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Bozzio Levin Stevens – Black Light Syndrome (1997)

17 Gen

Bozzio Levin Stevens - Black Light Syndrome  La fine degli anni ’90 (1997 per la precisione)  da l’occasione a tre personaggi già affermati di formare un supertrio e di sfornare uno degli album (che deve comunque fare i conti con tutta la produzione “Lonely Bears” dai quali ha preso in prestito mezza sessione ritmica) più apprezzabili in materia prog-fusion di tutto il decennio.

 Bozzio e Levin formano la sezione ritmica, rispettivamente batteria e basso (ma sarebbe meglio dire slick guitar), che, come ci hanno abituati, si esprimono con grande tecnica e pulizia di esecuzione (sicuramente aiutata da un ottimo lavoro in studio che fa suonare l’album in modo impeccabile); la sorpresa è Steve Stevens, già impegnato in lavori con Billy Idol e Michael Jackson, che, come niente fosse, regge tutto il disco con le sue linee melodiche destreggiandosi bene tra chitarra elettrica e spagnola splendendo sempre di luce propria e azzeccando sempre i suoni.

 La nota dolente viene dalla poca originalità del lavoro che suona come un “saggio/riassunto” che ci ricorda tutti i più grandi di tutto il panorama musicale dei trent’ anni precedenti (ma chissenefrega) di quello che la storia ci aveva già consegnato (a discolpa il disco è stato registrato in quattro giorni, ben pochi per “creare”).

 Consigliato a tutti quelli che vogliono far “suonare” il proprio impianto hi-fi ma anche a tutti quelli che non vogliono sbagliare quando non sanno che disco mettere.

Buon ascolto.

Queen – Innuendo (1991)

9 Gen

innuendoTristezza, abbandono, dolore, voglia di vivere, di proseguire, di lasciare il segno. Comunque. Tutto questo è Innuendo, al contrario di quanto ai posteri verrà lasciato simbolicamente. L’ultimo disco registrato in studio da Freddie Mercury e pubblicato circa 10 mesi prima della sua morte per Aids. Col senno di poi lascia interdetti la semplicità con cui uno degli artisti più incisivi della musica del Novecento, lasciava alle note i suoi innumerevoli testamenti. Cantava I’m Going Slightly Mad e soprattutto The Show Must Go On che varrà come suo ultimo volere, in barba alla malinconia con cui i suoi compagni di avventura in 20 anni di carriera lo hanno accompagnato sull’ultimo altare.

E non importa se quel testo alla fine emerse averlo scritto Brian May. Il risultato, il senso, e il voler veicolare un messaggio comunque positivo rimangono. Specie perché la lenta debilitazione che la malattia procurò a Mercury colpì l’intera band, nessuno escluso. Non è un caso che proprio The Show Must Go On sia l’ultima traccia dell’album, Mercury volevano fosse ricordato così, con il sorriso del giocoliere dell’illustrazione di copertina ispirata a J.J. Grandville.

Una storia, l’ultima in presa diretta (alla quale va escluso Made in Heaven perché postumo alla morte del cantante) che i Queen offrono di loro stessi, senza più veli perché ormai tra riviste scandalistiche e allussioni dei quotidiani, il gossip era ormai passato dalla leggenda alla dura realtà. I Queen finiscono qui, e non poteva esserci fine più vera per un gruppo tanto vero. Questi sono i Queen che ringraziano tutti, compreso l’amico ex Yes, Stewe Howe, artefice del meraviglioso solo di chitarra spagnola nella “bohemian” title track. Innuendo va assaggiato a fondo, letto e riletto, solo così riesce a svelare la sua insita essenza di disco finito nella sua pur effettiva incompletezza finale. Per i Queen fu una corsa contro il tempo e contro la morte. Il risultato era già scritto.

Ray Charles – The Very Best Of Ray Charles (2000)

16 Dic

FrontNel panorama del blues, del gospel, del R&B, e anche del country si commette spesso un errore comune, si dimentica la figura di Ray Charles. Poliedrico e intelligentissimo pianista dalla spiccata eccentricità. Il suo nome richiama soprattutto la musica soul, Hit the Road Jack per esempio. Nota a tutti, splendente e vibrante nella sua brevitas di duetti con le coriste. Era solo il 1961, è ancora attualissima.

Ma Charles in quasi 60 anni di musica, ci aveva abituati anche a tante sfumature che rimane tuttora complicato stabilire quale fosse il genere da lui praticato. Vale la pena riascoltare allora la semi-natalizia I Can’t Stop Loving You, oppure Georgia on My Mind, e anche i tanti richiami che lo stesso James Brown, di una decade successiva, fece suoi per cavalcare il successo del soul/R&B.

Per capire Ray Charles (viste le immense pubblicazioni per lo più di singoli), vi consiglio la raccolta della Rhino Records (etichetta specializzata in retrospettive) e pubblicasta per la prima volta nel 2000 dal titolo non proprio originalissimo The Very Best of Ray Charles. Sicuramente più originale nel suo interno, con un interessante booklet che ripercorre i suoi anni alla Atlantic Records fin dai suoi esordi: dalla perdita della vista a 7 anni alla morte prematura della madre e la conseguente partenza per Jacksonville e i suoi esordi nei club di Seattle, poi di Los Angeles.

Canned Heat – Human Condition (1978)

5 Dic

Human ConditionL’ultima registrazione in studio dei Canned Heat con il leader Bob “The Bear” Hite porta un titolo emblematico: Human Condition. “Condizione umana”. La naturale evoluzione delle cose, in questo caso della musica. Che i Canned Heat hanno rivisto nel tempo ma senza mai tradire la loro essenza originaria. Ne esce fuori un disco contenente le registrazioni che vanno dal 1977 al 1981, e che venne comunque pubblicato postumo sotto l’etichetta Takoma/Sonet.

Dentro ci sono le diverse anime dei Canned Heat, dal blues classico al country e il boogie, più un interessante spaccato di quello che forse fu il loro piccolo segreto: scampoli di rockabilly che hanno fatto scuola a molte band revival degli anni 70/80. Un disco semplice, da saloon. Ci sono però diverse tracce che hanno segnato il cammino della band: la title track è solo uno degli esempi. Come non menzionare anche Open Up Your Back Door e House of Blues Lights? Essendo un disco di sessions, Human Condition è anche costellato di diverse collaborazioni, alcune di nicchia come la presenza dei Chambers Brothers al completo nelle backing vocals, ma soprattutto quella del chitarrista Harvey Mandel. Più che una collaborazione, la sua fu proprio una sotituzione a tempo pieno dopo l’addio del chitarrista storico Henry Vestine.

Solo per fare un esempio, Mandel partecipò anche alla hit mondiale Let’s Work Together, poi si spostò su altri progetti – John Mayall e due tracce di Black And Blue dei Rolling Stones in sostituzione di Mick Taylor – mentre in questo disco dà grande prova di tecnica e groove sia nelle parti di assolo, intense e molto sentite, sia nell’utilizzo dello slide, marca caratteristica assieme all’armonica di Hite dei Canned Heat. Consigliato a tutti gli amanti del country e non solo, può anche essere un disco natalizio, toh.

Blur – Leisure (1991)

12 Nov

Il disco d’esordio dei Blur non fu accolto con grande favore da parte del pubblico. Il panorama british era con lo Shoegaze al suo declino e aveva bisogno di rinnovarsi. I Blur seppero ben intraprendere assieme agli Oasis la nuova onda che stava per avvilupparsi nel mercato mondiale e a cavallo degli anni ’90 furono i protagonisti del nascente britpop. Di Leisure restano invece ancora impresse le sonorità Madchester e Shoegazing. È il primo album di Damon Albarn e compagni, appena scritturati dalla Food Records e freschi di nuovo nome (quello originale che il produttore fece subito in modo di cambiare era Seymour).

Il disco è ricchissimo di riverberi ed effetti sulle chitarre ma anche sulle voci. Lo stampo è di un rock alternativo passato ma l’impronta è già proiettata al futuro e sebbene le recensioni dell’epoca tengono più a memoria il successivo Modern Life is Rubbish, lo stesso Leisure dopo il successo della band venne ben presto rivalutato. Si tratta di un album semplice, sulla falsa riga di Smiths e Stone Roses, cui il primo singolo She’s So High ne esemplifica fin dall’inizio l’essenza. La tentazione di cestinarlo dopo un paio di brani cede il passo alla curiosità, e lentamente Leisure assume i contorni di un album ben fatto, già completo e con un’idea prestabilita: colpire per la bravura e non tanto per l’innovazione.

Dopo un avvio un po’ timido, anche la chitarra di Graham Coxon esce fuori in Bad Day e nella successiva Sing, che troverete anche nella colonna sonora di Trainspotting. Quest’ultimo brano è un capolavoro di melodia, accompagnato dalla batteria di Rowntree e dal basso cadenzato di Alex James: è la Bitter Sweet Symphony dei Blur e allo stesso tempo l’alba naturale della futura Coffee & TV. Perché ascoltare Leisure? Beh, innanzitutto perché è il disco d’esordio di uno dei gruppi più influenti della scena britannica alle porte del 2000. Poi perché è un bell’album, giovane e frizzante, carico e che carica. E soprattutto perché così vi rileggete l’approfondimento sui batteristi che avevo scritto tempo fa. Sconsigliato alle orecchie atrofizzate dalla musica “alta”. O meglio: There’s No Other Way…

Patty Pravo – Patty Pravo (1968)

1 Nov

Per qualcuno è più una compilation che un album. Il primo disco di Patty Pravo, in arte Nicoletta Strambelli, che porta il titolo omonimo. In effetti questo long playing fu fin troppo richiesto a distanza di ben due anni dalla firma del contratto che legava Patty alla RCA e la maggior parte dei brani già si conoscevano. Emblematico in copertina un passaggio di una conversazione telefonica in cui l’allora disc jockey Renzo Arbore chiede a Patty: «…io mi sono sempre domandato (e una notte me lo sono domandato così intensamente che non sono riuscito a prendere sonno) come mai escono ogni giorno long playing di cantanti meno bravi e noti di te e non è ancora uscito il tuo. Va a finire che qualcuno può anche sospettare che tu sappia soltanto cantare “Ragazzo triste come me e te…”, “Oggi qui, domani là”, o “Tu mi fai girar come fossi una bambola”. Lo so che tra spettacoli, televisione, radio, caroselli e tournées non hai mai avuto il tempo di chiuderti per una settimana in una sala di registrazione ma, perbacco, che aspetti a trovarlo? Non ti solletica l’idea che la gente possa finalmente apprezzare il gusto e la classe delle tue interpretazioni di “Old man river” o di “Yesterday”? E poi, dacci almeno la possibilità di avere nella nostra discoteca un tua bella foto di copertina formato trentatre giri…».

Detto fatto, nel 1968 la veneziana Patty Pravo, che nel frattempo imperversava al Piper di Roma, pubblicò il suo primo album, pieno di cover e alcuni successi che in Italia già circolavano in formato singolo. La Bambola, per esempio, che assegna anche il titolo dell’album distribuito all’estero (in cui Patty Pravo svolse un importante contributo per la diffusione della canzone italiana), scritta da Franco Migliacci, Bruno Zambrini e Ruggero Cini e rifiutato da Gianni Morandi, Gigliola Cinquetti, Caterina Caselli, Little Tony e i Rokes. Oppure Ragazzo Triste, forse il più grande successo di Patty, scritta da Gianni Boncompagni e Sonny Bono.

Sostanzialmente, l’album è caratterizzato da un preponderante stile beat che viene incarnato da Patty Pravo nella versione italiana di Yesterday dei Beatles. Così come la meravigliosa The Time is Come scritta da Paul Korda e portata al successo da P.P. Arnold l’anno precedente, la voce di Patty rielabora il soul in chiave romantica e lenta che plasma la caldissima Se Perdo Te. Nella gran parte dei brani, tutto coperto dall’orchestra di Ruggero Cini. Disco che mi è stato regalato (sotto indiretta richiesta) dai miei amici, e non potrò mai dimenticare l’accoppiata con Rust in Peace dei Megadeath. Il sacro e il profano a confronto. A distanza di molto tempo, beh, non mi sono mai pentito di quella richiesta. Consigliato a quanti intendano rivivere per mezzora il fermento artistico e il clima di un’Italia sessantottina piena di grandi talenti.

Banco del Mutuo Soccorso – Banco del Mutuo Soccorso (1972)

31 Ott

B.M.S., il primo lavoro  (omonimo) della band progressive italiana conosciuto come “il salvadanaio” (basta guardare la copertina per capire perchè), esce nel 1972.

All’epoca la formazione era composta da  Gianni Nocenzi (clarinetto, piano, tastiere, piccolo, vocals),  Pier Luigi Calderoni (batteria), Renato D’Angelo (basso, chitarra, basso elettrico), Francesco DiGiacomo (voce solista), Vittorio Nocenzi (organ, clarinetto, tastiere, vocals), Marcello Todaro (chitarra, vocals, chitarrone).

L’album (in pieno stile progressive) è composto da soli 6 brani di cui uno, Il giardino del mago, è una lunga suite di circa 18 minuti, e rappresentano in toto l’ interpretazione progressive della scena italiana di allora, alternandosi tra lunghi momenti melodici e riff frenetici tutti incorniciati in un mix stereofonico (con il largo uso del reverbero) di grande trasporto, anche se  è per lo più un insieme di brani, tutti degni di nota, ma che si alternano con poca continuità se si esclude il persistente mondo “fantastico” nel quale sono immersi.

Per chi vuole abbandonarsi in “un viaggio alato ove gorgoglia il tempo”.
Sconsigliato a tutti quelli che dei piedi per terra fanno il loro credo.

Buon ascolto.

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