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EXTRA|Quando gli Offspring lasciarono a piedi il bassista

23 Mag

Fino ad allora Greg K non si era perso un concerto. La carovana se lo dimenticò in Germania e nella data successiva venne rimpiazzato da un tecnico 

Avevo deciso di parlarvi degli Offspring, e mi ero premunito di farlo a partire dalla loro nascita, dagli incontri tra Holland e Krisel nel salotto di casa di quest’ultimo. Era il lontano 1984 ed entrambi erano intenzionati a fondare una band da liceo, ma senza neanche possedere uno strumento. Neanche sapevano suonare, tanto che Holland all’inizio arpeggiava su una sola corda di chitarra. Insomma, le stesse identiche difficoltà dei musicisti in erba. Eppure la voglia era tanta e dopo vari rimescolamenti (in principio furono i Social Distorsion, poi i Maniac Subsidial) nacquero gli Offspring con l’aggiunta di Noodles alla chitarra solista e di Pete Parada alla batteria.

Ma vorrei fare un balzo oltre il loro successo, andando a toccare uno spaccato meno battuto della biografia del bassista Greg Kriesel (meglio noto solo come Greg K.). Una persona media, a dispetto della notorietà. Sposato con Jane dal 1999, dalla quale ha avuto quattro bambini. Greg K è ben noto per la sua tranquillità, la sua discrezionalità e i suoi movimenti (“pelvis”) di bacino sul palco. Il padre voleva che facesse l’avvocato, lui si dedicò alla musica ma non per questo rinunciò a conseguire il diploma di matematica seguito da un master in economia allo State Long Beach mentre lavorava part-time in un negozio di fotocopie.

I suoi hobby spaziano dal golf al base jumping, la pesca, il campeggio e ha una vera malattia per i cappelli: «Per favore – il suo appello ai fans – lanciatemi i vostri cappelli sul set». Alla musica all’inizio neanche ci pensava, e i primi dischi punk che ascoltò furono quelli che gli diede Holland: «La musica – disse Greg – non era importante per me, ma ho cominciato ad ascoltarla perché era dappertutto, e mi sono abituato».

Guardatelo adesso, è lì con la sua maglia nera, anonima, capelli naturali (a differenza di Dexter Holland, ossigenato fino al midollo), e un’aria da inadeguato che però scompare subito appena imbraccia il suo strumento, con cui ha fatto scuola a una generazione di bassisti punk di questa generazione.

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EXTRA|Natty Dominique, storia di un facchino swing

10 Mag

Nel 1940 Anatie “Natty” Dominique, il trombettista divenuto celebre per aver suonato nella band di Johnny Dodds, fu costretto ad abbandonare la scena a causa di una malattia al cuore*

Chicago’s Midway Airport, 1940. Uno stuolo di Douglas DC-3 in fila indiana e pronti a spiccare il volo. Gli Usa ancora non sono in guerra, ma la vita dell’America libertaria viaggia lo stesso verso lo sviluppo, e i voli tra poco si divideranno tra i bombardamenti nel Sud est asiatico e le rotte civili. Chicago’s Midway Airport, 1940. Subito dopo verrà Pearl Harbour, ma al Terminal ora è un formicolare di persone, valige, e sogni. C’è chi parte per la Grande Mela, i più facoltosi vanno ad abbronzarsi alle Hawaii: chi va, chi resta e saluta.

E ci sono i “redcaps”, i facchini. Loro non partono né salutano, loro aiutano trasportando i bagagli per guadagnare qualche scellino in più. Mezzogiorno, dietro l’angolo di fianco allo spaccio pubblico inizia ad udirsi un suono, due suoni, tre suoni, una melodia. Non è la radio in diffusione, che poi troppo spesso dava più brutte notizie che altro. No, è un uomo. Un uomo con la sua tromba. Un uomo bianco «medio», occhi sgranati, pelle raggrinzata dall’età e dalla malattia. Suona jazz, ma è in tuta da lavoro, in pausa tra un trasporto bagagli e l’altro. Non parla, difficile capire da dove viene. Sarà americano? E di che città?

L’appassionato di jazz lo noterebbe subito, il suo accento è lo stile: «New Orleans», grida il vecchio dal fondo del corridoio, stessa tuta, stesso cappellino rosso. «Vai Natty!», gli replica un ragazzotto brutto e lentigginoso. Natty, gli domanda un ragazzina alla mano della mamma. «Natty. Sì piccola, proprio così. Significa elegante. Io invece mi chiamo Jim, e tu?». Lei neanche rispose, era solo attratta dalle note di quella danza: era Some Day Sweetheart, uno dei primi brani incisi da Natty agli albori della sua carriera da musicista. L’aveva registrata appena entrato a far parte dell’orchestra di Jelly Roll Morton. Senza il piano del maestro rendeva lo stesso, anzi, forse era anche più bella, più proiettata verso il bebop, ancor prima che Little Jazz lo pensasse.

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EXTRA|I suoni degli anni Settanta

25 Mar

Cosa sono stati gli anni Settanta? Che sentimenti si provavano, quali erano le tendenze musicali? Farsi un’idea è sempre difficile, perché la storia, gli articoli, i post sul web, parlano di storie diverse. C’è chi dice che gli ani Settanta furono un idillio, chi preferisce i Sixties, chi gli anni Ottanta, e così via. Per questo, imbattendomi in uno dei booklet della raccolta 50 anni di rock (vi avevo già parlato del disco 7), uscita nel 2004 ed edita dal Gruppo Editoriale L’Espresso/La Repubblica, ho deciso di pubblicare una parte dell’inside di presentazione del Disco 4, intitolato appunto I suoni degli anni Settanta. L’articolo a due mani, è stato scritto dai due curatori, Ernesto Assante e Gino Castaldo. Fermo restando la critica su molte scelte di selezione delle tracce, spero che in parte, la spiegazione possa aiutare a rispondere qualcuna (magari solo in parte) delle domande che mi ponevo in precedenza. PEr il resto, ripeto, la storia è molto soggettiva, soprattutto se scritta da chi quegli anni li ha vissuti, con le sue emozioni, i suoi sentimenti, le sue percezioni. Confesso che non mi dispiacerebbe avere anche un riscontro  dai giovani di quegli anni. Buona lettura.

I suoni degli anni Settanta

«Sarà un caso, non c’è dubbio, ma mentre il revival degli anni Sessanta una volta iniziato non è mai finito, quello degli Ottanta è tuttora rigogliosamente in corso, e tra breve ci troveremo nel pieno dell’immancabile revival degli anni Novanta, la memoria degli anni Settanta, intesi come decennio intero, completo, ricchissimo, tende invece a svanire.

Non è che non si celebrino volentieri gli anniversari della disco music, o del punk, non che non tornino, sempre più spesso in auge gli zatteroni e i pantaloni a zampa d’elefante, i capelli lunghi o le grandi t-shirt a fiori, ma ogni volta si tende a far revival di una parte del decennio, di una immagine di quei gloriosi e travolgenti dieci anni, di un suono, di una moda, mentre del decennio intero non si fa menzione. Non è un caso.

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EXTRA|Considerazioni sul neo-prog. Gli scozzesi Citizen Cain sulla scia di Peter Gabriel

9 Feb

Al primo ascolto la prima cosa che si coglie è la straordinaria tendenza del cantante Cyrus ad imitare Peter Gabriel. Dai Genesis, al primo vagire dei flauti si finisce in ovattate atmosfere più consone a gruppi come Jethro Tull, o Gentle Giant. Se andate su You Tube c’è una vasta raccolta di video che includono gli scozzesi Citizen Cain tra le “most underrated prog bands”, vale a dire: tra i più sottovalutati. Ahimé, accade troppo spesso. Vale la pena ascoltarli (meno vederli, sinoma, sembrano una band metal…), e farsi un’idea di come il prog si sia sviluppato negli anni.

Con una piccola considerazione: chi il prog lo faceva nei Settanta, poi lo ha in parte abbandonato proseguendo un suo studio personale e sperimentale. I giovani che il prog lo hanno prima ascoltato e poi studiato, hanno provato a solcare quel filone e credo che alla fine in molti siano rimasti scottati dal fatto che si era già detto tutto. Sinceramente non sono molti i gruppi di questo genere che dagli anni Novanta ad oggi mi hanno pienamente convinto (per uno studio sull’argomento vi corre in aiuto la “Masterpieces of Progressive Rock“).

Ce ne sono tantissimi che meritano, ma anche tanta robaccia in giro per il mondo. Di seguito vi riporto la traduzione in italiano della biografia dei Citizen Cain (gioco di parole sul film del ’41, Citizen Kane di Orson Wells), tratta da Progarchives. Leggendola mi sono venute in mente due cose: il travaglio di un gruppo che vive il fallimento della sua etichetta e nonostante questo alla fine porta a casa cinque dignitosi dischi (Serpents In CamouflageSomewhere But YesterdayGhost DanceRaising The Stones, Playing Dead). E che tuttavia, sul confronto con il passato, un po’ di ragione ce l’ho.

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EXTRA|Rock 1972: dal capolavoro dei Genesis al “flop” Pink Floyd. L’isola Kraut, religione e Texas blues

29 Gen

Prosegue il mio tentativo di metter disordine alla musica. O meglio, vorrei ordinare le idee e mi ritrovo a doverle rimescolare. E devo dire che andando avanti nel tempo mi disconosco sempre più dai pur onorabili presupposti che si pongono gli “enciclopedici” nel cercare gli “affini”. Qui, in queste mie riflessioni, c’è solo disaffinità, e dunque, proprio perché siamo contrari alle corresponsioni, diamoci dentro e strapazziamo cinque gruppi diversi tra loro.

Per quanto le loro storie possano sembrare sconnesse, vedrete che tuttavia tra Pink Floyd, Genesis, Popol Vuh, Can e Clarence “Gatemouth” Brown, ci sono molti più paralleli di quanto potrebbe sembrare. Ma occorre andare nel micro per osservarli. E allora partiamo da un piccolo preambolo: progressive, blues, rock psichedelico, elettronica, tutto è mescolato. Torniamo indietro all’anno 1972: cinque anime diverse, cinque spaccati di quanto può offrire la musica di quel periodo. Parto dai Genesis, perché forse quello, più di tutti, è il loro anno. Attenzione, non fraintendetemi, è vero, fu anche l’anno di Octopus dei Gentle Giant, e di Thick as a Brick dei Jethro Tull, per carità. Come non ricordarli.

Però non credo di dire un’eresia sostenendo che con Foxtrot, i Genesis misero tutti in fila. Non ce n’è, e l’intro di organo di Tony Banks in Watcher of the Skies introduce subito l’ascoltatore dell’epoca a prender coscienza della piena maturazione di Gabriel e compagni (compiuta definitivamente con il successivo Selling England by the Pound).

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EXTRA|Ed Ross chi?

18 Mag

Tra un caffè e una sigaretta mi sono trovato anche a fare il detective (miracoli del rock), con risultati direi però bislacchi. Non ridete, mi spiego: nella mia collezione di musica fisica ho rispolverato (nel vero senso del termine) un disco che quasi una decade fa mi aveva dato tanto, un album che ho conservato gelosamente.

Resurrection degli Halford (il primo disco di questo progetto targato Rob Halford, ora di nuovo con i Judas Priest dopo la loro reunion), ha costruito con me un rapporto che negli anni si è un pochino ossidato, ma che comunque fatica a logorarsi del tutto. Sarà per la pulizia del suo suono, per la voce del “Metal God” che in studio, a mio avviso, ha pochi eguali (attenzione perché invece dal vivo mi sembra perdere molto).

O sarà per via dell’unica semi-ballad di questo album, Silent Screams (che se Fables ci legge potrà confermare di conoscere benissimo), che anche a distanza di anni possiede ancora un carattere quasi sacrale. Focalizzando l’attenzione proprio su questo brano, mi sono accorto di un vero oggetto misterioso: il tastierista Ed Ross.

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EXTRA|Come cambia il mercato degli indipendenti

9 Mag

Ho letto la notizia, che a breve vi spiegherò, e la prima cosa che ho pensato è stata: ora dobbiamo fare qualcosa anche noi. Tanto non ci costa nulla, se non segnalare. E ascoltare. Il premio per così poca fatica? quasi 50 minuti di video live dei Foo Fighters, e altri cinque scarsi di due brani cover dello stesso gruppo, per un’occasione speciale, e che trovate qui.

Ma, segnalare cosa? Certo, dimenticavo: segnalare che c’è un mondo della musica, alternativo e che sta dimostrando di capire internet nella sua vera essenza. Cito i Foo Fighters ma solo perché mi sono imbattuto sul loro live, l’occasione di queste special releases è stata quinta edizione del Record Store Day, avvenuta lo scorso 16 aprile. Quindi, notizia vecchia, certo, ma contenuti quantomai attuali e futuribili.

Il web si muove, i gruppi, quelli più arguti, lo seguono, si lasciano piacevolmente addomesticare, il futuro della musica è il pacchetto particolare uscito a tiratura limitata, il cofanetto con dentro la spilla (che poi lo faceva già Hendrix), piccoli scampoli di brani uscite ancor prima della pubblicazione e contenute poi nel cd ufficiale, insomma, quello che in gergo economico potrebbe essere il “teasing”, letteralmente: invogliare. E i Foo Fighters lo stanno facendo, e non più con il solito contentino, la canzoncina preconfezionata da due, tre minuti. Seguitemi:

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