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L’EMOCENSIONE | Canned Heat – Friends In The Can (2003)

11 Dic

Artista/Gruppo: Canned Heat
Titolo:  Friends In The Can
Anno: 2003
Etichetta: Fuel 2000

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Un mese dopo venne Londra. Era il 3 giugno 2003, i Canned Heat li conoscevo solo per On The Road Again e per quel suo feticcio falsetto da brividi. Avevo visto in VHS lo spezzatino Woodstock, mi ero fatto un’idea. Uscì Friends in the Can che non avevo nemmeno finito onorabilmente tutte le sessioni d’esame del primo anno accademico. Un miserabile 18 in archeologia romana elemosinato con la scusa del militare e del tempo perso. Un mese dopo, dicevo, venne Londra. Da giugno a luglio, ormoni stabili, la chitarra sempre in tasca. Avevo soltanto sfiorato un angolo di paradiso. La musica, della MUSICA, che ne sapevo ancora?

Uscì Friends in the Can e per chi ha amato i Canned Heat nel passato forse è suonato subito come la minestra riscaldata. Per me è arrivato in serie cronologicamente esatta. Prima sensazione con Same Old Game: Eric Clapton e l’operazione Me and Mr. Johnson. Non tanto per il sapore retrò ma per il fatto che si capiscwe subito: questi stanno suonando per proprio conto. Lo fanno per la passione di tornare in auge nel passato. E la cosa come ogni revival mi intriga. Vediamo. Archiviato James Shane ecco Bad Trouoble, stavolta porta la marca di Dallas Hodge. Non fate caso alla maglietta “Alaska” in copertina. Il barbuto e panciuto nuovo (si fa per dire) cantante degli Heat ci sa fare. Dietro la foggia dello slide di Roy Rodgers. Non i pantaloni, quelli li lasciamo agli 883. Qui c’è pura acoustic blues del Delta. Passo cadenzato, sovrinciso, elettrico, spiritato, si chiude nel più classico scivolo in Bb. Prima che delle ragazze ricordino al mondo che non si rischia, che ci si ficca in grossi guai, ecco il caffè scuro (Black Coffee) che piace ai Canned Heat, che li manda in estasi, li fa impazzire e fa impazzire anche noi. Scuro come il timbro di Dallas, che sembra ispirarsi a Anastacia. «Non voglio capuccino, non voglio espresso, non voglio any latte», conclude, che suona come un’accusa razzista verso il made in Italy, ma certo se è di sera è anche comprensibile.

L’uscita con Gateway, l’organo di Mike Finnegan e la scossa da bullo dell’emule di Stieve Ray, in arte Corey Stevens. Si torna al rock di buona maniera, galleggiando tra gli AC/DC e qualcosa di più americano. Gli stacchi, i 2/3 accordi che chiudono ogni strofa, alla Led Zeppelin, alla Def Leppard. Già, hanno deciso di fare come gli pare. Dal blues al jazz delle bing band fuso al vaudeville, a Clapton e SRV, a Tommy Dorsey e Sinatra. It Don’t Matter, già non importa: i Lemon Tree blues. L’armonica c’è. La chitarra c’è. La voce rauca da cantinaccia pure. Non importa, o potrebbe non importare. Ma sono i Canned? Guardo sulla copertina. Sì, ma che riflessività, che situazione.

Let’s Work Together. Ok, sono loro. Let’s Work Together, inconfondibile. E va bene anche che Dodge si sforzi sul gutturale trocloditico di Hite. Lo slide è lì che gira sulla sigletta che ha infervorato i bar di mezzi Seventies. C’è anche un blues sulla campana: 1, 2, 3 Here We Go Again. Dice: «Cantiamo proprio lo stesso vecchio blues». Passa anche al 4-5-6, è una ninna nanna, una filastrocca. E comunque cantano sempre lo stesso vecchio blues. È fatto apposta, è un testamento nel passato, un atto di fede alla propria storia, ma anche un appello in vista del prossimo tour: veniteci a trovare, come sapevamo fare vi faremo ballare. La metto in rima anch’io.

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Morgan – Canzoni dell’Appartamento (2003)

9 Mar

Si può fare pop e ricordarsi del rock, tracciarlo, considerare che in fin dei conti molto nasce da lì. Quindi con riconoscenza, abbozzare angoli di buona musica e nel riquadro collocarsi allo specchio e compiacersi per un’opera prima, questa del Morgan solista, che in fin dei conti – tra piccole cadute e recuperi improvvisi – tutto sommato non lascia l’amaro in bocca alla fine dell’ascolto. Dentro Canzoni dell’Appartamento c’è di tutto, dall’enorme distanza che separa la critica tra detrattori ed estimatori, ai Bluvertigo (apprezziamo la non negazione del passato), la tradizione cantautoriale italiana rielaborata in chiave semi-rock, a tratti il tripudio degli archi che suonano barocchi ma mai ridondanti, e pillole di sapienza musicale che fanno di Morgan (come scritto anche da Foxtrot), uno dei più grandi rimpianti che la musica italiana abbia prodotto nelle ultime decadi.

Per l’appunto, un prodotto, quello che Morgan è diventato con il tempo, ma questo è un altro discorso. Canzoni dell’Appartamento va ascoltato, riascoltato, con stati d’animo diversi, anche se racchiude un senso di malinconia nonostante il ritmo spesso veloce e incalzante. Notevoli sono Altrove, Crash (Storia di un Inventore), Aria, Non Arrossire (cover dell’omonima di Gaber) e Se (if) – cover della più celebre If dei Pink Floyd contenuta in Atom Heart Mother.

Testi minimal, emozionali, istintivi e talvolta sconnessi ne fanno un campione di nonsense misto a ricercata leggerezza. Ma c’è anche l’occhio lungo sul marketing e se vogliamo, la scelta di una Canzone per Natale, in un album uscito a maggio, fa di Canzoni dell’appartamento un disco-panettone, anticipato…

The Yardbirds – Birdland (2003)

14 Lug

E’ il 2003, dopo 35 anni ecco di nuovo gli Yardbirds, della formazione originale rimangono, però, solo  Jim McCarty (batteria) e Chris Deja (chitarra ritmica), si aggiungono Gypsie Mayo, John Idan ed Alan Glen rispettivamente chitarra, basso e armonica. L’album è composto da 12 tracce, di cui solo 7 sono inedite, e l’alternanza tra vecchi brani e quelli nuovi è ben azzeccata.

La presenza di chitarristi del calibro di Bryan May (Mr You’re a Better Man Than I), Steve Vai (Shape of Things),Joe Satriani (Train Kept a Rolling), Slash (Over Under Sideways Down), Steve Lukather (Happenings Ten Years Time Ago) e Jeff “Skunk” Baxter (The Nazz Are Blu) impreziosiscono il lavoro anche se i brani poposti non si distanziano molto dagli originali. L’ unico ospite (che poi tanto ospite non è n.d.r.) a suonare un brano inedito (My Blind Life) è Jeff Beck, vecchia conoscenza del gruppo.

L’album si districa in un ottimo blues rock che non sembra risentire dei nuovi tempi, vivace ed energico, che coinvolge anche se gli Yardbirds li abbiamo ascoltati in tutte le salse; più una raccolta che un vero e proprio album, per fan-anatici del gruppo ma anche per chi vuole scuotere la testa sulle note della band che con il “rave up” ha squarciato le porte all’ hard rock.

Anekdoten – Gravity (2003)

21 Apr

Artista/Gruppo: Anekdoten
Titolo: Gravity
Anno: 2003
Etichetta: Virta

Spesso un gruppo lo si inserisce in un genere anche se di quel genere conserva pochissimo, oppure lo si lascia nello stesso perché aveva iniziato da lì un percorso anche se poi maturando ha guardato ad altro. Credo che, nell’immenso panorama neo-prog, il gruppo svedese degli Anekdoten sia uno dei tantissimi esempi di quanto detto.

Da album come Vemod (lavoro d’esordio a detta di tutti molto vicino ad album come Red o Larks’ Tongues in Aspic, dei King Crimson) a Gravity, dieci anni di carriera e altri due dischi pubblicati, hanno portato gli Anekdoten a un’evoluzione tale che parlare oggi di prog credo sia, non solo errato, ma anche riduttivo.

Il disco si apre con Monolith, colpisce fin da subito la sonorità delle chitarre che ricordano molto da vicino lo stile dei Tool, e saranno le stesse che chiuderanno questo brano di oltre sei minuti. Attacca quasi subito la voce, sicché il giro di chitarra è solo un diversivo, una iniziazione a quella che si affaccia come la peculiarità principale degli Anekdoten, la timbrica di Barker nonché l’ormai assoluta padronanza acquisita una volta sdoganati dai canoni più propriamente crimsoniani. E in effetti qui di King Crimson c’è ben poco, ma ciò non conduce a un dileguarsi della qualità, anzi…

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Aventino Jazz Friends Band – Quantum Leap (2003)

11 Mar

Volete ascoltare il jazz elaborato da una moltitudine di artisti per lo più amatoriali? Avete voglia di divertirvi ad assaporare le note di Take the A Train o di Love or Leave me personalizzate ma allo stesso tempo fedeli alle originali degli anni ’30 e ’40? Allora Quantum Leap dell’Aventino Jazz Friends Band fa al caso vostro.

Un disco capace di rilassare, eccitare e confortare, per chi non disdegna il jazz da scantinato, e allo stesso modo ha voglia di confrontarsi “easily” con il jazz d’orchestra di Glenn Miller e Benny Goodman. Se non riuscite a comperare il cd, potete sempre ascoltare le tracce in mp3 dal sito dell’associazione.

ANI DI FRANCO – EVOLVE (2003)

13 Lug

Per tutti coloro che intendano passare un’ora in piacevole ascolto, nn molto impegnativo ma veramente di gusto, si possono far accompagnare dalle note a dalla graffiante voce di Ani Di Franco col folk rock in chiave decisamente acustica dell’album Evolve (2003). Tutti I brani sono eseguiti dalla chitarra acustica di Ani, arrangiati con un soave accompagnamento di bonghi e strumenti a fiato, arricchiti talvolta da leggere note di pianoforte.

Un album per chiunque si fosse mai chiesto cosa sarebbe successo se Bob Dylan fosse stato donna.

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