Tag Archives: alternative rock

The Stone Roses – The Stone Roses (1989)

10 Apr

Artista/Gruppo: The Stone Roses
Titolo: The Stone Roses
Anno: 1989
Etichetta: Silvetone

Ascoltando ieri la versione di Imagine di John Lennon rifatta nel 2004 degli A Perfect Circle, tetra, cupa, volutamente annebbiata, mi domandavo quanto il periodo storico possa condizionare le sonorità di un brano, o di un disco, e piegarle dalla felicità alla tristezza, dalla speranza al pessimismo. Da distanza ben calibrata, è la stessa sensazione che provo quando ascolto dischi come The Stone Roses, album d’esordio dell’omonima band di Manchester che forse, più di tante altre, ha contribuito alla nascita del successivo brit pop.

Gruppi come Blur, Oasis, Verve, devono quasi tutto agli Stone Roses, che sul finire degli anni Ottanta mescolavano l’alternative rock a fusioni più propriamente house che derivavano da Oltreoceano, oltre a quel pizzico di reminiscenza di matrice Sixties. Protagonisti (assieme a band del calibro di New Order e The Smiths) del movimento Madchester. Ebbene, The Stone Roses è un album fresco, genuino, solare, frizzante e ottimista, il tutto in ossequio allo straordinario e allo stesso modo impraticabile risveglio economico di quegli anni. E proprio a ridosso delle registrazioni di questo esempio di successo fulminante, veniva a cadere anche l’ultima barriera ideologica tra l’est e l’ovest.

Gli SR ne fanno menzione velata, quando il cantante Ian Brown accenna in Waterfall: «This American satelite’s won», oppure «Soon to be put to the test, to be whipped by the winds of the west». Ma la politica, e la Guerra Fredda che stava per concludersi, non interessava più di tanto. C’erano soprattutto i rave, le feste, nel cuore di una Manchester capitale dell’industria britannica (400mila abitanti circa) e un locale, l’Hacienda, che in quegli anni fu la vera tana dei gruppi Madchester. Insomma, si stava bene (o almeno si fingeva di esserlo), e la musica ricalcava quello stesso stato d’animo. Magari, rielaborandolo ora quell’album, un gruppo attento come gli A Perfect Circle, lo farebbe deflagrare per ricostruirlo dalle fondamenta, più solido, meno ipocrita e sicuramente più fosco.

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L’EMOCENSIONE | The Decemberists – The Tain (2004)

22 Mar

Artista/Gruppo: The Decemberists
Titolo: The Tain
Anno: 2004
Etichetta: Kill Rock Stars

Mi accade sempre con più frequenza di imbattermi in gruppi che si rifanno ad antichi testi. E se con i Popol Vuh eravamo al testo sacro dei Maya, stavolta, con i Decemberists ci troviamo di fronte a un racconto epico: Táin Bó Cúailnge (La razzia di vacche di Cooley). Il disco è senza titoli ma solo numeri romani, sei tracce legate in un solo brano di 18 minuti. The Taìn, che è una leggenda epica di origine irlandese, risalente alla notte dei tempi (I secolo a.C.), di cui restano solo due codici che affondano le loro radici al XII secolo.

Traendo spunto dal Taìn, i Decemberists – band statunitense affine al panorama Alternative/Indie Rock – costruirono il loro secondo Ep dopo 5 Songs: The Tain, appunto. E se Callimaco propugnava il concetto di “brevitas” in prosa, meglio non potevano fare i cinque “decabristi” di Portland. Diciotto minuti per raccontare la saga del toro Finnbhennach, che, emigrato dalla mandria della regina Medb a quella del re Ailill, dà vita a una guerra infinita e sanguinosa tra il Connacht e l’Ulster, difeso da un unico eroe, il diciassettenne Cúchulainn.

Le prime note basse di chitarra acustica sono il passo del toro che attraversa il recinto, il cantore allora illustra i temi principali della storia agli uditori, dall’alto di un masso, tra praterie verdi, e grattacieli. I personaggi sono accovacciati in una grotta, al caldo, avvolti in una feticcia sensualità: «She’s a salty little pisser with your cock in her kisser». Notizia shock, cambia tutto. Ma come? E l’epica, la poesia? Beh, gli antichi sapevano usare parolacce e offese meglio di quanto facciamo noi oggi. Dunque si entra nella fase II, l’urlo delle chitarre di Funk e Meloy di ledzeppeliana memoria (anche se non lo ammetteranno mai, si fanno grossi millantando influenze da gruppi impronunciabili…), subentra l’anacronismo americano, esce fuori anche Carlo Magno e l’M-5 (la metropolitana di Milano? Il missile francese? Bah).

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L’EMOCENSIONE | Beck – Odelay (1996)

4 Gen

Sarò criptico, ma aiuta a velare, a trasparire. Un deviante daan da dan dan daan illude che questo sarà ancora una volta un disco rock, di bellissimo e coinvolgente rock. Dopo Devil’s Haircut, con Hotwax si retrocede ad arrangiamenti di chitarra slide che riportano indietro nei saloon del Texas. Il cantato inizia ad allontanare i puristi e screma l’uditorio a un manipolo di seguaci.

Con Lord Only Knows si ha l’esatta percezione di quanto tempo è passato tra i Beach Boys e Beck, esattamente 40 anni. The New Pollution ci ricorda una pubblicità ma solo per il jingle sbarazzino di voci delle muse. Derelict è un ammasso di meteoriti cadute dal cielo, dal buco ne esce la cinerea voce del cantante di Los Angeles, tra pause e incastri angolari. E vai con l’elettricità, ampere su ampere, vibrazioni su frequenze, frequenze su decostruzione, distruzione. Il cubismo fatto musica, fin da copertina e retro di un album che cambiò per sempre l’analisi storica di Beck Hansen, al secolo solo Beck. Ma quel Hansen, che gli appartiene di sangue, non è secondario nel doverlo capire e capire la sua musica e la sua svolta.

Certo, molto ha contato l’affidarsi, in questo disco (e a differenza del più strumentale – comunque più grezzo – Mellow Gold) ai Dust Brothers, che lo faranno convertire all’elettronica sperimentale, in parte ci metteranno dentro l’industrial, reminescenze di grunge, folk, blues (tanto bluesettino arricchito dall’armonica, dai riff e dalle distorsioni chitarristiche), ed ecco che cade il muro di Beck. L’abolizionismo della musica concepita in linea, e fedele alla linea, da Mozart passando per lo swing, un tuffo nel post-domani, poi Beck, e poi i dj, il piatto, il rap, gli scratch, i cappucci mischiati alle cravatte bianche su bianco, l’immancabile Schecter. E poi si brucia, si rincorre, spogliando di nuovo il vecchio, l’anziano.

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Tempo di bilanci al CMJ Festival. Un polacco a New York. Roll Up Your Sleeves dei We Were Promised Jetpacks (2010)

22 Ott

E mentre mi intrattengo al dolce suono del blues, piccola scappatella sui siti di recensioni rock nel mondo, finisco in Polonia e scopro il CMJ Festival di New York. Sbagliato strada? No, ma la rete è piena di attenzione verso l’indie e i gruppi emergenti. Figuriamoci un polacco esule nella Grande Mela, e chi è stato con me a Londra sa quanto i polacchi siano gente assolutamente amante del rock. Ovvio che faccio anche un salto sull’official site di questo festival che unisce musica e film: «CMJ, The new music first», recita lo slogan, ma più che un festival è una grande maratona. Mai vista una line-up così intrisa di orari e concerti spalmati in soli tre giorni: saranno almeno 300 gruppi, spesso ne trovi una ventina che suonano contemporaneamente. E vi sfido a trovare un gruppo noto. Tutti giovani, o meno giovani ma comunque emergenti: musica per la musica.

Per correttezza, vi riporto anche il commento al terzo giorno (già perché stasera sarà già tutto finito, ed è tempo di bilanci al CMJ 2011), scritto per l’occasione da Przemyslaw Gulda di Gazeta Wyborcza. Uno scampolo di articolo, che si riferisce al trio scozzese dei We Were Promised Jetpacks:

«I We Were Promised Jetpacks, assieme ai Frightened Rabbit e ai Twilight Sad, sono un trio (forse quando li ha visti lui erano tre, ma sono quattro gli elementi, nda) la cui musica è molto potente. Musica veramente scozzese. Queste band però, faticano a trovare spazio, quasi completamente ignorate e ancora lontane dalla luce dei riflettori della scena britannica, orfana ancora degli inglesi Oasis e The Libertines. Qualcuno di loro, a volte viene invitato a qualche festival locale, tipo Glastonbury, il più importante, dopo tutto, una panoramica della scena alternativa britannica. È dunque fuori casa – anche solo negli Stati Uniti – che a questi gruppi viene recapitato il giusto valore. We Were Promised Jetpacks hanno fatto un solo tour in Europa, esattamente due anni fa: quando li ho scoperti, non ho avuto dubbi. Eravamo vicini a Dresda, in Germania, ero in vacanza e ho deciso di concedermi 40 minuti di concerto e ascoltare questa band. Ne valeva la pena. Perché quello che è successo sul palco è stato ancora bello, più triste e commovente di quello che ho potuto poi ascoltare sul disco».

L’alternative, l’indie, sono tutto questo: in una musica dominata ormai da elettronica, filtri, mix di suoni, scientifica eliminazione delle imperfezioni, c’è anche chi riesce ad emozionare dal vivo con schitarrate possenti e melodie (seppur sentite e risentite) sempre genuine e nate dall’ispirazione. Che poi, quella del concerto, resta l’emozione più forte e più trasparente. Chiudo pubblicandovi il video scelto da Gulda, si tratta di Roll Up Your Sleeves, brano tratto dall’album d’esordio dei Jetpacks: These Four Walls (2009). Non li conoscevo, ora mi farò una cultura anche su di loro. E viva la Scozia!

The Futureheads – A to B (2005)

6 Lug

Ed eccomi di nuovo a dar giù di piccone, per questo vorrei coniare una nuova categoria (ma servono sempre i 2/3 dei voti con maggioranza qualificata del Collettivo o posso fare da me?): le “Sidistoccate”. Stavolta sotto la mia lente d’ingrandimento finiscono i Futureheads. Direte: ma chi te lo fa fare? E avete anche ragione, chi me lo fa fare, a parlare di un gruppo che non mi piace? E che mi ritrovo in discografia giusto perché in un periodo non precisato della mia vita mi capitò di interessarmi anche al fanta-punk. Già, perché poi l’appellativo di “punk”, che ritengo di per sé nobilissimo, quando viene associato a gruppi come quello in questione, massacra una storia intera di musica. E non parliamo di indie, alternative e robette varie, i Futureheads abbraccerebbero anche la classica se potessero: pur di esserci questo ed altro. Ecco il mio sentimento.

Prendo questo video perché mi sembra genuino, puro, via la maschera, concertino da club ristretto a pochi “fortunati”, platea in visibilio (?!), anche se non sembra. No, vi assicuro che, tutte le ragazzine e i loro fidanzati che stavano lì a cullarsi con la testolina, erano proprio presi da questa meravigliosa canzone dei Futureheads. Il visino faceva “si”, dondolando su e giù, tutti composti nel loro angolino di spazio vitale, non oso neanche ipotizzare il prezzo del biglietto: dai 10 euro alla cambiale in stile Vasco Rossi. Poco importa, ci  sarebbero andati lo stesso, non si poteva certo perdere questo storico live al Neumo’s di Seattle. Oh, non una città a caso! La patria di Jimi Hendrix, la culla del grunge! E mettiamoci pure la storia dei Seahawks, i vari Shawn Alexander e Matt Hasselbeck , è football, ma che fa?, non se ne accorge nessuno. E che questa è musica, chiederebbe poi qualcun altro? Dategli torto!

Ricordate il post sugli Angels & Airwaves?  E quello sui Dream Theater di Ytse Jam? Soprattutto questo, beh, se mi ero così esposto su Portnoy e la sua smania di protagonismo, figuriamoci cosa posso pensare di questi Futureheads qui, che si fanno belli accoppiandosi col microfono, scambiano passeggiate sul palco a passi di fenice zoppa, a destra, poi a sinistra, collo alla Totò, labbra arricciate a far finta di essere arrapatissimi, e fichi! Il pubblico sta là sotto comunque, un po’ di rispetto, direi. E passi anche la melassa del «A to B» (ma sono stonati loro o è proprio così? per favore non fatemi riprendere il disco…), ma sinceramente non riesco a comprendere tutta quella civetteria da parte di Barry Hyde su un solo di chitarra che con un po’ d’esercizio, fosse solo più volenteroso, riuscirebbe a rifare anche il mio cane. Scherzi a parte, ma non è che questi hanno capito i soldi facili? Ma pensano di darla a bere? Soprattutto, mi domando, quanti biglietti omaggio c’erano in platea?

Non si offenda nessuno, che qui i fans tireranno giù bestemmie. Nota per il fan incallito che potrebbe dire: ma che te li senti a fare? Hai anche perso del tempo per scrivere ‘ste minchiate. Tutto giusto, purtroppo, ma sai caro fan, qui se stai alle recensioni sono tutti fenomeni, e ne ho lo stomaco gonfio delle marchette alle case discografiche. E poi non è bello scrivere solo cose belle, al capo puoi dire pure che amo andare controcorrente… 

EXTRA|Come cambia il mercato degli indipendenti

9 Mag

Ho letto la notizia, che a breve vi spiegherò, e la prima cosa che ho pensato è stata: ora dobbiamo fare qualcosa anche noi. Tanto non ci costa nulla, se non segnalare. E ascoltare. Il premio per così poca fatica? quasi 50 minuti di video live dei Foo Fighters, e altri cinque scarsi di due brani cover dello stesso gruppo, per un’occasione speciale, e che trovate qui.

Ma, segnalare cosa? Certo, dimenticavo: segnalare che c’è un mondo della musica, alternativo e che sta dimostrando di capire internet nella sua vera essenza. Cito i Foo Fighters ma solo perché mi sono imbattuto sul loro live, l’occasione di queste special releases è stata quinta edizione del Record Store Day, avvenuta lo scorso 16 aprile. Quindi, notizia vecchia, certo, ma contenuti quantomai attuali e futuribili.

Il web si muove, i gruppi, quelli più arguti, lo seguono, si lasciano piacevolmente addomesticare, il futuro della musica è il pacchetto particolare uscito a tiratura limitata, il cofanetto con dentro la spilla (che poi lo faceva già Hendrix), piccoli scampoli di brani uscite ancor prima della pubblicazione e contenute poi nel cd ufficiale, insomma, quello che in gergo economico potrebbe essere il “teasing”, letteralmente: invogliare. E i Foo Fighters lo stanno facendo, e non più con il solito contentino, la canzoncina preconfezionata da due, tre minuti. Seguitemi:

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Anekdoten – Gravity (2003)

21 Apr

Artista/Gruppo: Anekdoten
Titolo: Gravity
Anno: 2003
Etichetta: Virta

Spesso un gruppo lo si inserisce in un genere anche se di quel genere conserva pochissimo, oppure lo si lascia nello stesso perché aveva iniziato da lì un percorso anche se poi maturando ha guardato ad altro. Credo che, nell’immenso panorama neo-prog, il gruppo svedese degli Anekdoten sia uno dei tantissimi esempi di quanto detto.

Da album come Vemod (lavoro d’esordio a detta di tutti molto vicino ad album come Red o Larks’ Tongues in Aspic, dei King Crimson) a Gravity, dieci anni di carriera e altri due dischi pubblicati, hanno portato gli Anekdoten a un’evoluzione tale che parlare oggi di prog credo sia, non solo errato, ma anche riduttivo.

Il disco si apre con Monolith, colpisce fin da subito la sonorità delle chitarre che ricordano molto da vicino lo stile dei Tool, e saranno le stesse che chiuderanno questo brano di oltre sei minuti. Attacca quasi subito la voce, sicché il giro di chitarra è solo un diversivo, una iniziazione a quella che si affaccia come la peculiarità principale degli Anekdoten, la timbrica di Barker nonché l’ormai assoluta padronanza acquisita una volta sdoganati dai canoni più propriamente crimsoniani. E in effetti qui di King Crimson c’è ben poco, ma ciò non conduce a un dileguarsi della qualità, anzi…

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