1973)

16 Ago

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Ancora non riesco a capire come sia stato possibile, eppure nel 1973 di orecchie “intelligenti” ce ne erano in ogni angolo del pianeta, figuriamoci in Gran Bretagna. Adesso si spiega anche il successo di Richard Branson. Non solo fiuto per gli affari, anche coraggio. Vado al dunque: è che nel 1973 nessuno voleva produrre Tubular Bells al semisconosciuto Mike Oldfield. Certo, l’eclettico polistrumentista aveva già pubblicato un album con i Sallyangie, assieme alla sorella Sally. Eppure, nell’ascoltare queste due sole tracce, una da 25:36 l’altra di 23:20, tutti i produttori rimanevano perplessi. Non tanto per la brevitas molto poco radiofonica (il bi-traccia Thick as a Brick era dell’anno prima), quanto per la genialità di Oldfield che lasciare interdetti i manager. Ma ce n’era uno che ancora doveva fare strada.

Ci misero non poco a convincere Richard Branson a metterci lo stampo della sua giovane Virgin. Disse sì e non se ne pentì. Tubular Bells divenne il primo disco che la Virgin produsse, in breve schizzò in cima alle classifiche di vendita in Inghilterra (ed era l’anno di The Dark Side of the Moon…), successo poi aumentato in America con l’inserimento di alcune suite nella colonna de L’Esorcista.

Sembrerebbe un’operazione stile Goblin-Profondo Rosso, invece Tubular Bells fila liscio, morbido e molto progressive. Una costellazione di sovrincisioni con la stessa mente in background. L’inizio suona sporco (qualche imperfezione sui volumi) ma poi prende quota e colpisce per l’originalità e l’eleganza degli arrangiamenti. Un prog molto distante da quello di Canterbury, diciamo molto più mediterraneo che non britannico, con un pizzico di Henry Cow. Da ascoltare tutto d’un fiato, cercando di captare un appiglio per tradurlo: io ci ho visto una costante idea di fuga.

Traffic – Shoot Out At The Fantasy Factory (1973)

2 Ago

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Ho acquistato questo disco chissà dove, probabilmente in qualche bancarella o perché forse era in offerta in qualche Feltrinelli o simili. Shoot Out at the Fantasy Factory, settimo album (sesto se si considerano solo quelli in studio) pubblicato nel 1973 dai Traffic, dietro – probabilmente – preghiera schietta di Steve Winwood a Jim Capaldi e compagni, che nel frattempo, mentre il polistrumentista leader e fondatore, se ne girovagava per il mondo con il supergruppo dei Blind Faith, avevano creato una nuova band i cui lavori al momento ignoro.

Passando alla disamina del disco, Shoot Out per gli amici, sensazioni di impotenza miste a noia. Per carità, nutro sempre grandissimo rispetto per Winwood e ancor più per i Traffic, che tra John Barleycorn e Mr. Fantasy, continuano a sorprendermi per genialità e originalità di una nuova concezione musicale a cavallo dei ’70. Però, solo due anni dopo sembrano ancora attaccati a quello stereotipo, difficile da scardinare per chi ha fatto la storia del rock-progressive di quegli anni. Non stiamo parlando di Canterbury, e ci mancherebbe. Eppure i Traffic sono sempre stati assimilati un po’ al prog, come i Jethro Tull. Deve avergli fatto male l’etichetta, allora.

Shoot Out at the Fantasy Factory allora da la vaga impressione di un materiale di scarto di precedenti lavori, quasi a doverlo fare, un’ostinazione nel tenere ancora in vita un gruppo che – era scritto – si sarebbe sciolto dopo l’album successivo, 1974. Restano alcune “perline” come Roll Right Stones e Evening Blue, per il resto, una buona colonna sonora per una serata in compagnia. Quasi il disco rendesse di più a volume basso (ed è tutto un dire…). Anche perché stavolta, aumentando i decibel il risultato non cambia, salvo il manico di scopa della signora di sotto…

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