Archivio | 1999 RSS feed for this section

Metallica – Dutch Dynamos (1999)

31 Lug

La critica ragionata l’ho già fatta e la trovate qui. Poi, a pensarci bene, c’è un altro modo per sentire al meglio Dutch Dynomos dei Metallica, al di là delle cuffie o dell’Hi-Fi. E ho detto “sentire”, avete letto bene. Istruzioni per l’uso dedicata alle femminucce, perché questo è il disco ideale per fare bene le pulizie della casa. Inizierete dall’arrotolare il vostro bel panno sulla testa per raccogliere i capelli, strizzate attentamente lo straccio nel detersivo, e fate sempre sì con la testa: fa molto rock anche se al vicino che vi vede dalla finestra sembrerete un po’ sceme.

Senza che ve ne sarete accorte siete già a The Memory Remains, starete passando il Viakal sul rubinetto e lo spazzolino del wc sarà quasi pronto dopo l’immersione di un quarto d’ora nel cloroformio. Prima di passare ai pavimenti, fermatevi e godetevi One sul divano, bevete un caffè, vi riprende. Se siete proprio delle cattivelle e girate per casa sculettando e senza reggiseno, allora sputate un “motherfucker” a squarciagola, fatevi una 66 tutta d’un sorso ed emettete il vostro classico ruggito d’acchiappo.

Vi sembra più umiliante per i Metallica o per il gentil sesso? Nel primo caso, niente paura, vale per tutti, maschietti e donzelle, ma ogni tanto ci vuole anche il luogo comune. Nel secondo caso, beh, se la sono cercata loro. La mia opinione su Dutch Dynamos (e non sui Metallica in generale), a distanza di quasi due anni è solo di poco migliorata. Diciamo che dopo il picco minimo, di delusione per il live nei confronti di una delle mie band preferite, siamo ora nella fase di stallo, né peggio, né meglio. Stabile. Un’altra cosa: e se la rovina degli ultimi Metallica, fossero i loro stessi “fans”?  Comunque, ve lo consiglio, magari sono io che a forza di ascoltarlo a palla ho perso l’udito.

Elvis Presley – Sunrise (1999)

9 Mag

Mi sono accorto all’improvviso che in questo blog finora si è parlato fin troppo poco di Elvis Presley. In questo periodo mi sto facendo una cultura su questa colonna del rock, ho già ascoltato una quarantina di suoi dischi e sicuramente ora ne so molto più di settembre, quando vi avevo consigliato Sunrise, questa raccolta pubblicata dalla Sun nel 1999. Non rinnego nulla di quanto scrissi allora, ma una cosa è certa: ascoltando diversi live di Elvis, mi sto sempre più convincendo che la sua vera forza, rispetto alla concorrenza, era proprio racchiusa nelle esibizioni dal vivo.

Elvis Presley sembrava quasi vivere del momento e del pubblico. La sua voce diventava ancora più calda ed eccitata che in studio, i suoi movimenti (da qui il nomignolo “the pelvis”) facevano il resto, come le gracchianti urla delle ragazzine. Ci sono diversi dischi live di Elvis in circolazione, ma preferisco continuare con Sunrise.

In primis, perché volevo citare un altro aneddoto tratto dal libro Last Train to Memphis: The Rise of Elvis Presley di Peter Guralnick, contenuto nell’inside di copertina. Era un sabato (1954), e un giovanissimo e sconosciutissimo Elvis, determinato a registrare il suo primo singolo, si presentò negli studi della Sun. Passò diverso tempo nella sala d’attesa, prima che Marion Keisker, la office manager del produttore Sam Phillips, più per premiare l’audacia e l’abnegazione del ragazzo, chiese a Elvis: «Che tipo di cantante sei?». «Canto qualsiasi cosa», rispose lui. «A chi può somigliare il tuo stile?», domanda ancora lei. E qui la seconda risposta la riporto in originale perché è un po’ il manifesto di Elvis Presley: «I don’t sound like nobody».

Continua a leggere

Elvis Presley – Sunrise (1999)

5 Set

Quando decisi di avvicinarmi al rock’n’roll, rimasi stupito di quanto fosse difficile (parlo di una decina di anni fa), riuscire a reperire dischi originali dei protagonisti dei mitici Fifties. Per Bill Haley And His Comets, per esempio, dovetti addirittura accontentarmi di una raccolta da bancarella. Quando pensai a Elvis Presley iniziai a rabbrividire di non trovare nulla di così valido in rapporto alla statura di questo personaggio storico. La fortuna mi aiutò, e nella mia completa ignoranza in materia, riportai a casa questo doppio album in cui sono raccolte le primissime registrazioni con la Sun Records, la prima etichetta discografica di Elvis.

E devo dire che non sono rimasto deluso, all’interno il libretto è ricco di spunti e notizie, oltre a una lunghissima tranche di biografia tratta dal libro Last Train to Memphis: The Rise of Elvis Presley di Peter Guralnick. Dove l’autore spiega dettagliatamente come, la nascita di colui che cambierà la storia del rock, altro non è stato che una grandissima coincidenza. Il produttore della Sun, Sam C. Phillips, predispose infatti per il giovanissimo cantante una session con il chitarrista Scotty Moore e il bassista Bill Black, ma Presley presentò una serie di pezzi che non colpirono affatto il produttore.

Alla fine di tutto, con Philips che sembrava aver perso ormai tutte le speranze, Elvis si giocò l’ultima carta, chiese ai musicisti se conoscevano That’s Allright, un vecchio e sconosciuto country blues di Arthur Crodup. Finito il brano Philips esclamò: «No, non la conosco, ma con questa ci faccio un disco». Era una notte di luglio del 1954 e la storia della musica in quell’istante cambiò per sempre, Presley venne scritturato dalla Sun e fino a tutto il 1955 (prima di essere venduto alla Rca per 35mila dollari) incise tutte le sue più intramontabili gemme, da That’s Allright a Blue Moon, Good Rockin’ Tonight, Baby Let’s Play House. Tutte contenute in questo doppio disco, che comprende anche diverse alternate takes presenti nel secondo cd. Consigliato a tutti, neofiti o cultori del r’nr. Un doppio disco che in nessuna collezione dovrebbe mancare.

Metallica – Dutch Dynamos (1999)

16 Ott

Artista/Gruppo: Metallica
Titolo: Dutch Dynamos
Anno: 1999
Etichetta: Mastertracks

Guadagnavo circa 450 mila lire a settimana, era il 2000 e ogni sabato, preso lo stipendio, andavo al negozio di dischi e compravo un cd dei Metallica. Fu così, con questo gruppo metal, che iniziai ad avvicinarmi al rock. Vien da se che la band di Los Angeles per il sottoscritto rappresenta molto più di un qualsiasi altro gruppo. Sebbene con il tempo (sono passati quasi undici anni da allora) il mio orecchio si sia affinato, da quando volevo soltanto finire la discografia dei “quattro cavalieri” ad oggi, in cui mi cibo di tutto e di più. Con ciò non voglio dire, come molti qualunquisti dell’arte amano fare, che la musica dei Metallica sia da adolescenti e quando diventi più grande inizi ad allontanartene. Niente di più lontano dalla realtà. Ho amato i Metallica e li amo tutt’ora, quando penso a un esempio il primo gruppo che mi viene in mente sono loro. E proprio per questo mi sento di poter anche abbozzare delle critiche, a un gruppo che credo di conoscere molto bene. Dunque, ogni qualvolta mi reco ad ascoltare un loro album, la sensazione è di esaltazione mista a malinconia. Esaltazione perché restano sempre un importantissimo tassello nella mia storia musicale, malinconia perché spesso mi trovo a dover quasi disprezzare produzioni che allora mi parevano irraggiungibili per chiunque altro.

Un colpo quasi fatale nella mia percezione i Metallica lo hanno subito durante l’Heineken Jammin’ Festival del 2003 a Imola, loro alla prima serata, gli Iron Maiden all’ultima. Ovviamente, per chiunque abbia vissuto da vicino la vita del metal (cosa che io facevo con tanto di Metal Hammer fisso nello zaino), la contrapposizione tra Maiden e Metallica andava oltre la differenza tra heavy metal inglese e americano. C’erano dentro stili di vita, politiche, qualità, timbri vocali, quantità dei componenti, e anche innovazione e sperimentazione. Diciamo che la distanza che separava, fino almeno agli anni ’90, gli amanti di una o dell’altra band, somigliava tanto alla distanza che ancora oggi si frappone tra i pro Beatles e i pro Rolling Stones. Io stavo con i Metallica. Ma quel concerto di Imola oggi mi ricorda un po’ ciò che accadde a Ecateo di Mileto, una volta fatto ingresso nel tempio egiziano di Amon-Ra. Ecateo vide crollare la credibilità dei miti della sua amata Grecia, così come, una volta preso contatto con gli Iron Maiden dal vivo, crollò per me la credibilità del mio vecchio mito dei Metallica, i quali non erano più irraggiungibili, anzi, erano stati di gran lunga superati. L’epopea dei Metallica per me poteva dirsi conclusa, purtroppo, dico, ma non era colpa loro, ero io piuttosto che arrivavo tardi all’appuntamento.

Ci misi del tempo a farmene una ragione e oggi con questa recensione cerco il coraggio per defilarmi un po’ dai vecchi preconcetti bigotti. E lo faccio con un disco dal vivo, proprio a suggellare quelle sensazioni provate in Emilia. Dutch Dynamos, bootleg dei re dei bootleg, gli olandesi, concerto ad Eindhoven, l’Arena e Hetfield che inneggia alla sua. Insomma quei «Come on Eindhoven, motherfucker!!! We are Metallica…», come un sigillo, e poi bla bla bla, che solo lui sa stropicciare così bene e far sembrare epico anche ciò che è grettamente voluttuoso e costruito. La sua voce per esempio, finita in cantina da tempo, o forse annacquata come il whiskey nella giara del ’98, quando i Metallica erano già morti sotto una coltre di polvere e però nessuno se ne era accorto, o forse in molti facevano finta di non vedere. La formazione è la stessa di album come …And Justice for All e Black Album, con il terzetto base composto dai soliti Hetfield alla voce, Ulrich alla batteria e Hammett alla chitarra solista, e con Jason Newsted al basso, due anni prima del suo addio, data spartiacque tra i vecchi Metallica e i melensi e troppo, troppo crossover Metallica successivi.

Continua a leggere

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: