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Rainbow – Long Live Rock’n’Roll (1978)

6 Set

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Dalla copertina sembra essere un interessante album di folk-blues-prog, sullo stampo Jethro Tull. Per quell’accento flauteggiante però occorrerà attendere fino all’ultima traccia, Rainbow Eyes, che se vogliamo rappresenta la Stairway to Heaven dell’accoppiata Blackmore-Dio. I due, in effetti, firmano tutte le tracce insieme, ad eccezione di un paio di brani a cui partecipa anche il buon Powell. Ma è un’eccezione, appunto.

Quando i due leader lavorano braccio a braccio, l’atmosfera è garantita. Anche se Long Live Rock ‘N’ Roll, terzo lavoro dei Rainbow, rappresenta l’ultimo di Dio alla voce, poi sostituito da Bonnet. Prima di entrare nel vivo basteranno un paio di osservazioni per offrire già un quadro abbastanza rappresentativo del disco. Lo definirei un album “ventoso”, un viaggio in treno con la testa ben fuori dal finestrino. Attenti ai tralicci! Una disperata e affascinante ricerca verso l’infinito del metal rock, perché nella leggendaria ricerca delle radici del metal, anche i Rainbow hanno diritto a partecipare. Ascoltare per credere.

E non solo per i ritmi, che sanno essere velocissimi (Kill The King) o lenti (Rainbow Eyes), ebbene c’è del fantastico, come nel brano più riuscito: Gates of Babylon. È l’Odissea dei Rainbow, un tuffo nella mitologia del rock e delle sue fusioni. Siano esse orientali o folk. Godetevi il flanging centrale di questo brano, con le iperboliche scale di Blackmore e le vertiginose invenzioni di Dio con quella voce così anni ’80 e così ammirevolmente sempre attuale. Per concludere, l’immagine dell’album e la sua copertina lasciano un sapore in chiaroscuro. Tuttavia, non solo per il nome del gruppo, anche questo tentativo vede nella musica dei Rainbow un’inattesa spruzzata di colori. Anche questo è metal…

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Queen – Jazz (1978)

23 Ago

JazzAmmetto di non essere mai stato un grande esegeta dei Queen, li ho sempre amati e schivati allo stesso tempo. Mi mettevano paura per la loro vastità e varietà dei generi trattati.

Un universo confuso, senza troppi punti di riferimento. Al di la dei primi due dischi, che possiedono una loro coerenza intrinseca al periodo, a preoccupare le mie convinzioni era sempre stata l’iperbolica matassa della loro vita centrale. Se dunque qualcuno provasse le mie stesse sensazioni, beh, posso consigliare Jazz.

Mettiamola così, una buona medicina per farsi passare il mal di testa da Queen e rimettere un po’ in ordine le idee sulle capacità di questa storica band. Riprendo così la mia impossibile scalata e dopo Queen I e Innuendo, torniamo al 1978.

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Adrian Belew – Belew Prints: The Acoustic Adrian Belew, Vol. 2 (1998)

12 Lug

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Se i Beatles non si fossero sciolti nel 1970… sarebbero pressappoco arrivati alle stesse conclusioni. Belew Prints: The Acoustic Adrian Belew Volume Two è l’undicesimo album del chitarrista e polistrumentista Adrian Belew, uscito nel 1998 e sequel di un Volume One pubblicato nel 1995. In questo secondo lavoro tutto chitarra, voce ed effetti, Belew rielabora precedenti lavori in chiave acustica e a differenza del predecessore Volume One ne espande la strumentazione: Belew suona anche basso, pianoforte, armonica, batteria e percussioni, oltre a dirigere un quartetto di archi nella prima traccia. Emerge un interesse profondo per le premesse poste dai Fab Four, quasi un epilogo immaginario dei satelliti che avrebbero potuto esplorare Lennon & Co. se non si fossero sciolti. E il parallelo funziona, soprattutto se si ascoltano vari lavori da solista di Paul McCartney. L’album contiene anche due brani dei King Crimson anni ’90 (Cage e Dinosaur), quelli su cui anche Belew può vantare crediti, e appunto una cover (Free As A Bird) dei Beatles. Onore anche al merito dell’ingegnere Ken Latchney, il cui ottimo lavoro in produzione rende il suono soffice e piacevole all’ascolto. Continua a leggere

The Kills – No Wow (2005)

24 Giu

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Non è facile suonare minimal (o come lo chiamano alcuni lo-fi vintage) quando nello stesso periodo spopolano gli White Stripes. Ahimé, quelli di po-popopopo-po. Complicato farlo passare come un tentativo di tornare alle origini, per alcuni addirittura al blues del delta. Inevitabile, per chiunque a cavallo del 2000 avesse provato a dissezionare il suono rendendolo quasi rumore in sottofondo della voce, cadere nel superficiale accostamento: The Kills= brutta copia degli White Stripes. Se poi si ricompone un duo, voce femminile (Alison “VV” Mosshart) e strumenti – ma anche voce, talvolta – maschili (Jamie Hince), insomma tutto riconduce lì. Ma non solo. Gli effetti, per i Kills, sono un po’ questi. Devastanti per la pubblicità e il botto che fecero, tanto come le ripercussioni su certe convenzioni una volta attaccato il play allo stereo. Una scialba copia dei migliori? Chissà, vanno ascoltati per poi dare un giudizio. Noi ve li proponiamo con No Wow, secondo lavoro del duo anglo-statunitense.

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Prince – For You (1978)

25 Mag

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Da molti fu considerato l’antagonista effimero di Michael Jackson. Per alcuni molto meglio di Jacko, oggettivamente più poliedrico e capace di dribblare etichette e generi come pochi altri nel mondo del pop. Un musicista del calibro di Prince a fine anni ’70 aveva due strade da poter prendere: entrare nella ristretta nicchia dei fenomeni, spesso poco pagati e ancor meno conosciuti. Oppure puntare sul target del momento: il pop, l’anti-rock per antonomasia. Prince arrivò al bivio del suo primo disco ancora incerto sulla via da percorrere. Ne verrà fuori un “demo-album”, una sorta di raccolta di intenti: For You.

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Pentewater – Out Of The Abyss (1992)

9 Mag

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Nell’universo del prog rock di fine anni ’70 la prima cosa che balza all’orecchio è questa: i Pentwater avevano qualcosa da dire. E forse furono solo sfortunati. Nel raccogliere materiale sui Pentwater, mi ha colpito una considerazione di The Music Street Journal, che all’uscita del primo disco nel 1977 disse: «I Pentwater potrebbe essere la migliore band di rock progressive che mai avete sentito prima». Questa è la storia di un disco uscito… troppo tardi. Continua a leggere

Bob Marley & The Wailers – Kaya (1978)

22 Mar

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Nel 1976 Bob Marley si trasferì in Inghilterra, nel frattempo i Wailers erano cambiati radicalmente ma il cantante giamaicano mantenne la paternità del nome. A Londra nacquero due dischi, Exodus e Kaya. Oggi parliamo del secondo, quasi un appendice del più celebre Exodus. Rispetto agli album precedenti, in Kaya Marley abbandona il pessimismo dovuto in larga parte all’instabilità civile e politica della Giamaica (proseguiva infatti lo scontro politico tra i due leader rivali, Michael Manley ed Edward Seaga) e si punta tutto sulla felicità eterea che può regalare l’amore (Is This Love) o uno spinello fumato sdraiati su un divano. Già il titolo del disco (kaya è sinonimo di marijuana) indica la direzione intrapresa da Bob Marley. Tutto nelle più rigorose radici del reggae.

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