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EXTRA| Pearl Jam, esordio da “Dieci” e lode

14 Ott

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Quattro mesi dopo la caduta del Muro di Berlino la musica internazionale era totalmente cambiata. In America imperversava il grunge mentre in Europa ancora ci si cullava sulle raggrinzite note del post-punk. C’era però una band che avrebbe fatto dei due stili il suo mantra.

L’origine dei Pearl Jam può coincidere con una data su tutte, il 16 marzo 1990. Quel giorno Andrew Wood morì per un’overdose di eroina e i Mother Love Bone, di cui Wood era il cantante, si sciolsero dopo appena un album, Apple, pubblicato solo quattro mesi dopo questo evento. A quel punto, il chitarrista Stone Gossard e il bassista Jeff Ament, dopo essersi inizialmente divisi, tornarono assieme e fondarono un nuovo progetto con il chitarrista Mike McCready. Mancava il cantante. Il problema si risolse nel modo che tutti conoscono. In loro soccorso arrivò l’ex batterista dei Red Hot Chili Peppers, Jack Irons. La band gli fece pervenire un demo con cinque brani, che lui sottopose a un suo amico di vecchia data. Era Eddie Vedder, che all’epoca lavorava in una pompa di benzina di San Diego e la sera cantava in una band locale, i Bad Radio.

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EXTRA | Sembra, ma non è una chitarra. Ascesa e declino del Synthaxe: Allan Holdsworth

27 Apr

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Spesso nella musica si è pionieri di se stessi. Più raramente il nome di un artista sale alla ribalta per l’utilizzo di un nuovo strumento. Meno spesso accade poi che sia proprio la pubblicità di questo o quell’artista, a designare la fama di una nuova invenzione musicogena. A volte l’idiosincrasia tra le due parti è tale che si può parlare di simbiosi. Quando nel 1986 venne pubblicato Atavachron, tutti conoscevano già Allan Holdsworth, ma pochi, se non nessuno, sapeva cosa fosse il Synthaxe.

Ebbene, oggi vi raccontiamo la nascita e l’ascesa di questo strumento, che deve la sua fama proprio al disco in questione. Un po’ chitarra elettrica, un po’ sintetizzatore. Reso celebre proprio grazie ad Allan Holdsworth, che utilizzandolo scientificamente in più brani di Atavachron, unì il suo nome a questa diavoleria dell’ingegneria elettronica musicale per i quasi successivi 15 anni. Prima però sarebbe bene spiegare meglio in cosa consiste il Synthaxe.

Senza entrare troppo nel dettaglio, il Synthaxe è un controller MIDI applicato alla chitarra, creato da Bill Aitken, Mike Dixon e Tony Sedivy e prodotto in Inghilterra nella seconda metà degli anni ’80. Si tratta di uno strumento musicale che utilizza sintetizzatori elettronici per produrre suono e viene controllato tramite l’uso di un braccio simile al collo di una chitarra (ma non è una chitarra) e il suo nome deriva dal mix di due parole: sintetizzatore e ascia…

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EXTRA| I suoni e gli odori del rock. Cosa c’è dietro la nascita di un disco. La Ridge Farm, il “Mobile Mobile” e gli uccellini dei National Health

9 Apr

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Quante volte vi è capitato di immaginare ascoltando un disco. Posti bucolici, di mare e di terra. Suoni, odori, rumori. Che come sempre accade non combaciano con quelli reali, dove quel gruppo in questione ha avuto modo di concepire e registrare quel disco. Per non parlare del contatto visivo e olfattivo quando ci si trova in un concerto live. Tutta un’altra storia. Quel disco era stato sognato e realizzato in piena tranquillità, oggi voi vi trovate in un maremagnum di mani, puzze e bottiglie di birra svuotate. Ma vi siete mai chiesti come è nato un disco, i suoi aneddoti, le curiosità, le cene degli artisti, i loro passatempo tra una session e l’altra? Se avete mai avuto questa curiosità questo extra è per voi, con l’augurio che dopo averlo letto vi possiate prodigare nel cercare di scovare storie simili dei vostri dischi preferiti. Storie… Continua a leggere

EXTRA|Hard Bop, l’ultimo Jazz nei Juke Box

1 Dic

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Sonny Rollins esordì come sassofonista nel 1948 con i grandi del Bebop, Bud Powell, Miles Davis, J.J. Johnson. Nel 1957 uscì Sonny Rollins Volume 2, una pietra miliare della storia del jazz, una sessione senza tempo, che ha riunito alcuni tra i padri fondatori dell’era post-Bop. Compaiono gli ex Jazz Messengers, Art Blakey e Horace Silver, il bassista preferito di Miles Davis, Paul Chambers, il trombonista J.J. Johnson, e perfino Thelonious Monk. Si tratta di un esempio maturo di dove potrà arrivare l’Hard Bop. Siamo nella seconda metà degli anni ’50 e da qualche anno il jazz stava reagendo energicamente al Bebop, genere fino ad allora fecondo di fenomeni come Charlie Parker, J.J. Johnson e Phil Woods, tutti campioni di uno stile che a sua volta reagiva allo swing evolvendosi in riff di assoli infiniti e iper-tecnici portando alle estreme conseguenze il concetto di velocità e tecnica nella musica. Era il Be-Bop (o più comunemente Bop), che ruotava attorno al Birdland di New York e verso il quale il pubblico lentamente si era disaffezionato. Via via la scena se la sarebbero presa le giovani leve cresciute nei locali del Be-Bop.

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EXTRA | ll Blues degli anni Ottanta, il ricambio generazionale e gli esordi di Stevie Ray Vaughan. Il Texas Blues e la sua rinascita.

26 Dic

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Un famoso detto dice che il blues «è l’anima della musica, la fonte alla quale si torna sempre ad abbeverarsi, motore e linfa vitale di ogni ispirazione». Da questo assioma si parte per il viaggio nel periodo più introverso del blues di fine millennio. Cos’era il blues nei primi anni Ottanta? Una domanda che può sembrare sciocca, banale. E invece ho provato un certo interesse ad approfondirla. Il blues nei primi anni ’80 veniva da un momento di stasi a livello mondiale, dalla rivoluzione di Woodstock aveva vissuto all’ombra silenziosa del rock fregiandosi di un’etichetta anche un po’ snob. Ma quando arrivò l’ondata della new wave, del punk, addirittura del Metal, il pubblico ormai era rivolto ad altri ascolti (anche alla disco) e il palco blues medio era sempre più svuotato. Se c’è un momento esatto in cui il blues iniziò ad isolarsi, tornando quella musica di nicchia, probabilmente va collocato negli anni ’70. Poi nel 1980 arrivò il film The Blues Brothers e la gente tornò ad interessarsene, ma il vero blues non era quello.

Andiamo per passi, perché non è semplice orientarsi. Innanzitutto, tale crisi non deve indurre a pensare in qualcosa di improduttivo, anzi. In questo periodo usciranno comunque degli album che hanno fatto e continuano a fare la storia del genere, ma si registra una sorta di senilità musicale, sono sempre i soliti T-Bone Walker, B.B. King, Albert King, John Lee Hooker, ecc. In questo periodo escono dischi interessanti, sia per il blues che per il rock, ma se quest’ultimo vive sempre nelle luci della ribalta, il primo vive soprattutto nel suo ghetto e nel 1980, per darsi lustro è costretto ad inventarsi i suoi Oscar, i W.C. Handy Awards.

Tra le onorificenze del 1982 e quelle del 1984 si segna il cambio di generazione. Nel 1982 vengono insigniti del premio “Blues instrumentalist” Albert Collins, Buddy Guy, Clarence “Gatemouth” Brown, Johnny Copeland e Luther Allison. Nomi celebri da almeno 30 anni e – fatto paradossale – anche nel premio “Contemporary Bluesman” vincono comunque gli stessi Albert Collins, B.B. King, Johnny Copeland, oltre a Muddy Waters e Z.Z. Hill. Non proprio dei giovanissimi…

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EXTRA | Ayreon – The Human Equation (2004)

6 Nov

Innanzitutto una premessa: questa non è una recensione. Piuttosto un’operazione di assemblaggio di vari pezzi sparsi. Anche perché gruppi e nomi iniziano ad affastellarsi ed è bene ogni tanto mettere un po’ d’ordine. La prima volta che ascoltai The Human Equation degli Ayreon rimasi colpito fin da subito per la pulizia del suono, per la qualità di arrangiamenti e scelte musicali, ma soprattutto degli artisti che vi facevano parte. Prima di ascoltare un album spesso mi documento sui componenti, sulla loro storia, ecc. Con gli Ayreon viceversa, prima c’è stato l’ascolto, ma ancor prima della fine del disco è succeduto un piccolo approfondimento. Arjen Anthony Lucassen, e d’accordo. Ma poi James LaBrie, Mikael Åkerfeldt, Heather Findlay, l’ex Uriah Heep Ken Hensley, e due figli d’arte: Devin Townsend (figlio di Pete) e Oliver Wakeman (figlio di Rick). Nomi importanti, e musicisti più o meno affermati nel 2004, tutti riuniti spassionatamente nella campagna olandese a “recitare” la loro parte nella tragedia di “Me”. Ebbene, vi avevo segnalato già questo disco, e ammetto di non essere stato allora troppo esaustivo. Stavolta la prendo da dietro, approfondendo la sua genesi direttamente dalle parole dei loro protagonisti.

Partiamo dall’origine. Era il 23 ottobre del 2003 quando sul sito web degli Ayreon arriva il grande annuncio: «Il vocalist dei Dream Theater, James LaBrie, ha confermato la propria partecipazione al nuovo album degli Ayreon, la cui pubblicazione è prevista il prossimo anno per la Transmission Records. LaBrie conosceva la musica del mastermind Arjen Lucassen e non ha mai nascosto il suo desiderio di poter essere coinvolto, un giorno, in un progetto del polistrumentista.
Lo scorso anno James e Arjen discussero della possibilità di lavorare insieme, ed il tutto prese forma appena iniziarono i lavori sul nuovo cd degli AYREON. Arjen ideò per il vocalist un ruolo drammatico e passionale, l’ideale per mostrare tutta la versatilità della voce di James, in modo particolare i suoi toni caldi, che Arjen ama».

Tutto nacque dunque nel 2002, quando James LaBrie e i Dream Theater, erano sulla cresta dell’onda con la pubblicazione di Six Degrees of Inner Turbulence. Un anno dopo Lucassen trovò il suo protagonista: «Mandai una mail a James – rivela Lucassen nel trailer The Singers of Ayreon – dicendogli che mi piaceva il suo modo di cantare e la sua musica, e che sarebbe stato bellissimo se avesse fatto parte degli Ayreon. Lui mi rispose: “Certo! Dì una parola e io sarò lì da te”. Questo Human Equation era perfetto per lui. Ho scelto di dargli il personaggio “Me”: è il protagonista della storia. Si tratta di un ragazzo in coma. James venne qui estremamente preparato, sapeva perfettamente cosa fare, conosceva le melodie e divenne veramente l’unico ad avere una parte. Ebbe le parti più soft perché mi piace il suo modo di cantare soft, la sua voce è così calda e piena. Ma gli ho assegnato anche diversi strilli».

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EXTRA|Back to Def Leppard. Anno zero del metal melodico

25 Giu

Amanti dell’heavy metal, tappatevi le orecchie, magari saltate questo post e approfondite più sotto qualche aspetto del jazz se vi interessa. Meglio. Questo post è per i curiosi, forse per coloro che non conoscono il metal e desiderano avvicinarvisi con qualcosa di più soft. Forse, probabilmente, questo post non è nemmeno per chi come gli Afterhours non si esce vivi dagli anni ’80. Se non fate parte di queste categorie, allora defleppardatevi…

Anno zero della musica melodica dura, delle danze vocali sdolcinate e delle grida delle signorine in preda a panico da groupie post-datato. Tutto cominciò a Sheffield, con Joe Elliott che nel 1977 conobbe un certo Pete Willis, chitarrista degli Atomic Mass. Elliott venne selezionato dalla band con le più classiche delle audizioni, provò sia da chitarrista che da cantante. Per il primo ruolo rivedibile (si rifarà con il tempo…), per il secondo fece breccia: arruolato. Il talentino, all’epoca appena diciottenne, mise subito i piedi in testa ai nuovi compagni d’avventura, tutti più piccoli di lui di un anno. «Chiamiamoli Deaf Leopard», propose. I leopardi sordi? Ma noi non suoniamo punk. Def Leppard, così va bene.

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