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Dream Theater – When Dream and Day Unite (1989)

19 Ott

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Come erano i Dream Theater prima di James LaBrie? È una domanda che in pochi si pongono al primo ascolto della band di Boston. Anche perché, tra tanti capolavori come Images And Words, Awake, al contrario, il disco d’esordio, When Dream And Day Unite, per molti proprio non esiste. Nove su dieci si parte da altre vie, poi però ci si arriva e ci si deve fare i conti. Nel bene o nel male. Ascoltarlo dopo aver toccato con mano la qualità dei DT anni Novanta, equivale a scoprire che la carota all’inizio era viola. Già, c’è stato anche un tempo in cui agli assoli di Petrucci e alle rullate di Portnoy, si alternava una voce che non era quella di James LaBrie. La sorte del suo predecessore, Charlie Dominici, la conosciamo tutti. Fatto fuori, licenziato dopo un disco. Troppo limitato e piatto rispetto al prog metal a cui aspiravano gli altri. Prima di lui la stessa sorte toccò ad un certo Collins. Identico il motivo, a denotare anche una certa vena da “business-band” che contraddistingue i Dream Theater fin dall’inizio. Sempre stati impresari di se stessi…

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Roy Orbison – Mystery Girl (1989)

28 Dic

Artista/Gruppo: Roy Orbison
Titolo:  Mystery Girl
Anno: 1989
Etichetta: Virgin

Roy Orbison - Mystery Girl - Front

Inizio questa recensione con una brevissima premessa: non mi ero mai trovato così in imbarazzo nell’avvicinare la descrizione di un album e del suo artista come stavolta con Mystery Girl di Roy Orbison. La spiegazione è semplice: non ho ancora capito di che stiamo parlando. Cos’è Roy Orbison, cosa è stato per la musica? Che genere è Roy Orbison? Per molti – anzi praticamente per tutti – è rockabilly, country rock, rock’n’roll. Con un po’ di onestà intellettuale anche pop rock. Mystery Girl appartiene molto più a quest’ultimo genere che non ai primi, ma gli influssi del passato in bianco e nero dell’Orbison di Crying si percepiscono ancora, grazie alla presenza di Tom Petty e Jeff Lynne tra gli strumentisti principali del disco.

Mystery Girl è un’immensa illusione, un sogno tra il profetico e l’incubo. Chi conosce già la storia di Roy Orbison avrà capito subito di cosa sto parlando. Provo a rinfrescare la memoria con pochissimi passaggi che sono come macchie indelebili nella biografia di questo artista. Si parte dalla perdita della moglie Claudette in un incidente stradale dopo due mesi di matrimonio nel 1966, e si prosegue con la morte di due dei suoi tre figli nel 1968 in un incendio che distrusse la sua casa a Nashville mentre era in tournée in Inghilterra. Due circostanze che segneranno per sempre Orbison, che se già era particolarmente predisposto alla depressione di lì in poi cavalcherà per sempre il cavallo dell’artista solitario e psicodrammatico.

Perché dico che Mystery Girl è un’illusione? Perché la prima traccia al contrario si presenta come un inno all’ottimismo. Si tratta della celeberrima You Got It, forse la hit più famosa di Orbison assieme a Pretty Woman: «Anything you want, you got it, Anything you need, you got it». Tutto ciò che vuoi ce l’hai, l’hai preso. Ecco il messaggio che voleva trasmettere Orbison. Ma poi il resto del disco? Si piega a un melancolico pessimismo musicale, alla Orbison appunto. Con colori sfocati, cupi, tristi.

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The Stone Roses – The Stone Roses (1989)

10 Apr

Artista/Gruppo: The Stone Roses
Titolo: The Stone Roses
Anno: 1989
Etichetta: Silvetone

Ascoltando ieri la versione di Imagine di John Lennon rifatta nel 2004 degli A Perfect Circle, tetra, cupa, volutamente annebbiata, mi domandavo quanto il periodo storico possa condizionare le sonorità di un brano, o di un disco, e piegarle dalla felicità alla tristezza, dalla speranza al pessimismo. Da distanza ben calibrata, è la stessa sensazione che provo quando ascolto dischi come The Stone Roses, album d’esordio dell’omonima band di Manchester che forse, più di tante altre, ha contribuito alla nascita del successivo brit pop.

Gruppi come Blur, Oasis, Verve, devono quasi tutto agli Stone Roses, che sul finire degli anni Ottanta mescolavano l’alternative rock a fusioni più propriamente house che derivavano da Oltreoceano, oltre a quel pizzico di reminiscenza di matrice Sixties. Protagonisti (assieme a band del calibro di New Order e The Smiths) del movimento Madchester. Ebbene, The Stone Roses è un album fresco, genuino, solare, frizzante e ottimista, il tutto in ossequio allo straordinario e allo stesso modo impraticabile risveglio economico di quegli anni. E proprio a ridosso delle registrazioni di questo esempio di successo fulminante, veniva a cadere anche l’ultima barriera ideologica tra l’est e l’ovest.

Gli SR ne fanno menzione velata, quando il cantante Ian Brown accenna in Waterfall: «This American satelite’s won», oppure «Soon to be put to the test, to be whipped by the winds of the west». Ma la politica, e la Guerra Fredda che stava per concludersi, non interessava più di tanto. C’erano soprattutto i rave, le feste, nel cuore di una Manchester capitale dell’industria britannica (400mila abitanti circa) e un locale, l’Hacienda, che in quegli anni fu la vera tana dei gruppi Madchester. Insomma, si stava bene (o almeno si fingeva di esserlo), e la musica ricalcava quello stesso stato d’animo. Magari, rielaborandolo ora quell’album, un gruppo attento come gli A Perfect Circle, lo farebbe deflagrare per ricostruirlo dalle fondamenta, più solido, meno ipocrita e sicuramente più fosco.

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Federico Salvatore – Na tazzulella ‘e ca.. baret (1989)

5 Apr

Recentemente vi avevo parlato del primo “best of” di Federico Salvatore, Superfederico. E ne avevo discusso in maniera anche critica, per la scelta – diciamo così – alquanto discutibile, di selezione dei brani presunti più belli e rappresentativi dei primi 5-6 anni del cantautore napoletano. Oggi vi cito il primo disco di Federico Salvatore: Na tazzulella ‘e ca.. baret. Data 1989, l’influsso della musica dance e cantautoriale italiana degli anni ’80 è evidente. Come album d’esordio Na tazzulella ‘e ca.. baret potremmo affermare che prometteva anche più di quanto poi Salvatore ha offerto nei 3-4 dischi successivi (ma poi si sbloccherà).

Musicalmente e per ritmo, ho apprezzato Leggere attentamente le istruzioni per le modalità d’uso, mentre Senza peli… sulle lingue è la tipica ballata partenopea (anche se Federico ci adatta sopra il demenziale). All’uscita di scuola è una lunghissima pièce basata sui ritornelli delle più famose canzoni di Lucio Battisti: la storia tratta dell’evoluzione di un gelataio in spacciatore, per poi finire in carcere a Gaeta. A mio avviso la più interessante, per progressione e testo, è Vajass… rap. Mentre la prima traccia, Per una notte d’amore… Mannaggia a me! Mannaggia a me!, risulta piuttosto retorica, scontata e ripetitiva.

Level 42 – Level Best (1989)

17 Dic

Ed ecco un altro esempio di jazz fusion, molto, ma molto fusion. Un best of, è vero, ma essenziale e ben concepito. Di un gruppo, i Level 42 che sono tutto, o quasi, Mark King, bassista dalle immense doti tecniche, uno dei pochi che non ammorbano quando “slappano”. Per il resto, un jazz-funk-dance, di stampo limitrofo ad alcuni lavori dei Talking Heads, anche se qui le chitarre sono molto marginali e tutto si regge su basso (Mark King) e tastiera (Mike Lindup). Una raccolta di brani che abbraccia i primi otto anni di storia dei Level 42 (con altrettanti otto album), da The Chinese Way a Running In The FamilyThe Sun Goes Down (Living It Up), solo per citare i più sentiti…

ABWH – Anderson, Bruford, Wakeman, Howe (1989)

8 Apr

Artista/Gruppo: ABWH
Titolo: Anderson, Bruford, Wakeman, Howe
Anno: 1989
Etichetta: Arista

In occasione di questa reunion degli Yes, siamo nel 1989, oltre ai 4 componenti che danno il nome al gruppo, scelta obbligata perché nel frattempo gli Yes (che i fan chiamavano yeswest per distinguerli dai nostri), c’è un quinto nome.

Quello del bassista, come ti sbagli, Tony Levin. Potrà sembrare una banalità per chi conosce le sorti del gruppo, ma a me comunque lascia sbalordito la capacità di questo strumentista di sapersi riciclare, direi più che dignitosamente, in molteplici sonorità e generi musicali.

Quindi propongo l’ascolto di questo album, in cui gli Yes (chiamiamoli così dunque) tornano a sonorità di vecchio stampo prog classico. Anche se la distanza che ormai separa Anderson, Bruford e compagni da quel produttivo periodo a cavallo degli anni settanta sembra ormai essere incolmabile.

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