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Steve Hackett – Metamorpheus (2005)

21 Feb

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Questa recensione voglio iniziarla con una risposta. Una delle tante spese su Metamorpheus, ennesima fatica di Steve Hackett che data 2005. Perché questo lavoro ha avuto una fortuna alterna, divisa tra i difensori incalliti del grandissimo chitarrista dei Genesis, che contrastano con reazioni meno entusiastiche da parte degli integralisti al contrario. Da osservatore esterno, mi pongo nel mezzo e cerco di accontentare la curiosità di chi si chiede perché Metamorpheus. O meglio, alcuni si domandano tuttora cosa ci sia di metamorfosi all’interno di questo album che suona lineare e pacato.

Bene, la risposta probabilmente è nel carattere autobiografico che si è voluto regalare lo stesso Hackett, e la metamorfosi non è all’interno del disco, che invece è una conseguenza della rivoluzione della sua vita. Come Orfeo, il mito che tratta quest’opera, anche Steve si è calato in un nuovo mondo, quello della musica classica che, con il progressive rock, aveva solamente potuto semplificare in qualche fraseggio estemporaneo. Qui la musica classica diventa la regola. Tutto il resto, semplicemente non c’è. E ciò, all’uscita di Metamorpheus, ha disorientato i fans. C’è chi ha accolto con entusiasmo e curiosità l’esperimento, chi invece decretò la fine anticipata di un artista che invece ha prodotto poi altri 5 dischi dopo questo, l’ultimo un anno e mezzo fa.

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Ludwig van Beethoven – Adolf Drescher (flügel) – Sonaten (1966)

29 Giu

Compositore/esecutore: Ludwig van Beethoven/Adolf Drescher
Titolo: Sonaten Nr.23 op.57 Appassionata, Nr.14 op.27 Nr.2 Mondschein Sonate, Nr.8 op.13 Pathetique
Anno: 1966
Etichetta: JokerStavolta la sparo grossa, volo alto, e mi butto in un campo che non conosco. Non vi meravigliate se trovate storture o errati tecnicismi (sebbene abbia cercato di evitarne il più possibile): sono un neofita della classica, cercate di capirmi. Però ho trovato gusto nel cimentarmici, perché un conto è poi ascoltare, un altro buttarcisi a capofitto e vergarne contenuti, nero su bianco. Poi, su Beethoven è stato scritto di tutto, quindi mi sono affidato un po’ a quanto già si sa, ma molto ci ho messo delle mie percezioni. Per farlo ho preso un disco che posseggo in vinile, ed è un vinile che ha una storia, visto che fa parte dell’esiguo (ma non per questo meno rispettabile) “Fondo Bonomo”. Si tratta di una serie di dischi originariamente posseduti dalla famiglia di Maurizio, dal padre e dalla madre, insomma, una famiglia cresciuta all’ascolto della musica classica, a cui va tutto il mio grande rispetto immaginandoli seduti assieme sul divano a coccolarsi sulle note di Mozart piuttosto che di Rossini.

Il disco in questione è dunque uno degli originali più vecchi presenti in casa, risale al 1966, originalissimo. Maurizio aveva 14 anni, e a quanto sembra si divertiva a fingersi direttore d’orchestra. Il disco è introvabile (la foto di copertina è infatti eseguita dal sottoscritto, e scusate quel flash ma non avevo gran tempo da spenderci…), uno di quei vinili che, forse, si trovano solo nelle bancarelle, se siete fortunati. L’ho inserito tra gli album (e non tra i best of) soltanto perché in musica classica difficilmente troveremmo album come li intendiamo noi, non per questo però possiamo chiamarli best of, visto che non è il meglio di e neanche una raccolta come si fa nella musica popolare.

Nella mia discografia presenta la seguente intitolazione: Ludwig van Beethoven – Adolf Drescher (flügel) – Sonaten Nr.23 op.57 Appassionata, Nr.14 op.27 Nr.2 Mondschein Sonate, Nr.8 op.13 Pathetique. Non parliamo dunque di un grandissimo interprete, in quanto Adolf Drescher difficilmente lo troverete nell’olimpo dei pianisti di Beethoven. Allievo di Leo Blech presso il Conservatorio di Riga, Drescher ha fatto il suo debutto a 12 anni suonando Haydn. L’apice della sua carriera si pone nell’immediato Dopoguerra, con concerti e varie registrazioni. Morto per suicidio nel 1967 (quindi un anno dopo la pubblicazione del vinile in questione), egli si confrontò comunque con tanti compositori, da Mozart a Brahms, e tutto il filone della musica tedesca, anche quella più popolare e sconosciuta.

Qualcuno di voi si sarà chiesto cos’è il “flügel”. Facile: è il pianoforte a coda, tipico per concerti in ampie sale. Sono tre sonate (n.8, n.14 e n.23), rigorosamente riportate in ordine cronologico inverso, quasi un regredire alle origini dell’autore stesso. Difficile però commentare la bravura di Drescher, in quanto lo stato pietoso in cui versa il vinile, associato alla piattezza di suono dovuta alla scarsa qualità di registrazione dell’epoca, renderebbe l’impresa molto ardua. Mi sono quindi fidato del pianista, l’ho assecondato e ho finto che fosse Beethoven stesso in casa mia. Ed è un’esperienza che va fatta e ripetuta. Io ve la racconto così…

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Ludovico Einaudi – I Giorni (2001)

2 Ago

Artista/Gruppo: Ludovico Einaudi
Titolo: I Giorni
Anno: 2001
Etichetta: Bmg Ricordi

Su Ludovico Einaudi non farò una recensione nel senso stretto del termine, ma una riflessione, una emocenzione come piace dire a noi del Collettivo. Parlo de I Giorni, l’unico album che ho potuto ascoltare con attenzione di questo pianista, ma ne ha fatti talmente tanti e tante altre collaborazioni, colonne sonore, e che forse I Giorni non è neanche la sua migliore produzione, di questo e di altre cose, lascio a chi meglio di me può esprimere un parere, come dire, più tecnico.

Inizio col dire che non sono un esperto di pianoforte, sono chitarrista e talvolta il mio chitarrismo mi fa uscire di strada. E allora la prima sensazione al cospetto di questo ascolto è che I Giorni può essere apprezzato anche da chi capisce poco o nulla di piano, pochi virtuosismi, che sono poi quelli più complessi da carpire, poco cambi di melodia, sempre quella, sempre attaccato a un sottile filo di conduzione, una linea di condotta che non esce mai fuori dagli schemi, è l’assieme a formare il tutto e non la piccola piéce che sovrasta le altre.

Un’avventura lungo accordi sovente bellissimi, di gusto, Einaudi gioca con il tempo, lascia i suoi brani decollare, tiene in sospeso le ore, per poi raggiungere il cielo e scendere giù in picchiata, con tutta la forza di un caccia pronto a bombardare con i tasti bianchi e neri l’anima immobile di chi all’ascolto aveva creduto fosse tutto finito.

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