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EXTRA| Pearl Jam, esordio da “Dieci” e lode

14 Ott

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Quattro mesi dopo la caduta del Muro di Berlino la musica internazionale era totalmente cambiata. In America imperversava il grunge mentre in Europa ancora ci si cullava sulle raggrinzite note del post-punk. C’era però una band che avrebbe fatto dei due stili il suo mantra.

L’origine dei Pearl Jam può coincidere con una data su tutte, il 16 marzo 1990. Quel giorno Andrew Wood morì per un’overdose di eroina e i Mother Love Bone, di cui Wood era il cantante, si sciolsero dopo appena un album, Apple, pubblicato solo quattro mesi dopo questo evento. A quel punto, il chitarrista Stone Gossard e il bassista Jeff Ament, dopo essersi inizialmente divisi, tornarono assieme e fondarono un nuovo progetto con il chitarrista Mike McCready. Mancava il cantante. Il problema si risolse nel modo che tutti conoscono. In loro soccorso arrivò l’ex batterista dei Red Hot Chili Peppers, Jack Irons. La band gli fece pervenire un demo con cinque brani, che lui sottopose a un suo amico di vecchia data. Era Eddie Vedder, che all’epoca lavorava in una pompa di benzina di San Diego e la sera cantava in una band locale, i Bad Radio.

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Queen – Innuendo (1991)

9 Gen

innuendoTristezza, abbandono, dolore, voglia di vivere, di proseguire, di lasciare il segno. Comunque. Tutto questo è Innuendo, al contrario di quanto ai posteri verrà lasciato simbolicamente. L’ultimo disco registrato in studio da Freddie Mercury e pubblicato circa 10 mesi prima della sua morte per Aids. Col senno di poi lascia interdetti la semplicità con cui uno degli artisti più incisivi della musica del Novecento, lasciava alle note i suoi innumerevoli testamenti. Cantava I’m Going Slightly Mad e soprattutto The Show Must Go On che varrà come suo ultimo volere, in barba alla malinconia con cui i suoi compagni di avventura in 20 anni di carriera lo hanno accompagnato sull’ultimo altare.

E non importa se quel testo alla fine emerse averlo scritto Brian May. Il risultato, il senso, e il voler veicolare un messaggio comunque positivo rimangono. Specie perché la lenta debilitazione che la malattia procurò a Mercury colpì l’intera band, nessuno escluso. Non è un caso che proprio The Show Must Go On sia l’ultima traccia dell’album, Mercury volevano fosse ricordato così, con il sorriso del giocoliere dell’illustrazione di copertina ispirata a J.J. Grandville.

Una storia, l’ultima in presa diretta (alla quale va escluso Made in Heaven perché postumo alla morte del cantante) che i Queen offrono di loro stessi, senza più veli perché ormai tra riviste scandalistiche e allussioni dei quotidiani, il gossip era ormai passato dalla leggenda alla dura realtà. I Queen finiscono qui, e non poteva esserci fine più vera per un gruppo tanto vero. Questi sono i Queen che ringraziano tutti, compreso l’amico ex Yes, Stewe Howe, artefice del meraviglioso solo di chitarra spagnola nella “bohemian” title track. Innuendo va assaggiato a fondo, letto e riletto, solo così riesce a svelare la sua insita essenza di disco finito nella sua pur effettiva incompletezza finale. Per i Queen fu una corsa contro il tempo e contro la morte. Il risultato era già scritto.

Blur – Leisure (1991)

12 Nov

Il disco d’esordio dei Blur non fu accolto con grande favore da parte del pubblico. Il panorama british era con lo Shoegaze al suo declino e aveva bisogno di rinnovarsi. I Blur seppero ben intraprendere assieme agli Oasis la nuova onda che stava per avvilupparsi nel mercato mondiale e a cavallo degli anni ’90 furono i protagonisti del nascente britpop. Di Leisure restano invece ancora impresse le sonorità Madchester e Shoegazing. È il primo album di Damon Albarn e compagni, appena scritturati dalla Food Records e freschi di nuovo nome (quello originale che il produttore fece subito in modo di cambiare era Seymour).

Il disco è ricchissimo di riverberi ed effetti sulle chitarre ma anche sulle voci. Lo stampo è di un rock alternativo passato ma l’impronta è già proiettata al futuro e sebbene le recensioni dell’epoca tengono più a memoria il successivo Modern Life is Rubbish, lo stesso Leisure dopo il successo della band venne ben presto rivalutato. Si tratta di un album semplice, sulla falsa riga di Smiths e Stone Roses, cui il primo singolo She’s So High ne esemplifica fin dall’inizio l’essenza. La tentazione di cestinarlo dopo un paio di brani cede il passo alla curiosità, e lentamente Leisure assume i contorni di un album ben fatto, già completo e con un’idea prestabilita: colpire per la bravura e non tanto per l’innovazione.

Dopo un avvio un po’ timido, anche la chitarra di Graham Coxon esce fuori in Bad Day e nella successiva Sing, che troverete anche nella colonna sonora di Trainspotting. Quest’ultimo brano è un capolavoro di melodia, accompagnato dalla batteria di Rowntree e dal basso cadenzato di Alex James: è la Bitter Sweet Symphony dei Blur e allo stesso tempo l’alba naturale della futura Coffee & TV. Perché ascoltare Leisure? Beh, innanzitutto perché è il disco d’esordio di uno dei gruppi più influenti della scena britannica alle porte del 2000. Poi perché è un bell’album, giovane e frizzante, carico e che carica. E soprattutto perché così vi rileggete l’approfondimento sui batteristi che avevo scritto tempo fa. Sconsigliato alle orecchie atrofizzate dalla musica “alta”. O meglio: There’s No Other Way…

Johnny Dodds – The Chronogical Classics 1927-1928 (1991)

17 Giu

Biennio 1927-28: New Orleans. Siamo di nuovo nella città del jazz, e il disco che vi segnalo oggi racconta il clarinettista Johnny Dodds. Arrivato da giovane a  New Orleans, Dodds iniziò a suonare nei Dixieland Jug Blowers. Mentre questo disco che la Chronological Classics pubblicò nel 1991 rappresenta la testimonianza dell’attività di Dodds nel periodo  successivo al suo esordio negli Hot Five di Louis Armstrong. Sono 24 tracce, con registrazioni relative a più formazioni in cui l’unico ad esserci sempre è proprio Johnny Dodds. Dai Jimmy Blythe’s Owls ai Johnny Dodd’s Black Bottom Stompers, e poi ancora brani dei Chicago Footwarmers, dei Dixie-Land Thumpers, fino ai Jimmy Blythe’s Washboard Wizards, la Original Washboard Band con Jasper Taylor alla washboard, e infine il Johnny Dodds Trio composto oltre che dal clarinettista anche dai pianisti Bill Johnson e Charlie Alexander, mentre nell’ultima traccia a suonare la washboard è il fratello di Johnny, Baby Dodds. Vi consiglio di ascoltarlo, magari leggendo la particolare storia di Natty Dominique, il cornettista bianco presente in alcune registrazioni con i Black Bottom Stompers e con i Chicago Footwarmers. Quest’ultima la formazione più interessante, con un cast che prevedeva un quartetto mobile composto anche dal trombettista George Mitchell, dai trombonisti Kid Ory e Honore Dutrey, dal pianista Jimmy Blythe e dal bassista Bill Johnson.  Tra i brani, storici pezzi come Have MercyCome on and Stomp, Stomp, Stomp (di Fats Waller), Ballin’ the Jack, Brown Bottom Bess e Blue Clarinet Stomp.

Metallica – Metallica (1991)

29 Mar

Artista/Gruppo: Metallica
Titolo: Metallica
Anno: 1991

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Conosciuto ai più come Black Album, la quinta fatica dei Metallica porta lo stesso nome del gruppo, Metallica, cioè quello che in discografia si dice disco omonimo. Nero, come il metal che ha contraddistinto la band californiana, riferito ovviamente alla tendenza del gruppo di Ulrich e Hetfield (coproduttori del disco assieme a Bob Rock) di affrontare sempre temi struggenti, ansiolitici, esistenziali, di assoluta chiusura verso il mondo esterno.

Assieme a un serpente visibile solo in controluce, nell’inside della copertina troviamo quattro volti in serigrafia dei componenti del gruppo: Lars Ulrich, James Hetfield, Kirk Hammet e Jason Newsted, rispettivamente batteria, voce, chitarra e basso. Nero e oro, gli stessi colori che contraddistinguono una delle ultime Les Paul di Hammet, che in questo disco, forse, più che in altri, mostra la sua vocazione a spaziare oltre gli spartiti metal, scandagliando universi rock fino ad allora mai toccati dai Metallica.

Questo è l’album che consacra la band e la fa conoscere al grande pubblico grazie al classico Nothing else matters, orchestrata dal direttore Michael Kamen, lo stesso che nel 1999 dirigerà l’Orchestra Sinfonica di San Francisco per il doppio album Metallica & Sinphony, esperimento semi-azzeccato di fondere metal e classica assieme. Brano che comunque resterà un grande equivoco, come sentenzieranno i fan dei Four horsemen dei primordi, perché seppur di struggente bellezza nella sua semplicità, racchiude in se una certa lontananza dal puro stile Metallica tanto amato dai chiodi.

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