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Garland Jeffreys – One-Eyed Jack (1978)

27 Dic

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Raramente ho ascoltato un disco così variegato come One-Eyed Jack di Garland Jeffreys. Per la verità non conoscevo questo artista, afro-americano e di origine portoricana, che a quanto apprendo, si è cimentato con tutto evidenziando una floridissima vena cantautoriale. Non so se più per questo, o piuttosto perché quando si toccano tanti estremi spesso il motivo è la mancanza di nuove idee e allora ci si confronta con quanto già scritto, detto e cantato. 

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Bruce Springsteen – ‘The Way It Was’ The Complete Bottom Line Broadcast (2004)

4 Ott

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Greetings from Asbury Park, N.J.e The Wild, The Innocent and the E Street Shuffle erano ormai usciti da due anni (1973), per tutto il 1974 Bruce Springsteen & the E Street Band passarono la stagione sul palco. Il 9 maggio 1974, a Cambridge nel Massachusetts, durante un concerto di Bonnie Raitt, in cui Springsteen e la sua band facevano da gruppo spalla, il pubblico richiamò a gran voce il Boss per esibirsi di nuovo. Ad assistere a quel concerto c’era il critico della rivista Rolling Stone, Jon Landau, che su The Real Paper di Boston, culminò la sua recensione con una frase che farà la fortuna di Bruce: «Ho visto il futuro del rock and roll e il suo nome è Bruce Springsteen». Nel frattempo, la band stava lavorando sul terzo album, Born To Run, uscito dopo 18 mesi di gestazione, ma che regalò al Boss la definitiva consacrazione. In questo periodo si incastrano le registrazioni di ‘The Way It Was’ The Complete Bottom Line Broadcast.

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Metallica – Dutch Dynamos (1999)

16 Ott

Artista/Gruppo: Metallica
Titolo: Dutch Dynamos
Anno: 1999
Etichetta: Mastertracks

Guadagnavo circa 450 mila lire a settimana, era il 2000 e ogni sabato, preso lo stipendio, andavo al negozio di dischi e compravo un cd dei Metallica. Fu così, con questo gruppo metal, che iniziai ad avvicinarmi al rock. Vien da se che la band di Los Angeles per il sottoscritto rappresenta molto più di un qualsiasi altro gruppo. Sebbene con il tempo (sono passati quasi undici anni da allora) il mio orecchio si sia affinato, da quando volevo soltanto finire la discografia dei “quattro cavalieri” ad oggi, in cui mi cibo di tutto e di più. Con ciò non voglio dire, come molti qualunquisti dell’arte amano fare, che la musica dei Metallica sia da adolescenti e quando diventi più grande inizi ad allontanartene. Niente di più lontano dalla realtà. Ho amato i Metallica e li amo tutt’ora, quando penso a un esempio il primo gruppo che mi viene in mente sono loro. E proprio per questo mi sento di poter anche abbozzare delle critiche, a un gruppo che credo di conoscere molto bene. Dunque, ogni qualvolta mi reco ad ascoltare un loro album, la sensazione è di esaltazione mista a malinconia. Esaltazione perché restano sempre un importantissimo tassello nella mia storia musicale, malinconia perché spesso mi trovo a dover quasi disprezzare produzioni che allora mi parevano irraggiungibili per chiunque altro.

Un colpo quasi fatale nella mia percezione i Metallica lo hanno subito durante l’Heineken Jammin’ Festival del 2003 a Imola, loro alla prima serata, gli Iron Maiden all’ultima. Ovviamente, per chiunque abbia vissuto da vicino la vita del metal (cosa che io facevo con tanto di Metal Hammer fisso nello zaino), la contrapposizione tra Maiden e Metallica andava oltre la differenza tra heavy metal inglese e americano. C’erano dentro stili di vita, politiche, qualità, timbri vocali, quantità dei componenti, e anche innovazione e sperimentazione. Diciamo che la distanza che separava, fino almeno agli anni ’90, gli amanti di una o dell’altra band, somigliava tanto alla distanza che ancora oggi si frappone tra i pro Beatles e i pro Rolling Stones. Io stavo con i Metallica. Ma quel concerto di Imola oggi mi ricorda un po’ ciò che accadde a Ecateo di Mileto, una volta fatto ingresso nel tempio egiziano di Amon-Ra. Ecateo vide crollare la credibilità dei miti della sua amata Grecia, così come, una volta preso contatto con gli Iron Maiden dal vivo, crollò per me la credibilità del mio vecchio mito dei Metallica, i quali non erano più irraggiungibili, anzi, erano stati di gran lunga superati. L’epopea dei Metallica per me poteva dirsi conclusa, purtroppo, dico, ma non era colpa loro, ero io piuttosto che arrivavo tardi all’appuntamento.

Ci misi del tempo a farmene una ragione e oggi con questa recensione cerco il coraggio per defilarmi un po’ dai vecchi preconcetti bigotti. E lo faccio con un disco dal vivo, proprio a suggellare quelle sensazioni provate in Emilia. Dutch Dynamos, bootleg dei re dei bootleg, gli olandesi, concerto ad Eindhoven, l’Arena e Hetfield che inneggia alla sua. Insomma quei «Come on Eindhoven, motherfucker!!! We are Metallica…», come un sigillo, e poi bla bla bla, che solo lui sa stropicciare così bene e far sembrare epico anche ciò che è grettamente voluttuoso e costruito. La sua voce per esempio, finita in cantina da tempo, o forse annacquata come il whiskey nella giara del ’98, quando i Metallica erano già morti sotto una coltre di polvere e però nessuno se ne era accorto, o forse in molti facevano finta di non vedere. La formazione è la stessa di album come …And Justice for All e Black Album, con il terzetto base composto dai soliti Hetfield alla voce, Ulrich alla batteria e Hammett alla chitarra solista, e con Jason Newsted al basso, due anni prima del suo addio, data spartiacque tra i vecchi Metallica e i melensi e troppo, troppo crossover Metallica successivi.

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