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Prince – For You (1978)

25 Mag

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Da molti fu considerato l’antagonista effimero di Michael Jackson. Per alcuni molto meglio di Jacko, oggettivamente più poliedrico e capace di dribblare etichette e generi come pochi altri nel mondo del pop. Un musicista del calibro di Prince a fine anni ’70 aveva due strade da poter prendere: entrare nella ristretta nicchia dei fenomeni, spesso poco pagati e ancor meno conosciuti. Oppure puntare sul target del momento: il pop, l’anti-rock per antonomasia. Prince arrivò al bivio del suo primo disco ancora incerto sulla via da percorrere. Ne verrà fuori un “demo-album”, una sorta di raccolta di intenti: For You.

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Mia – Cornonstipicum (1978)

25 Mar

Front

Il desiderio di ascoltare qualcos’altro, sicuramente mai sentito prima. Può essere questo uno degli stimoli ad approcciare i M.I.A. Uso solo questa volta i puntini di abbreviazione, perché quello che potrebbe sembrare un semplice nome della band è in realtà l’acronimo di “Músicos Independientes Asociados”, letteralmente Musicisti Indipendenti Associati. Mia. È stato un gruppo di musicisti, scenografi, tecnici del suono e delle luci (in tutto 21 artisti) argentino, e che diede vita sul finire degli anni ’70 a questo esperimento interamente indipendente.

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Bob Marley & The Wailers – Kaya (1978)

22 Mar

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Nel 1976 Bob Marley si trasferì in Inghilterra, nel frattempo i Wailers erano cambiati radicalmente ma il cantante giamaicano mantenne la paternità del nome. A Londra nacquero due dischi, Exodus e Kaya. Oggi parliamo del secondo, quasi un appendice del più celebre Exodus. Rispetto agli album precedenti, in Kaya Marley abbandona il pessimismo dovuto in larga parte all’instabilità civile e politica della Giamaica (proseguiva infatti lo scontro politico tra i due leader rivali, Michael Manley ed Edward Seaga) e si punta tutto sulla felicità eterea che può regalare l’amore (Is This Love) o uno spinello fumato sdraiati su un divano. Già il titolo del disco (kaya è sinonimo di marijuana) indica la direzione intrapresa da Bob Marley. Tutto nelle più rigorose radici del reggae.

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Frank Marino & Mahogany Rush – Live (1978)

30 Gen

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Facciamo un leggero passo indietro nel nostro infinito viaggio musicale, stavolta vi segnalo un album dal vivo di Frank Marino e i suoi Mahogany Rush. Si tratta di Live, primo disco dal vivo pubblicato dalla band canadese che raccoglie registrazioni del tour negli Usa lungo tutto il 1977 e uscito l’anno successivo in lp. Una pubblicazione che ha diviso i fans e la critica, perché dell’immenso materiale dal vivo poteva anche nascere un doppio live. Sembra che a monte di tale scelta editoriale, ci furono problemi legati alle loyalties. A parziale risarcimento, esattamente dieci anni dopo, nel 1988, usciva Double Live, ma a dispetto del titolo, anche quella volta il disco fu unico. In Live è contenuta la testimonianza del fervore che era alla base dei concerti blues in quegli anni, un disco che ogni amante del genere (ma Marino è stato osservato con interesse anche dagli appassionati di Metal) non può ignorare. Continua a leggere

Garland Jeffreys – One-Eyed Jack (1978)

27 Dic

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Raramente ho ascoltato un disco così variegato come One-Eyed Jack di Garland Jeffreys. Per la verità non conoscevo questo artista, afro-americano e di origine portoricana, che a quanto apprendo, si è cimentato con tutto evidenziando una floridissima vena cantautoriale. Non so se più per questo, o piuttosto perché quando si toccano tanti estremi spesso il motivo è la mancanza di nuove idee e allora ci si confronta con quanto già scritto, detto e cantato. 

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Earl “Fatha” Hines – Honor Thy Fatha (1978)

24 Dic

Earl Hines - Honor Thy Fatha - Front

La prima mirabilia che si nota appena partito Honor Thy Fatha è un pianoforte usato e volutamente approntato sull’impronta di uno strumento a fiato. È il cosiddetto trumpet-style che distingue il way to play di Earl Hines fin dai tempi in cui questo maestoso ed elegante pianista nero si affrancò dal seguire le tracce del padre (cornettista in una brass band) e cominciò a suonare il piano.

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Steve Hackett – Please Don’t Touch (1978)

11 Dic

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Si può essere prog anche sfiorando argomenti che al prog poco appartengono. Sempre con quel filo di stravaganza tipica del rock teatrale, che con i Genesis raggiunse l’apice. Era il 1978 e Steve Hackett inaugurava con Please Don’t Touch la sua carriera da solista. Un album che sottolinea la grande cultura extramusicale del chitarrista dei Genesis (dalle citazioni di Narnia agli omaggi ad Agatha Christie), e che sarà uno dei suoi marchi di fabbrica fino a Metamorpheous del 2005. Un campionario di stili e generi, dove un ruolo da protagonista ma mai esclusivo recita la sei corde di Steve, dall’elettrica alla classica in nylon.

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