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Keith Jarrett – The Köln Concert (1975)

18 Mag

Artista/Gruppo: Keith Jarrett
Titolo: The Köln Concert
Anno: 1975
Etichetta: ECM

Un uomo curvo sul proprio pianoforte…curvo il più possibile a formare un unica entità tra l’essere umano e lo strumento che ne è la naturale prosecuzione…la testa abbassata fino a sfiorare il corpo del pianoforte, a fondere ancor di più questo legame, a sussurrare ogni intenzione, ogni variazione, ogni cambio di ritmo…un groviglio inestricabile di capelli ad impedire che anche la più piccola idea musicale possa provare a scappare e non tornare più…perché ognuna di esse è fondamentale e sarebbe un sacrilegio non offrirla all’udito esigente di tutta quella prole di fedelissimi che vivono sulle note leggiadre di questo immenso artista.

Basta dare uno sguardo all’immagine della copertina di questo album per percepire il feeling particolare che c’è tra Keith Jarrett e il suo compagno di mille avventure e di mille racconti, per capire che questo album ha veramente qualcosa da dare, fino in fondo…e a noi privilegiati non resta che ripetere quelle poche, semplici operazioni che intercorrono tra il desiderio e l’inizio della Musica, per regalarci ogni volta che vogliamo o che ne abbiamo bisogno, un momento di benessere mentale come solo la grande Musica sa donare.

Ma sebbene questa unione può apparire alla vista e all’ascolto così perfetta ed idilliaca, cela dietro di sé tante piccole cose che la rendono ancora più unica, soprattutto per chi conosce certi aspetti quasi estremisti dell’ex alunno della Berklee School of Music…un personaggio che esige la perfezione sotto qualsiasi aspetto anche lontanamente legato ad una sua esibizione, una cura quasi maniacale di tutta quella miriade di sottigliezze che ruotano intorno allo strumento, al palco, al backstage, al pubblico, all’atmosfera, fino ad arrivare al divieto assoluto di fumare, effettuare riprese o scattare fotografie durante l’esecuzione o addirittura al pretendere una determinata temperatura, sempre costante, nella sala dove si terrà il suo concerto…tante cose che un artista “normale” neanche noterebbe o stenterebbe ad inquadrare come una eventuale problematica; ma il pianista statunitense è così, prendere o lasciare, amare o odiare.

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King Crimson – In The Court Of The Crimson King (1969)

4 Mag

Artista/Gruppo: King Crimson
Titolo: In The Court Of The Crimson King
Anno: 1969
Etichetta: Atlantic

Diversi anni fa, agli albori della mia maturazione musicale, quando ancora davanti a me dovevano iniziare a brillare tutte le gemme della storia della Musica e quando il Progressive-Rock era ancora distante dalle mie concezioni di espressione artistica, mi trovai un pomeriggio di fronte ad una copertina di un album che distintamente da tutte le altre che la contornavano, sembrò voler a tutti i costi richiamare la attenzione su di se, sembrò voler anche per un solo secondo che tutto si fermasse per dire ciò che aveva dentro…chissà se quel giorno, all’interno di quella bocca spalancata che sembra voler descrivere al suo interno uno spazio infinito, fu possibile intravedere una prefazione di come il mio approccio all’ascolto sarebbe cambiato di li a poco; chissà se guardando ancora più a fondo quello sguardo non sarebbe stato possibile veder scorrere il film di tutte le mie esperienze musicali future.

E’ l’urlo del Progressive-Rock che dopo aver atteso, essersi formato, aver vissuto ed aver studiato a fondo le sue fonti di ispirazioni nascoste nei meandri della Musica Classica, del Jazz e del Rock, decide di venire fuori in maniera roboante per dare una collocazione perfetta a tutte le doti artistiche più complesse che l’uomo può fondere nel concetto di Musica, e per dare la possibilità alle menti pronte ad intraprendere un viaggio completamente diverso da quelli conosciuti fino ad allora, di riuscire a trovare qualcosa che riesca nel miglior modo possibile ad esprimere sentimenti e sensazioni in modo viscerale, complesso, completo.
La magia di questo album può anche essere letta in questo modo, dal riuscire a trasmettere a distanza un messaggio silenzioso ed impercettibile ma allo stesso tempo deciso ed inappellabile, a coloro i quali sono pronti per compiere questo passo, grazie a quella mostruosa copertina tanto disprezzata da chi vuole qualcosa di più convenzionale ed estetico, quanto entusiasmante ed ipnotizzante per chi invece riesce a leggervi impressa la propria natura.

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35007 – Liquid (2002)

20 Apr

Artista/Gruppo: 35007
Titolo: Liquid
Anno: 2002
Etichetta: Stickman

Un intenso viaggio nei meandri più sperduti ed enigmatici dello Space-Rock…questo e quanto cercano ed ottengono in maniera inequivocabile i 35007 (ovvero Loose nel cosiddetto “calculator spelling”) con il loro album Liquid.

E raramente titolo fu più consono, poiché tutto all’interno di questi concentratissimi trentotto minuti è realmente liquido e tende a sciogliere ciò che ha intorno…riff rotondi, ridondanti e pieni di riverbero rendono ostaggio la mente dell’ascoltatore, che già dopo pochi minuti si trova oramai catapultato ai confini più remoti delle galassie conosciute, dove ad ogni giro di batteria una “goccia del proprio corpo” si stacca ed inizia a fluttuare indisturbata nello spazio infinito, lasciando dietro di se solo la propria essenza; l’opera costante e martellante del basso rende vano ogni tentativo di riportarla indietro…ammesso che se ne abbia voglia…

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Bluvertigo – Acidi e basi (1995)

16 Apr

Artista/Gruppo: Bluvertigo
Titolo: Acidi e Basi
Anno: 1995
Etichetta: Sony BMG

Permettetemi una piccola premessa…quando abbiamo deciso di iniziare questa esperienza di condivisione delle nostre conoscenze musicali, abbiamo tutti concordato su un punto fondamentale: divulgare le emozioni e le sensazioni che un album provoca al suo ascolto a colui che poi lo andrà a recensire…beh allora concedetemi la libertà di poter dare e motivarvi la sensazione che ancora oggi riecheggia in me quando alla mente ritornano le note dell’album Acidi e Basi dei Bluvertigo: rabbia!!

Si, rabbia…e non si stratta di un’esternazione dettata dalla qualità dell’album in se o riferita ad una performance particolarmente scadente di uno specifico musicista; quello di cui parlo è ben altro…la rabbia alla quale faccio riferimento nasce dalla mia passione per la buona musica e dalla conseguente delusione che provo nel costatare che questo gruppo aveva veramente delle ottime potenzialità che, se coltivate, nel corso degli anni sarebbero potute sfociare senza dubbio in delle produzioni veramente importanti.
Invece il tutto è svanito irrimediabilmente in una bolla di sapone per via di interessi totalmente commerciali o a causa di pseudo-progetti di vita mondana, che tra l’altro poco si addicono a quanto dispensato a piene mani all’interno dell’album…tutto ciò è veramente un peccato poiché la musica nostrana avrebbe tratto sicuramente grandi benefici dal poter avere a lungo un gruppo alternativo di ottimo livello.

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ABWH – Anderson, Bruford, Wakeman, Howe (1989)

8 Apr

Artista/Gruppo: ABWH
Titolo: Anderson, Bruford, Wakeman, Howe
Anno: 1989
Etichetta: Arista

In occasione di questa reunion degli Yes, siamo nel 1989, oltre ai 4 componenti che danno il nome al gruppo, scelta obbligata perché nel frattempo gli Yes (che i fan chiamavano yeswest per distinguerli dai nostri), c’è un quinto nome.

Quello del bassista, come ti sbagli, Tony Levin. Potrà sembrare una banalità per chi conosce le sorti del gruppo, ma a me comunque lascia sbalordito la capacità di questo strumentista di sapersi riciclare, direi più che dignitosamente, in molteplici sonorità e generi musicali.

Quindi propongo l’ascolto di questo album, in cui gli Yes (chiamiamoli così dunque) tornano a sonorità di vecchio stampo prog classico. Anche se la distanza che ormai separa Anderson, Bruford e compagni da quel produttivo periodo a cavallo degli anni settanta sembra ormai essere incolmabile.

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Steve Hillage – Fish Rising (1975)

8 Apr

Artista/Gruppo: Steve Hillage
Titolo: Fish Rising
Anno: 1975
Etichetta: Virgin Records

Dopo aver contribuito in prima persona all’uscita del primo album degli Uriel (usciti sotto lo pseudonimo di Arzachel e che poi diverranno più famosi con il nome Egg), aver fatto parte dell’unica incisione dei Kahn (da lui stesso formati) ed aver lavorato nella realizzazione della celebre trilogia Radio Gnome Invisible dei Gong, Steve Simpson Hillage inizia con questa bellissima creatura la sua lunga e variegata carriera da solista.

Ci troviamo nel 1975 e Hillage, contornato da una lunga schiera di musicisti (molti facenti parte anche della formazione originale dei Gong), prosegue quanto sperimentato fino ad allora nella sua esperienza all’interno della cosiddetta Scena di Canterbury, riuscendo ad incastonare nella sua discografia questo bellissimo concept-album che miscela al suo interno sonorità Psychedelic-Rock, Progressive-Rock e, in parte, Jazz…anche se la tendenza della produzione musicale vira in modo inesorabile verso altre direzioni rispetto alle sonorità che si riscontrano in questo album, il chitarrista londinese riesce a mantenere fede alla sua naturale vocazione senza farsi condizionare da cambiamenti che evidentemente in quel periodo storico non gli appartengono.

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Harmonium – Si on avait besoin d’une cinquième saison (1975)

6 Apr

Artista/Gruppo: Harmonium
Titolo: Si on avait besoin d’une cinquième saison
Anno: 1975
Etichetta: Polygram

In parte stanco del duopolio Italiano-Inglese che infarcisce la maggior parte di ogni buona discografia di un appassionato di Musica e spinto dalla voglia di “testare” idiomi diversi in quello che è il mio genere musicale prediletto, tempo fa mi imbattei in questo album degli Harmonium, gruppo Canadese e di lingua Francese.
Ispirato e dedicato a “Le Quattro Stagioni” di Antonio Vivaldi al punto da essere divenuto noto tra gli appassionati del settore con il nome di Les Cinq Saisons (Le Cinque Stagioni), Si on avait besoin d’une cinquième saison, tradotto letteralmente in “Se avessimo bisogno di una quinta stagione”, ripercorre nelle sue prime quattro traccie il rincorrersi dei quattro cicli durante lo scorrere dell’anno (nell’ordine: primavera-estate-autunno-
inverno), per poi sfociare nella suite finale Histoires Sans Paroles che proietta l’ascoltatore verso una immaginifica quinta stagione attraverso un delicato brano interamente strumentale contornato da vocalizzi del cantante Judi Richards.

Ciò che balza per primo all’orecchio di chi scopre questo album sono i chiari riferimenti alla Musica tradizionale e folkloristica francese (in particolare nel secondo brano Dixie) e la totale assenza di batteria o strumenti a percussione, eccezion fatta per una grancassa suonata in maniera quasi impercettibile e molto discreta dall’Italo-Canadese Serge Fiori, leader della band…ma quella che può sembrare una scelta particolarmente azzardata per un gruppo che si cimenta nel Progressive Rock, diviene gradualmente il punto di forza della composizione elevando il tutto ad una sorta di aria più che di album Rock.
Si on avait besoin d’une cinquième saison è il secondo dei tre album che compongono la discografia studio del gruppo Canadese e segna il passaggio intermedio in una maturazione, breve a dir la verità, che porta il gruppo ad abbandonare lo stile più folk e leggero del primo album omonimo e ad avvicinarsi a grandi passi verso un stile più Prog; passaggio che poi diverrà ancor più evidente nella loro terza ed ultima opera L’Eptade.

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