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George Lewis – Shadowgraph, 5 (Sextet) (1977)

29 Dic

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Pensavate non potesse esistere, eh? Voi (noi) poveri mortali della musica da intrattenimento, melodica al punto giusto, da canticchiare allegramente sotto la doccia. Pensavamo non umanamente accettabile pubblicare (e provare a fare i soldi) registrazioni di nostro figlio intento nell’eseguire strampalati esercizi di flauto da presentare il giorno dopo alla maestra delle medie. Forse un giorno questo bambino sarà il nuovo Ian Anderson, si augurano tutti i padri. Ma fino ad allora, quegli esercizi restano musica primordiale, sintetica, due, tre, quattro note infilate per fortuna. Lo sfiato del do che emette solo schizzi di sputo e va a vuoto. Ma quella è musica, vera musica ermetica. Le maestre non lo capivano, Santa Maria…. Io che credevo di essere bravo con l’aulos, mi diedero un vecchio xilofono: «Suona questo, in fondo alla classe, lascia stare con il flauto… non fa per te… fai finta di suonare…». Santamaria.

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Earl “Fatha” Hines – Honor Thy Fatha (1978)

24 Dic

Earl Hines - Honor Thy Fatha - Front

La prima mirabilia che si nota appena partito Honor Thy Fatha è un pianoforte usato e volutamente approntato sull’impronta di uno strumento a fiato. È il cosiddetto trumpet-style che distingue il way to play di Earl Hines fin dai tempi in cui questo maestoso ed elegante pianista nero si affrancò dal seguire le tracce del padre (cornettista in una brass band) e cominciò a suonare il piano.

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Al Di Meola – Casino (1978)

28 Ott

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È più facile commentare un disco anonimo di un artista anonimo che un disco eccellente di un artista eccellente. Capita infatti di cadere nella pretesa che più si alza il livello, più la produzione debba essere su quello standard. Succede invece che spesso, nella carriera di un musicista ci siano momenti di calma e riflessione, che talvolta preludono a un nuovo acuto. Ecco, mi sembra che questa possa essere una corretta introduzione al terzo album solista di Al Di Meola, Casino. Un disco che raccoglie pareri unanimi nell’affermare il fatto che non raggiunge l’apice come il precedente capolavoro Elegant Gipsy. Casino ha però i suoi risvolti, anticipa un Al Di Meola nuovo, sdoganato dalle atmosfere standard del jazz fusion. Lo apre alla novità, ad altri generi e culture (il fusion non è solo questo), altre tecniche, anche sonore. Senza escludere che, al di la della critica nuda e cruda, a un amante della chitarra (specie quella spagnola) Casino vale tanta, tanta roba.

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Paco De Lucia – Fuente Y Caudal (1973)

31 Ago

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Mi sono seduto sul divano, stereo a manetta (e pazienza i vicini), atmosfera “caliente”, anzi Fuente y Caudal. Disco che non può mancare in collezione: purtroppo ancora non l’ho trovato a buon prezzo in cd, ma non dispero. Va assaggiato, beatamente avvolti nel relax. Assaporando l’intensità del suono, della passione, del pathos che ci mette il maestro. È un campionario di “standard” di flamenco, dalla granatina a tango, e così via. In ognuno Paco De Lucia ci fa conoscere uno stile. Quanto alla tecnica, dire maneggia con molta cautela.

Non sono in molti al mondo a potersi permettere delle variazioni così vertiginose…

Veloce e preciso, il maestro sorprende ancor di più quando si viene a sapere che il disco fu registrato in brevissimo tempo e in alcune tracce qualche imperfezione dovuta all’improvvisazione c’è. Ma quello è il neo che rende unico un capolavoro. Fuente Y Caudal lo è, senza ombra di dubbio. In alcuni fraseggi si percepiscono dei campioni di arrangiamenti che verranno poi ripresi più tardi, quando De Lucia, sull’onda del sucesso esportò il flamenco in America e si confrontò con il jazz di Al Di Meola e John McLaughlin.

Clarence “Gatemouth” Brown – No Looking Back (1992)

6 Ott

Artista/Gruppo: Clarence “Gatemouth” Brown
Titolo: No Looking Back
Anno: 19992
Etichetta: Alligator Records

Clarence ‘Gatemouth’ Brown non ha mai promesso altro che la sua ‘verità’. Senza sottostare alle pressioni della moda, delle case discografiche e dei tempi”. Così spiegava Jim Nelson, uno dei massimi esperti di musica rock e blues nel panorama delle radio americane, l’uscita nel 1992 di No Looking Back. Si trattava di tracciare una linea ideologica che sapesse spiegare per larghi tratti l’importanza del padre del disco, Clarence “Gatemouth” Brown.

Chitarrista eccentrico, che nella sua longeva carriera ha saputo raccontare attraverso il blues diversi spaccati dei diversi mondi che ha vissuto. Si parla di stili, ed è complicato contestualizzare Brown dentro uno o l’altro genere. Parte dal blues, ma poi inevitabilmente prende sempre – in ogni singolo album – una tangente fatta di contaminazioni, dal jazz al country, allo swing, al bop.

No Looking Back comincia proprio così, con Better Off With The Blues, un intelligente compromesso tra il blues di stampo “Gate” e la sua vena incline al jazz. Ancor più chiaramente, il clima jazzistico emerge nettamente con Digging New Ground dove sia il basso di Harold Floyd, che la schiera di fiati alle spalle di Clarence, e capitanati dalla tromba di Terry Townson, ci introducono swingeggianti in atmosfere, con la chitarra di Brown che si alterna in brevi schegge alle linee solistiche di tromba, sax e pianoforte. Tutti strumenti prettamente jazz, a partire dal ritmo che impartiscono al brano. È jazz anche nel tema, uno standard alla Glenn Miller che introduce e conclude.

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Earl “Fatha” Hines – Honor Thy Fatha (1978)

20 Ago

Artista/Gruppo: Earl “Fatha” Hines
Titolo: Honor Thy Fatha
Anno: 1978
Etichetta: Drive Archive

La prima mirabilia che si nota appena partito Honor Thy Fatha è un pianoforte usato e volutamente approntato sull’impronta di uno strumento a fiato. È il cosiddetto trumpet-style che distingue il way to play di Earl Hines fin dai tempi in cui questo maestoso ed elegante pianista nero si affrancò dal seguire le tracce del padre (cornettista in una brass band) e cominciò a suonare il piano.

I suoi primi studi ed esibizioni di musica classica, contamineranno per sempre il suo modo di interpretare il jazz. Questo disco (che all’apparenza della copertina e per l’età avanzata) potrebbe sembrare anche uno dei tanti best of in circolazione ormai ovunque. E invece rappresenta una delle ultime registrazioni del pianista di Duquesne (Pittsburgh) prima della sua morte avvenuta nel 1983.

Stabiliamo subito uno spartiacque: per chi non conosce “Fatha” (letteralmente significa padre, father, soprannome affibbiato a Hines per le sue lunghe paternali sullo scorretto utilizzo degli alcolici), meglio partire dalle retrovie, dalla sua prima esperienza nell’orchestra di Luis Armstrong (tanto talentuoso che venne scelto per sostituire Lil Hardin, moglie del celebre trombettista, negli Hot Five), o nelle successive formazioni in coppia con il clarinettista Jimmy Noone.

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Duke Ellington and His Orchestra (featuring Mahalia Jackson) – Black, Brown and Beige (1958)

10 Lug

Artista/Gruppo: Duke Ellington and His Orchestra (featuring Mahalia Jackson)
Titolo: Black, Brown and Beige
Anno: 1958
Etichetta: Columbia

Come promesso, al best di Duke Ellington segue la recensione di un disco che vi consiglio di mettere subito nella vostra collezione. Che sia di jazz, blues, pop, rock non ha importanza. Questo è un capolavoro senza tempo né genere ben definito. Si dice jazz, ma qui Duke Ellington e la sua Orchestra danno una lezione di come si possa amalgamare la musica occidentale con le movenze tribali africane, sudamericane, mediterranee. Si parte dall’esodo negro e si arriva addirittura al Padrino prima che Nino Rota potesse concepire i suoi temi più famosi in tutto il mondo.

Lo stesso Ellington fornisce la chiave per interpretare il suo simbolismo, fin dal titolo: una sfumatura, dissolvenza dal nero al beige. Un passaggio, attraverso un cammino durato secoli, dalla schiavitù all’affermazione occidentale. Il cammino tra lo spirito, il sacrificio del lavoro e la musica. Parte essenziale di qualsiasi campo da lavoro, che sia la terra mediterranea o i campi di cotone degli Stati del Sud. Dal sudore e il battito dei tamburi che cadenzano la giornata lavorativa, alla domenica come giorno di riposo, dove tutti in un’ora sono uguali l’un l’altro, senza distinzioni, perché in chiesa, davanti alla sua benedizione, Dio non fa distinzioni.

L’emancipazione dell’afro-americano passa di lì, da quella casetta bianca in legno sulla collina, in cui si prega e si canta, gospel e spiritual, tutti mano per la mano. La segregazione prosegue, troverà il suo culmine tra gli anni ’50 e ’60, per poi finire, almeno per legge.

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